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“Spero di non vincere lo Strega”. Conversazione con Jonathan Bazzi

Di Rosa Carnevale • giugno 30, 2020

Certi bambini crescono da soli, osservano, subiscono la realtà che li circonda, si nutrono di ciò che vedono e ascoltano in silenzio. Non sempre hanno accanto degli adulti che sanno guidarli, spesso il contesto in cui abitano li mortifica, li ingabbia o semplicemente non gli appartiene. Lo guardano con distacco e preoccupazione. A volte lo rigettano, cercano il modo per allontanarsene e risorgono.

Potrebbe sembrare la trama di Favolacce, l’ultimo film dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo e invece è la parabola dell’infanzia vissuta da Jonathan Bazzi, 35 anni, autore di Febbre, edito da Fandango. Nel libro di esordio, in lizza nella “sestina" al Premio Strega, la scoperta della sieropositività dell’autore diventa l’occasione per ripercorrere la storia della propria vita e le vicende della propria giovinezza in un memoir scritto con lucidità e determinatezza, con una lingua tagliente e in grado di trascinarci al centro di temi che da personali riescono a diventare universali. È il 2016, Jonathan, il protagonista del libro, frequenta l’Università e vive a Milano quando scopre di avere una febbricola insistente e costante che non se ne va. Dopo una serie di diagnosi errate e supposizioni catastrofiche, scoprirà di essere sieropositivo. Ma in Febbre, accanto alle pagine preziose dedicate all’HIV, ci sono quelle legate ai ricordi e alla costruzione di una vita. La famiglia, l’infanzia vissuta tra Rozzano e Milano, la solitudine di un bambino non guardato e così diverso dai propri coetanei. Jonathan si racconta senza filtri, scava in una storia personale che non fa sconti.

Febbre di Jonathan Bazzi

Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, Jonathan cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla redestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso.

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“Nasco il 13 giugno 1985”, scrive. “L’anno della grande nevicata, però io nasco in primavera, alle dieci e dieci di un giovedì mattina. Gemelli ascendente Leone, aria che soffia sul fuoco”. Un mix di contraddizioni già alla nascita, con un ascendente che offre forza e coerenza a un segno mobile e incostante. Per i giovani genitori, un figlio non desiderato ma esposto comunque come trofeo, nato di quasi quattro chili ma delicato, orgoglio e travaglio infinito per sempre. Negli anni Jonathan si trasforma, cambia pelle numerose volte, cerca una definizione, una scuola da frequentare, un modo di amare, una casa, una nuova vita lontano da quella che gli hanno assegnato. Jonathan si nasconde. La sua famiglia è di Rozzano ma lui è nato per caso a Milano, all’ospedale Niguarda. Rozzano rimane però un marchio a fuoco quasi indelebile sulla pelle, qualcosa da estirpare, da celare con tutte le proprie forze. Lì, al capolinea del tram 15 che porta in centro, le strade hanno nomi di piante e di fiori – via garofani, via verbene, via lillà, via dei giacinti - ma a sovrastare i palazzi fatiscenti delle case popolari è la gigantesca torre della Telecom, una presenza altissima e inquietante che ricorda che il verde è solamente un miraggio su cui incombe la fame di una città pronta a fagocitare.

“Vivo a Rozzano ma lo voglio nascondere. Non voglio che la gente sappia com’è davvero casa mia. Non voglio che nessuno veda questo palazzo con l’intonaco che viene giù a pezzi e la gente spaventosa affacciata ai balconi”. Quando qualcuno lo accompagna in macchina la sera tornando da Milano, Jonathan si fa lasciare prima di quei cortili di cui per anni si vergognerà.

Jonathan esonda, è un fiume in piena ma non riesce subito a trovare la sua strada. Non è semplice essere un bambino a cui piacciono i libri e le parole in un contesto dove i coetanei sembrano fatti con lo stampino. A Rozzano, ancora di più, non è facile crescere se sei omosessuale, non c’è spazio per tentennamenti e sfumature, soprattutto quelle di genere. Le regole sono semplici e chiare: “I maschi sono fatti in un modo – motorino, calcio, figa – le donne in un altro”. Così, la periferia diventa un modo di sentirsi ai margini emotivamente, una linea d’ombra pronta a far scomparire i suoi figli oppure, in rari casi, a farli crescere più sani e più forti.

