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Lettera a Lou von Salomé, musa di Nietzsche e Freud

Di Francesco D'Isa • maggio 06, 2020

Lou Andreas Salomé. Ti ho incontrata di recente in Freud, la serie Netflix ispirata al fondatore della psicanalisi (o per meglio dire a un suo omonimo viennese), dove vesti i panni dell’affascinante e tormentata medium posseduta da un demone con un nome ridicolo. Ti ho intravista in un film in cui ti dipingono come una femme fatale ribelle e anticonvenzionale – dico “intravista” perché sembravi un’Amelie dei primi del novecento e non ho superato il trailer. Ti ho googlato, ovviamente, per trovare sempre la storia dell’affascinante russa che strega tutti gli uomini geniali senza mai concedersi. Filosofi, poeti, sociologi, psicologi, politici, giornalisti, economisti, medici... tutti si innamorano di te dopo una manciata di secondi. F. Nietzsche ci ha provato con te appena ti ha visto («Cadendo da quali stelle siamo stati spinti qui, l’uno incontro all’altra?», disse il marpioncello), mentre Paul Rée si è fatto zerbino dopo un istante. E poi R. M. Rilke, Ferdinand Tonnies, Gerhart Hauptmann, Franz Wedekind – due uomini meno celebri si sono persino uccisi per te. Hai attratto anche Freud e pare che solo il vecchio Tolstoj fosse immune al tuo fascino. Ho cercato qualche ritratto; i tuoi colori sono annegati nel seppia delle fotografie, ma le forme emergono con decisione dai contrasti delle ombre. Hai un viso regolare, privo di difetti o sbavature. Se non fosse per gli occhi, che tradiscono l’agilità della tua mente, avresti la bellezza poco invadente delle modelle pubblicitarie delle stock photos – più che bella sei uno schermo dove proiettare la bellezza.

Ecco, ci sono cascato anch’io, ti ho descritto come lo specchio di altri. Eppure se hai ispirato le migliori menti della tua epoca avrai pur avuto qualcosa da offrire, oltre la semplice malia… d’altra parte chiunque abbia amato più di una volta sa che l’unica magia nella passione è la facilità con cui ci fa cedere, nel bene e nel male, a meccanismi elementari. Il tuo più celebre pretendente ti scrisse che «due persone si innamorano perché l’intimo di una è la cassa di risonanza in cui riecheggia ogni suono intonato nel petto dell’altra. Oppure si innamorano perché scoprono che nel loro intimo sono intonati gli stessi suoni. Nel primo caso l’armonia è una conseguenza dell’amore, nel secondo l’amore è una conseguenza dell’armonia» (Triangolo di lettere, Adelphi). Sei stata definita come la cassa di risonanza di questo o di quel genio, ma come tutti anche tu possedevi una musica, coi suoi accordi e disaccordi. Come la tua omonima, che danzò alla corte di Erode per la testa di Giovanni Battista, ti è concesso ballare ma non cantare.

Triangolo di lettere di Friedrich Nietzsche, Paul Rée, Lou von Salomé

«L’idea dei tre, di vivere in comune per mandare avanti un progetto di studi filosofici, diventa a un certo punto un grandioso pettegolezzo collettivo. Madri e sorelle, amici e conoscenti si rilanciano attraverso un’Europa ancora sonnacchiosa e vittoriana la grande questione: Nietzsche è forse impazzito? Tra equivoci da vaudeville, viaggi a Bayreuth per sentire il “Parsifal”, incontri e incomprensioni tra Roma, Lucerna e Lipsia, la storia si ingarbuglia. Sia Nietzsche che Rée si innamorano della “giovane russa”

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Elizabeth, la sgradevole sorella antisemita di Nietzsche, scrisse che «di una sola persona non riesco a ricordare nulla di buono, proprio della signorina Salomé, che è troppo meschina e troppo ridicolmente tronfia di parole vuote e bugie». Fritz (così era soprannominato Nietzsche dalla sorella), una volta deluso, ti definisce una «scimmietta rinsecchita, sporca e puzzolente, coi seni finti». Poco elegante da parte tua, caro Fritz. E ancora:

"A voce e per lettera mi avevano descritto la sig.na Sua figlia come un essere quasi troppo buono per questo mondo, una martire della conoscenza fin dalla fanciullezza, pronta a sacrificare ogni felicità, ogni agio della vita, e addirittura la salute, per un unico fine, la verità; del tutto disinteressata, addestrata a una lunga scuola di abnegazione. Non voglio parlare di quali sforzi io abbia fatto per mantenere viva almeno l’ultima sfumatura di quest’immagine e quanto, ciò facendo, abbia dovuto dimenticare e perdonare".

