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Viola Ardone e 'Il treno dei bambini'. Un'intervista

Di Rosa Carnevale • ottobre 10, 2019

«’A ricotta… ’A ricotta. Ci sta pieno di ricotta a terra. Per la strada, sopra agli alberi, sopra alle montagne! Piove ricotta!».


Il naso incollato al vetro, gli occhi che scrutano curiosi e spaventati oltre il finestrino, Amerigo, Mariuccia, Tommasino e gli altri bambini partiti insieme a loro sembrano sopraffatti dallo spettacolo dei fiocchi che cadono fitti sui campi. I protagonisti de Il treno dei bambini di Viola Ardone la neve non l’hanno mai vista. È la prima volta che ammirano quel miracolo di candore che scende dal cielo. A Napoli l’unica «acqua congelata» di cui hanno avuto esperienza è quella del carretto dei gelati con «l’amarena ’ncoppa». Senza troppe spiegazioni, hanno lasciato gli affetti e la povertà dei loro rioni per salire sul vagone di un treno che li porterà verso una nuova vita al nord ma non sanno ancora cosa li aspetta. Qualcuno parla di comunisti che mangiano i bambini, di deportazioni in Siberia; aleggiano storie paurose che non permettono a molti di dormire. La neve non sarà la prima né l’ultima apparizione a cui stanno per andare incontro. Ci saranno i salumi e il pane caldo ad ogni pasto sulla tavola, i vestiti caldi, le scarpe finalmente non bucate e del proprio numero, le torte nel giorno del compleanno, la scuola, i libri, dei maestri che indicano la via da seguire. Quel treno, per alcuni, corre veloce verso un futuro migliore.

L’ultimo libro della scrittrice napoletana Viola Ardone, già autrice per Salani di La ricetta del cuore in subbuglio (2013) e Una rivoluzione sentimentale (2016), racconta con delicatezza e sensibilità, attraverso la voce di un bambino che diventa adulto, una pagina di storia italiana per anni dimenticata. Nel dopoguerra, grazie al Partito Comunista, diverse famiglie del Nord aderirono a un piano per accogliere temporaneamente nelle loro case bambini del Sud Italia provato dalla fame e dall’indigenza. Una storia di dignità e solidarietà straordinaria, difficile da immaginare nelle nostre vite di oggi.

Amerigo, il protagonista de Il treno dei bambini, ha sette anni nel 1946 quando saluta la madre Antonietta (una donna che «di carezze non ne ha mai avute e perciò non ne tiene da dare») e parte per quello che si rivelerà essere un vero e proprio “viaggio dell’eroe”. Lo sguardo vispo e un po’ preoccupato, si lascia alle spalle i giochi nei vicoli dei Quartieri Spagnoli per andare incontro a un nuovo destino. Al Nord troverà una famiglia non convenzionale, che lo accoglierà facendolo sentire per la prima volta a casa. A Modena ci sono Derna, una giovane militante del partito dal piglio deciso, la cugina Rosa, il marito Alcide e i loro figli con quei nomi così strani, Rivo, Luzio e Nario. «Dice il padre - racconta Amerigo stupito - che quei nomi se li è inventati proprio lui e non ci stanno tra i santi del calendario, perché lui manco ci crede ai santi. Al calendario sì, a Dio no. Dice che così, quando li chiama tutti insieme, fanno la parola: Rivo-Luzio-Nario!». Con loro scoprirà il piacere dello studio e la passione per la musica.

Il treno dei bambini di Viola Ardone

È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l'intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un'iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l'ultimo conflitto.

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Ma cambiare il corso della propria vita non è mai un percorso semplice e indolore. E quando Amerigo torna a Napoli dopo i mesi passati al nord, le scarpe lucide e non bucate fanno di nuovo male; a tavola, al posto dei formaggi e dei salumi, tornano un bicchiere di latte e il pane del giorno prima, «tutta la vita si è ristretta di nuovo». È il destino di molti di questi bambini, che come dice saggiamente l’amico di Amerigo, Tommasino, sono ormai «spezzati in due metà». Ad indicare la via al protagonista sarà proprio un violino e le sue note chiare e decise. Su quelle note, Amerigo immagina un altro finale, prende una decisione che sarà in grado di definire una nuova identità. Non senza grande sofferenza.

Dovrà tornare a Napoli da adulto, tra le strade chiassose del rione che ha lasciato in gioventù, in quei vicoli «dove è sempre mezzogiorno, anche la notte» e dove la vita non smette mai, pure se tra le macerie della guerra, per fare pace con la sua storia e le sue origini e capire che, a volte, ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene.

Il treno dei bambini prende spunto da un’ esperienza storica reale: il viaggio di molti bambini meridionali dal sud verso il nord per sfuggire nel dopoguerra a fame e analfabetismo, organizzato nel dopoguerra da un Partito Comunista all’apice della sua fortuna politica.

