Skip to Main Content
Immagine di copertina

Tutti hanno bisogno di un paese

Di Ece Temelkuran • luglio 26, 2019

“Siamo molto soddisfatti dei risultati delle elezioni. Ma la verità è che potrebbero volerci decenni per riprendere il paese a cui appartenevamo... ammesso che succeda.”


Il 23 giugno, la sera delle elezioni del sindaco di Istanbul, Çağıl, una giovane collega nonché cara amica, mi ha inviato questo messaggio.

Dopo anni di lotte, la vittoria “plateale” dell’opposizione contro il regime autoritario era finalmente arrivata. La città era come un enorme carnevale che mostrava il suo vero io, il suo volto variopinto e privo di paura. Si è aperta una crepa nel muro del vecchio regime oppressivo e il cambiamento avvenuto da un giorno all’altro nel clima politico era ben visibile. Nel corso di quella notte, “Tutto andrà bene” non era più soltanto lo slogan elettorale dell’opposizione; decine di migliaia di cittadini nelle piazze provavano l’immensa gioia del ritrovare la fede in loro stessi, nella vita, negli altri cittadini. Si può capire ciò che intendo solo dopo aver subito anni di follia politica capaci di far impazzire anche le masse all’opposizione. Alla fine, la propria fede nell’umanità viene danneggiata in modo irreparabile e si comincia a sospettare che gli umani siano malvagi nell’animo, creature essenzialmente banali e irrimediabilmente ignobili. Ed è necessaria una determinazione enorme per resistere alla tentazione di seguire la corrente.

Çağıl, come quelli che hanno lasciato il paese e tornano a farvi visita solo di tanto in tanto, parlava della generale rozzezza delle persone, della volgarità della vita in strada e di una mancanza di gentilezza senza precedenti. Molti che non l’hanno vissuto in prima persona potrebbero immaginare l’autoritarismo soltanto come un fenomeno politico, quando invece i suoi danni più duraturi avvengono nei vasi capillari della vita e distruggono i consensi di base delle interazioni umane. Quando un paese raggiunge simili livelli di bassezza è impossibile che ne resti inalterato. La terra rimane intatta sulla mappa ma l’essenza che fa di quella terra un Paese viene mutata.

Non ho potuto dire a Çağıl che è impossibile “riprendersi il paese”. C’è una nuova normalità politica e morale e il tempo – finché non saremo in grado di piegarlo coi viaggi temporali – può procedere solo verso il futuro, verso l’ignoto. Non sono riuscita a dare voce alla verità: la normalità attuale non accetterà persone come noi a meno che, in quanto soggetti politici, non siamo determinati a plasmarla in modo diverso e forzare uno spazio per noi.

***

Se solo ci fosse un paese costruito sui ricordi degli esiliati; i ricordi spogliati delle banalità anno dopo anni, solo per conservare la semplice ma indistruttibile gioia di “essere di nuovo a casa”...

***

“Nessuno ha più un Paese.”

Tatiana ha 28 anni, viene dalla Lituania. È depressa come chiunque lavori per una famiglia londinese e deve alloggiare in una casa dove nessuno parla la sua lingua madre. Ecco perché tiene sempre il cellulare in tasca di giorno e accanto al cuscino di notte. Nessuno le chiede come si sente, perché è stata assunta dall’agenzia migliore per lavorare nelle migliori condizioni possibili; la riconoscenza che ci si aspetta da lei la sfinisce. Cucina delle torte ogni volta che la noia si fa insostenibile, ma non le mangia mai. Le sue sorelle si trovano in altri Paesi: una è in Irlanda, l’altra è in Belgio e suo fratello è in Canada. Ecco perché mentre mescola i rossi d’uovo e lo zucchero si ferma e mi dice: “Nessuno ha più un Paese.” Non si rende conto che, di fatto, sta esprimendo una delle sfide più centrali dei nostri tempi. Dopo aver infornato la torta, mi aiuta a scegliere un abito adeguato per il discorso che dovrò tenere alla Camera dei Lord di lì a poche ore.

“Ma tutti hanno bisogno di un paese”, dice Lord Maurice Glassman, ed è per questo che sostiene la Brexit. In risposta, cito Spinoza e il suo concetto di amicizia:

“Poiché gli stati nazione stanno andando in pezzi per i più disparati motivi, non dovremmo trovare nuovi modi per legarci non necessariamente alla terra, quanto piuttosto gli uni agli altri? È possibile che il concetto di amicizia funga da nuovo legame politico tra le persone, come un tempo fu il concetto di cittadinanza?”

Non conosco la risposta, così ci ho ragionato su in modo schietto con Lord Glassman. Dopo l’evento, mi ha accompagnata attraverso i complessi passaggi segreti di Westminster (“Non dimenticare che questo è un palazzo, pieno di accessi segreti”) fino a ritrovarci sulla grande balconata, a fumare una sigaretta e a goderci le luci sul Tamigi. La domanda resta: come gestire il senso d’appartenenza quando la terra trema come nel 21simo secolo? Siamo nel febbraio del 2019 e metà dei cittadini inglesi e quelli degli altri paesi europei sperano di riavere il loro paese – o quello che sognano come tale, una volta che si saranno calmate le acque del nuovo Zeitgeist. A milioni, in Europa, cercano di curare l’ansia provocata dal crollo dell’establishment fortificando le istituzioni in rovina attraverso una nostalgia politicizzata. Il motto è lo stesso dappertutto: “Riprendiamoci il nostro Paese”.