La “signorina sua figlia” – anche tua madre aveva una così tremenda opinione di te? In realtà dalle sue lettere non emerge che affetto, sempre accompagnato da una sincera preoccupazione per le sorti di una ragazza dalle attitudini così inadeguate alla società in cui è nata. Quanti consigli chiedeva in merito! E sono proprio le risposte che riceveva a offrire gli indizi più preziosi per indagare la tua natura. Così ti descrive Emanuel Biedermann (mio il corsivo):

"Pur riconoscendo pienamente la sua aspirazione al sapere, il non comune talento e l’energia che vi profonde, le ho tuttavia fatto presente che [...] la professione dello scrittore puro io non potrei consigliarla a nessuno – e tanto meno a una donna – come attività idonea a conseguire tutto ciò. Se dovessi riassumere in poche parole l’impressione che ho riportato al mio primo rivederla, ecco che cosa direi. La signorina Sua figlia è una donna del tutto eccezionale: è dotata di un’infantile purezza e schiettezza d’animo e nello stesso tempo di un’assai poco infantile, direi poco femminile orientamento dell’intelletto e indipendenza della volontà, e sotto entrambi gli aspetti è un diamante".

Dunque, dove sbagliavi? Temo che fossi semplicemente inadatta (e giustamente) al ruolo marginale riservato al tuo genere, perchè, come hai scritto, «io non posso vivere secondo un modello, e nemmeno potrò mai essere un modello per chicchessia, ma costruirò la mia vita a mia immagine, e lo farò certamente, costi quel che costi». Sei morta da quasi un secolo e i cadaveri non possono sedurre, quindi non corro alcun pericolo nell’indagare se la tua fama stregonesca è dovuta a una potenza diabolica o è la consueta etichetta con cui le società patriarcali emarginano le donne controcorrente. Non fraintendermi, dalle tue lettere emerge un atteggiamento che ti rende l’ultima delle persone di cui ci si augura di innamorarsi, perché reiteravi una dinamica di illusione e negazione. Non lo facevi per denaro o tornaconto, mi pare, dato che nessuno ne fa cenno. E a dirla tutta non ho trovato nulla di seducente nei tuoi carteggi, anzi, era forse proprio questo a far impazzire i tuoi uomini. Cosa ha spinto Fritz a descriverti come segue, in un momento di maggior calma ma sempre di rabbia?

Per la grande forza della sua volontà e l’intelligenza assolutamente originale, era predestinata a qualcosa di grande; certo, per la sua moralità pratica, il carcere o il manicomio potrebbero essere i luoghi più adatti a lei. A me ella manca, perfino con i suoi difetti: noi eravamo abbastanza diversi da poter trarre sempre qualcosa di utile dai nostri colloqui, non ho mai trovato nessuno così libero da pregiudizi, così intelligente e così preparato per il mio genere di problemi.

Il “carcere e il manicomio” li meritavi per la colpa di far innamorare i tuoi pretendenti – o di illuderli, nella peggiore delle ipotesi. Un po’ fortina come pena. Avrai avuto i tuoi nodi, o forse non avevi trovato la giusta persona da amare. Non sarò io a psicanalizzarti – d’altra parte lo ha fatto lo stesso Freud – ma permettimi di dire al caro Fritz che anch’io ho vissuto i miei amori infelici e so che se ci si avvicina alla persona sbagliata si deve biasimare soprattutto se stessi.

Se per alcuni era un pericolo innamorarsi di te, altri potevano limitarsi a godere della tua mente, ma non è il ruolo che si addice a una donna. Perdonami se finora mi sono intromesso nei tuoi affari privati, ma d’altra parte, come ti scrisse Nietzsche, «la Sua idea di una riduzione dei sistemi filosofici ad atti personali dei loro autori è proprio un’idea uscita da un cervello fraterno: io stesso a Basilea ho esposto la storia della filosofia antica in questo senso, e amavo dire ai miei uditori: “Questo sistema è confutato e morto – ma la persona che vi sta dietro è inconfutabile, la persona non si può far morire”».