Una pagina poco conosciuta della storia del nostro Paese che viene qui raccontata dalla voce di un bambino. Come sei arrivata a questa storia?

Direi che è la storia ad essere arrivata a me! L’ho ricevuta come un dono da un signore molto anziano e sono rimasta incredula, ho pensato all’inizio che si trattasse di una sua esperienza personale. Solo dopo, studiando e documentandomi, ho capito che si era trattato di una migrazione di massa di bambini dalle zone più povere e disastrate dalla guerra. Una gigantesca operazione di solidarietà e accoglienza.

Oggi un esperimento di solidarietà di questo genere sarebbe impensabile…

Me lo sono chiesta… Le famiglie che allora accoglievano questi bambini non erano più buone o migliori di quelle di oggi. Credo che nella società di allora ci fosse un rapporto di fiducia tra il Partito e i suoi elettori. C’era una cultura dell’accoglienza, che si realizzava in azioni concrete per far fronte a delle emergenze concrete: fame, abbandono, malattie.

Ci racconti cosa è successo a Francoforte con Il treno dei bambini? Il tuo libro è stato protagonista di un vero e proprio caso editoriale all’ultima Fiera. Perché credi che la storia abbia riscosso così tanto successo?

A Francoforte io non c’ero, ma il mio telefono in quei giorni era caldo! La mia agente che era lì mi informava quasi di ora in ora dei nuovi Paesi interessati al libro. Al momento ne sono diventati 27… Mi sono stupita di questo successo, inizialmente. Il mio libro, dopotutto, racconta una storia molto locale. Ma poi ho capito che questa vicenda poteva trovare dei parallelismi con altre simili avvenute all’estero. La macchina della solidarietà, quando si attiva, non ha lingua né nazionalità. E poi c’è il rapporto tra Amerigo, il piccolo protagonista del romanzo, e sua madre di fronte a una separazione dolorosa ma necessaria. Anche questo è un tema universale.

Amerigo Speranza. Il nome del tuo protagonista racconta già molto della storia a cui hai dato voce…

Quando la madre di Amerigo, Antonietta Speranza, si presenta alla sede del Partito comunista per iscrivere il figlio nella lista dei bambini che partiranno sul treno, la donna che la accoglie le dice: “Speranza… e a voi è rimasta solo quella”. Ecco, nel cognome di questa donna (e del suo bambino, che non ha mai conosciuto suo padre) c’è già un destino, di bisogno ma anche di riscatto, che sono i due volti della speranza.

Dai Quartieri Spagnoli Amerigo inizierà il suo viaggio insieme ad altri bambini su un treno che lo porterà dalla sua nuova famiglia in Emilia Romagna. Quanto dolore c’è in una madre che deve salutare il figlio per farlo crescere da altri genitori più fortunati? La storia di Antonietta, la mamma di Amerigo è la storia di una donna a cui la vita ha fatto ben poche carezze e che quindi ne ha poche da dare al figlio…

Antonietta è una donna che ha patito molto. Prima di avere Amerigo ha già perso un figlio, ammalatosi piccolissimo; ora si trova a crescere un bambino senza un uomo accanto e senza un lavoro. Si arrangia come può, cerca di tenersi a galla. Ma appena intravede un’opportunità la coglie al volo. Nonostante le donne del vicolo paventino che i bambini saranno deportati in Russia e torturati, lei decide di fidarsi. È animata dal coraggio della disperazione. Un sentimento che forse noi oggi non riusciamo a comprendere perché per fortuna non siamo stretti dal bisogno. Se penso a quelle donne che si imbarcano con i loro bambini piccoli o che li affidano alle onde del mare con la speranza, appunto, che si salvino dalla guerra, dalla miseria, dalla malattia, penso ad Antonietta. La sua carezza a suo figlio consiste nel lasciarlo andare.

Ci sono poi altre figure femminili perfettamente tratteggiate nel tuo romanzo: Margherita Criscuolo, la partigiana, la Pachiochia e la Zandragliona, che condividono con Amerigo la vita nel rione. Hai inoltre uno sguardo molto attento sulla questione femminile nel partito comunista dell’epoca. Derna, una donna votata alla politica che diventa una vera e propria madre per Amerigo, è una donna di partito, spesso ostacolata dai suoi colleghi maschi e che insegna ad Amerigo a cantare “Sebben che siamo donne, paura non abbiamo…”. Cosa hai voluto dire attraverso queste donne?

Il nome di Derna mi è stato ispirato da Derna Scandali, una sindacalista marchigiana che partecipò anche lei a questa grande operazione di solidarietà nazionale, ospitando un bambino pugliese. Nel Partito comunista dell’epoca vigeva un nascosto maschilismo: la politica, quella seria, era una questione da uomini; alle donne erano affidati ruoli marginali. Invece queste donne, Maddalena, Derna e tante altre, erano in prima linea. Per questo faccio cantare loro un antico canto di lotta femminile in cui le donne si incitano le une con le altre a non aver paura e a unirsi tra loro.