***

Tatiana mi ha chiesto come fosse andata, per pura educazione. In realtà non vedeva l’ora di raccontare la propria storia, che ora le allarga il sorriso in modo incontrollabile. Ha appena ricevuto una proposta di matrimonio su Facetime da un compatriota che vive in Irlanda, una felicità da lungo attesa. Dopo aver finito di raccontarmi i dettagli più femminili e succosi della storia, mentre entrambi sbocconcelliamo la torta, le chiedo: “Wow, in Irlanda? Quindi non tornerai a casa?” “Non c’è nessuna casa dove tornare”, risponde, quasi sorpresa di una domanda tanto ingenua. Ingenua come la Camera dei Lord che finge di non sapere che i primi ad assaggiare il vero sapore di un’epoca sono coloro che non hanno pareti per proteggersi dalle tempeste del presente che tutto trasforma. Da quelle persone che sono costrette a spostarsi tra i confini tanto rapidamente quanto il denaro, per cercare di prenderne almeno un po’, almeno qualche briciola della torta. A cominciare da quei paesi che non sono nella fortezza dell’Europa. Poi, quando la polvere del tempo velerà ogni paese, anche da quelli con i bastioni più alti.

***

Se solo Parigi potesse essere imperitura come nei flashback del film Casablanca. Indistruttibile come nella frase: “Avremo sempre Parigi”. Ma non avremo più Parigi, non nel modo in cui la conosciamo. È impossibile riavere l’Europa a cui un tempo appartenevamo, a meno che – in quanto soggetti politici determinanti – non ci creiamo un po’ di spazio a gomitate.

***

Il momento è vicino. La parte della storia umana, che ironicamente chiamiamo post-umana, sta per cominciare. Il corpo umano è troppo fragile per le sfide del prossimo futuro. Dobbiamo fortificare i nostri corpi per esplorare lo spazio e in esso trovare un nuovo rifugio per la razza umana. Avverrà prima di quanto ci piaccia pensare e saremo felici di poter produrre riproduzioni di noi stessi sotto forma di androidi. Una delle sfide sarà trasferire l’esperienza umana nei nostri nuovi corpi. Verrà un momento in cui la razza umana dovrà decidere cosa inserire e cosa no della propria esperienza nella sua versione androide. I file superflui verranno cancellati durante il trasferimento. Sarà questa la domanda più grande della storia umana: stabilire cosa c’è di buono e indispensabile nella razza umana e cosa non vale la pena di essere trascinato sul nuovo pianeta. Anche se converremo su chi dovrà prendere la decisione, essa sarà da compiere comunque: sono solo l’amore, la compassione e tutti quei valori lodati da ogni religione a renderci umani? Che ne faremo dell’energico sapore della violenza, delle dolci fiamme dell’invidia, del sensuale rancore e dell’odio tracimante?

Magari i ricordi più belli della razza umana potessero costruire il post-umano. Sarebbe la migliore delle civiltà, ma non avrebbe un posto per noi. A meno che, spontaneamente o no, non fossimo disposti a trasformare chi siamo.

***

È impossibile recuperare il tempo, il paese che un tempo avevamo o gli umani che eravamo. Perciò la domanda sarà: cosa, nel ricordo del tempo, del paese e del lato umano, varrà la pena di salvare per i tempi a venire? Cos’è indispensabile nell’idea di casa? Anche se suona molto “accogliente”, la domanda ci impone di ricordare che siamo noi i soggetti politici col dovere di compiere la decisione. Ciascuno di noi.



Ece Temelkuran è scrittrice, giornalista e commentatrice politica turca, per anni collaboratrice di testate importanti come «Milliyet», «Habertürk» e «CNN International». È seguita su Twitter da quasi tre milioni di persone. I suoi articoli sono stati tradotti e ripresi tra gli altri da «The Guardian», «The New York Times», «New Statesman». Nel 2012 è stata licenziata dal «Habertürk» per aver riportato il massacro di curdi al confine tra Turchia e Iraq.


© 2019 Fabio Gamberini, per la traduzione

Come sfasciare un paese in sette mosse di Ece Temelkuran

Ece Temelkuran è una delle voci politiche europee più influenti del momento.

«Visionario, terribilmente familiare. Una lettura fondamentale per chiunque abiti sul pianeta Terra. »
Andrew Sean Green, premio Pulitzer

Visualizza libro

Segui la pagina @kobobooks su Instagram

Starfield Library is located in the largest underground shopping centre in Asia. With over 50,000 titles, the library includes books, magazines, and iPads for digital reading. Off to Seoul we go 🇰🇷✈️ #thekobolife (📷 @kaetch) Tech essentials when backpacking: 
selfie stick ✔️ travel adapter ✔️
laptop ✔️
Kobo ✔️ (📷 @kampui) PORTRAIT OF A READER with @lisa.marie.holmes📚 ⁠
Kobo User Since: 2016⁠
"It was Diana Gabaldon's OUTLANDER series that made me fall in love with reading." ⁠What are Lisa's book recommendations? Link in bio #thekobolife #portraitofareader (📷 @tedbelton)⁠

Hai bisogno di contattarci?

Richieste e assistenza clienti Richieste media

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.