Ascoltiamo dunque le tue opere, a partire dalla biografia che hai scritto alla scomparsa di Nietzsche, la prima a essere pubblicata assieme all’infausta opera della sorella. Per quel poco che posso capire, hai colto la filosofia e l’uomo dietro di essa come pochi altri, in un testo che tu stessa hai definito «un’indagine di psicologia religiosa; [perché] è solo nella misura in cui si riesce a far luce sull’ambito della psicologia della religione che partono chiari fasci di luce sul significato del suo carattere, sulla sua sofferenza e sulla sua autobeatificazione». La tua descrizione dell’aspetto fisico del filosofo ne tratteggia allo stesso tempo il pensiero ed è così bella che la riporto quasi per intero:

All’osservatore frettoloso la sua figura non presentava infatti nulla che desse nell’occhio: l’uomo di media statura, dagli abiti estremamente semplici, ma anche estremamente curati, dai tratti distesi e dai capelli castani pettinati all’indietro, poteva facilmente passare inosservato. Il contorno della bocca, sottile e quanto mai espressivo, veniva quasi interamente nascosto dai grossi baffi pettinati in avanti; aveva una risata sommessa, un modo di parlare senza fragore, un’andatura cauta e meditabonda con le spalle che un po’ s’incurvavano; era difficile immaginarsi un uomo del genere in mezzo a una folla: portava su di sé il segno di chi resta in disparte, di chi sta da solo. Di incomparabile bellezza e di tale nobiltà di forma da attirare involontariamente lo sguardo erano invece le mani di Nietzsche, delle quali egli stesso credeva che rivelassero il suo spirito. [...] Anche gli occhi di Nietzsche erano rivelatori. Benché semiciechi, non possedevano nulla di quel carattere indagatore, ammiccante, involontariamente importuno che è proprio di molti miopi; parevano semmai i guardiani di autentici tesori, di muti segreti che nessuno sguardo indiscreto avrebbe dovuto violare. La debolezza della vista conferiva ai suoi tratti un incanto del tutto particolare poiché, invece di riflettere le impressioni esteriori e cangianti, restituiva soltanto quel che egli traeva da dentro di sé. Questi occhi guardavano verso l’interno e al tempo stesso - ben oltre gli oggetti più vicini - lontano o, meglio, al suo interno come in una lontananza.

Umano troppo umano, Così parlò Zarathustra (...) di Friedrich Nietzsche

«Quando Zarathustra ebbe trent’anni, abbandonò il suo paese e il lago del suo paese e andò sulla montagna. Qui godette del proprio spirito e della propria solitudine, e per dieci anni non se ne stancò. Ma alla fine il suo cuore si trasformò e un mattino egli si levò all’aurora, si pose di fronte al sole e così gli parlò.»

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Una materia più complessa è quella dei tuoi saggi (La materia erotica, Mimesis). Letti come testi scientifici, pur contestualizzati nella loro epoca, non mi hanno appassionato, soprattutto quelli di stampo psicoanalitico. Ma non credo sia il modo giusto di leggerli, dato il tuo originale sincretismo tra filosofia, scienza e poesia. Ecco un esempio della tua prosa scienti-poetica:

"Nella coniugazione degli organismi unicellulari (che di tanto in tanto sembra essere alla base anche della loro autoriproduzione) i due nuclei cellulari si fondono totalmente tra loro formando così il nuovo essere, mentre alla periferia della vecchia cellula soltanto una piccola parte di materia vivente si stacca morendo: la procreazione, il figlio, la morte e l’immortalità coincidono ancora in un solo momento".

L’erotismo (L’Erotismo, Vanda), che così spesso suscitavi senza provare, è uno dei tuoi temi principali, ma, da come ne parli, la tensione sembra più mistica che carnale:

"Nei canti d’amore più belli vive qualcosa di questa potente emozione, come se l’oggetto amato non fosse più soltanto se stesso, bensì anche la foglia che trema sull’albero, il raggio che si riflette sull’acqua – una sensazione trasformata in tutte le cose e che trasforma tutte le cose – un’immagine fatta esplodere nell’infinità del tutto, cosicché ovunque vogliamo andare ci troviamo sempre in patria".