Quello di Amerigo ne Il treno dei bambini è un vero e proprio “viaggio dell’eroe”, un percorso di crescita e maturazione che lo vedrà affrontare un grosso cambiamento per poi riappacificarsi con se stesso e il suo passato. La strada del ritorno lo riporta a casa, ormai adulto. Il tuo è un grande romanzo sulle scelte e sulle decisioni da prendere, che formano in maniera irrimediabile la nostra identità. Trovo che il treno sia un simbolo forte di questa discesa dentro se stessi e del viaggio in generale…

Volevo che il viaggio di Amerigo avesse anche il biglietto di ritorno, che tornasse a casa da adulto per fare i conti con il proprio passato: la separazione, l’idea di essere stato allontanato da sua madre, il sospetto, soprattutto, di essersi preso una vita non sua, di aver rubato un cognome che non gli apparteneva. Così ripercorre lo stesso viaggio a ritroso, con qualche sorpresa finale…

C’è un altro simbolo che percorre tutto il libro. Amerigo bambino guarda le scarpe della gente. “Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio”. Per lui che scarpe sue non ne ha mai avute ma ha sempre portato quelle degli altri, sarà una novità poterne possedere di nuove e lucide. Ma le scarpe continueranno a fargli male anche da adulto…

I bambini hanno delle piccole ossessioni. Mio figlio, sette anni e mezzo, vuole indossare sempre un unico paio di scarpe per volta, fino a quando non si consuma e bisogna comprarne uno nuovo. Anche Amerigo è fissato con le scarpe, pure perché non ha altri giochi da fare e quindi mentre cammina per i suoi vicoli fa il gioco di scarpa sana/scarpa bucata. Le scarpe sono una grande metafora: chi ha scarpe rotte non può andare lontano. Chi ha scarpe scomode cammina male. E Amerigo, anche da adulto, continua a sentirsi nelle scarpe sbagliate. Come se, nonostante il suo successo, fosse un impostore, uno che, appunto, cammina con scarpe che non sono le sue.

La differenza tra l’Amerigo bambino e l’Amerigo adulto è segnata nel romanzo anche dal cambiamento della lingua. Dal dialetto napoletano del bambino dei vicoli, si passa all’italiano corretto del musicista ormai affermato, cresciuto ed educato al nord.

Quali sono stati i modelli letterari che ti hanno permesso di immergerti nel clima della tua città, Napoli, riuscendo a tratteggiare luoghi, abitudini e caratteri in maniera così precisa?

Ho letto e riletto i romanzi scritti da autori napoletani dell’epoca. Ho richiamato alla memoria ogni voce, ogni suono che mi consentisse di ricreare la musica giusta: canzoni, teatro, film. E poi ho avuto nella testa, dall’inizio alla fine, le voci delle mie nonne, che vivevano in quartieri popolari della città e che mi incantavano con i loro modi di dire, l’ironia, la dolce prosodia del loro parlare.

E la tua infanzia invece come è stata? Hai sempre abitato a Napoli?

Sono nata a Napoli e ho abitato quasi sempre qui. Da bambina ero schiva e taciturna, avevo pochissime amiche, amavo inventare storie, ho sempre avuto una grande fantasia.

Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Non ricordo mai di un periodo della mia vita in cui non abbia desiderato fare la scrittrice. Era l’unico sogno che avevo. Ho sempre scritto, fin da bambina. Storie, diari e anche poesie.

Alla professione di scrittrice affianchi il lavoro quotidiano come insegnante nella tua città. Pensi che la scuola al giorno d’oggi possa essere un esempio di quella dignità e di quel prendersi cura in tutti i sensi che caratterizzava l’esperimento sociale e culturale che racconti ne Il treno dei bambini?

La scuola è un enorme incubatore di vite umane, di destini, di possibilità. Massimo Recalcati nel suo bellissimo “L’ora di lezione” sostiene che un’ora di lezione può cambiare una vita. È un’affermazione provocatoria ma non lontana dalla verità. Ogni giorno incanto e vengo incantata dai miei alunni e durante la lezione nascono idee e pensieri originali ed emozionanti. Quello che mi dispiace è che l’incanto della scuola resti il frutto di un rapporto magico che a volte (non sempre, purtroppo) si instaura tra insegnante e alunni e tra gli alunni stessi. Invece dovrebbe essere proprio la scuola a incantare: le scuole dovrebbero essere belle, accoglienti, le aule invitanti, le strumentazioni all’avanguardia, il tempo scuola raddoppiato, i libri di testo gratuiti. La scuola dovrebbe essere oggetto di un grande investimento economico, oltre che umano.

Cosa ti hanno insegnato i tuoi alunni?

A sbagliare, a correggersi, a migliorare, a sbagliare ancora e a non smettere mai di imparare. E a non farsi scoprire, in caso di marachelle!

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