Forse non era malizia, la tua, né malattia o desiderio di indipendenza, ma volevi letteralmente «essere nella pelle di tutti gli uomini», non come una Circe ma come santa Teresa – la storia delle tue conquiste coincide con la tragedia della tua estasi mancata. Come leggere altrimenti passi come questo, in cui scrivi che

L’erotico assume una posizione intermedia tra i due grandi gruppi di sentimenti dell’egoismo e dell’altruismo [...] questi due opposti princìpi, che in superficie si presentano separati e inconciliabili, alla radice si trovano invece uniti dalla più profonda dipendenza, e l’affermazione di chi si dissipa: «Voglio essere tutto!», come quella dell’avaro-avido: «Voglio avere tutto!» hanno lo stesso significato di suprema comunione col tutto.

L'interpretazione dei sogni, Tre saggi sulla sessualità di Sigmund Freud

Sono qui raccolti tre saggi fondamentali di quella vera e propria rivoluzione del pensiero che fu la psicoanalisi. Grazie a L’interpretazione dei sogni (pubblicata nel 1900) il misterioso territorio dell’inconscio cessava di essere un regno fumoso e indefinito da indagare senza bussola, per acquistare una geografia e una toponomastica ben precisi; il sogno diventava un labirinto di simboli da esplorare per illuminare gli angoli bui della coscienza.

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Nietzsche ti ha più volte rivolto l’incitazione di Pindaro «Diventa ciò che sei!», ma anche lui, come altri grandi uomini che hai incontrato, voleva che diventassi ciò che eri per lui. È sempre stato così, sin dal tuo precettore Gillot, che voleva lasciare moglie e figlie (della tua età) per sposarti. Tu però volevi essere te stessa, senza per questo rinunciare ai tuoi affetti o metterti in competizione. Hai scritto che «la competizione intellettuale e pratica che [la donna] per principio può ingaggiare con l’uomo, il volere a tutti i costi provare che è uguale a lui in qualsiasi professione e che può fare bene quanto lui, è una vera e propria mostruosità, e l’ambizione che ne deriva è il sentimento più pericoloso che una donna possa coltivare». Con questo non intendevi che la donna doveva restare al suo posto – ricordi quando Ida Overbeck ti minacciò che «Lei sta entrando in conflitto con la società, con la famiglia, con la professione naturale della donna»? Semplicemente rivendicavi il diritto a un percorso spirituale il cui senso ultimo non fosse dimostrare qualcosa rispetto a questo o quell’uomo, ma la realizzazione della propria personalissima meta. Per quanto ti abbia letto, solo in alcuni brani autobiografici sono riuscito a trovare qualcosa che mi sembrasse autenticamente tuo (Sguardo sulla vita, SE).

Nei tuoi appunti scrivi, tutto in corsivo, che la tua esperienza più felice è stata la radicale sensazione che un unico, incommensurabile destino ci accomuna a tutto quanto esiste. Parli dell’«indistinguibilità del nostro destino, e non solo del destino degli uomini – un’indistinguibilità che in sé accoglie persino la polvere cosmica. E che, proprio per questa sua natura, mai potrà essere scalfita da criteri di giudizio e di valore emergenti nel corso della vita; quasi non restasse più nulla da giustificare, lodare o condannare dinanzi all’evidenza del suo esistere». Le tue parole sono mancate perché una società troppo attenta a zittire le donne non avrebbe mai saputo coglierne il silenzio, ma è ad esso che hai affidato i tuoi pensieri più grandi, perché «le nostre esperienze più elementari, più intime, non consegnano il loro segreto alle parole. Così, ciò che è davvero essenziale resta celato nell’inespresso». Cara Salomé, ti hanno descritto come un riflesso, ma sei tra le poche ad aver colto la natura degli specchi:

Quando dovevo fronteggiare [uno specchio], restavo quasi a bocca aperta vedendo così distintamente che io ero soltanto quel che mi stava davanti: un esserino limitato, imprigionato, costretto a cessare di esistere dinanzi a tutto il resto, persino dinanzi alle cose più vicine. Se evitavo di guardare nello specchio, questa impressione non era così cocente, e nondimeno qualcosa dentro di me negava il fatto che non facevo più parte di tutto il resto, ne ero stata estromessa, non potevo più trovarvi rifugio.

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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