Guardare dal centro infatti non aiuta a sviluppare e allenare uno sguardo laterale, una visione nuova sulla realtà frutto di indagini fatte da un osservatorio marginale ma inedito.

Jonathan cresce anche all’ombra della torre Telecom, sopravvive e porta avanti i suoi credo, ascolta quel bambino invisibile fino a dargli una voce nel mondo. Una voce lineare e forte anche se spezzata. La balbuzie, altro elemento di difficoltà negli anni della scuola e delle interrogazioni, diventa un modo di pensare e di scrivere da adulto. Un’occasione stilistica per costruire un pensiero solido, cadenzato ma non per questo frammentario. A vederlo oggi, finalista allo Strega con le sue camicie colorate, le collane di corallo e gli abiti firmati Valentino, sembra che Jonathan abbia trovato definitivamente il suo modo di esprimersi. Anche l’abbigliamento infatti diventa una chiara presa di posizione per chi ha abitato per anni quella periferia.

Certi outfit a Rozzano non passerebbero inosservati, violano un codice condiviso rivelando molto sui desideri e le intenzioni di libertà di chi li indossa. Abbiamo parlato anche di questo con Jonathan Bazzi, alla vigilia del Premio Strega 2020, in un’edizione che ha già contribuito a portare Febbre molto lontano.


Il tuo libro di esordio, Febbre, è dedicato “Ai bambini invisibili”. Chi sono?

Un po’ come tutto il progetto del libro, che parte dalla mia esperienza personale per poi cercare di intercettare l’esperienza di molti, anche la definizione di bambini invisibili poggia su quello che è stato il mio vissuto. Sono figlio di una relazione tra due ragazzi molto giovani: mia madre aveva 18 anni quando mi ha avuto e mio padre 21. Erano semplicemente fidanzati, si erano conosciuti nei cortili delle case popolari di Rozzano e si sono sposati mentre mia madre era incinta. La storia è finita nel giro di un paio d’anni e io, diventato in poco tempo il frutto di un progetto che non c’era più, sono andato a vivere con i nonni materni. Per questo vissuto, per le caratteristiche della mia famiglia e in generale del contesto in cui sono cresciuto, i bambini invisibili sono diventati per me quei bambini che non vengono visti o non vengono visti in quanto bambini, costretti ad assistere a situazioni e dinamiche relazionali che non sono misurate sulla loro età.

Può essere che in quei contesti diventino invisibili anche per loro volontà, che si mettano in un certo senso da parte?

Spesso queste situazioni vanno a creare dei cortocircuiti che interessano la questione dello sguardo degli altri su se stessi. Chi ha avuto storie del genere vive allo stesso tempo alla ricerca costante dello sguardo degli altri senza però riuscire sempre a soddisfare questa tensione. Capita quindi che si tenda a sviluppare poi una sorta di incapacità nell’apprezzare e nell’accogliere le attenzioni che ci vengono riservate e a non riuscire ad aprirsi più a quegli sguardi come a qualcosa di positivo.

C’è un preciso momento della tua infanzia o della tua giovinezza in cui hai iniziato a scrivere o a interessarti alla scrittura come mezzo?

Sono sempre stato un tipo piuttosto eclettico. Fin da piccolo mi interessavano moltissime cose diverse. Già da giovane mi appassionava il disegno tanto che poi ho studiato al liceo artistico e per un periodo sono stato iscritto anche all’Accademia di Belle Arti. Quando ho iniziato a scrivere ricordo che lo facevo su dei quadernoni dove compilavo delle vere e proprie storie illustrate. Abbinavo il disegno alla scrittura, avevo circa 9 o 10 anni. Poi sono arrivati l’innamoramento per la musica, il canto e la filosofia a distrarmi. Ci ho messo un po’ a soffermarmi in maniera esclusiva sulla scrittura. Per questo a volte dico che è stata la scrittura a scegliermi perché nelle mie peregrinazioni, nei miei giri fatti sperimentando vari mezzi espressivi è stata quella che si è mostrata più decisa nel catturarmi.

Dopo una fase di dispersione e anche di spreco di energie, la scrittura mi è sembrata il mezzo perfetto per esprimermi e nel quale far convergere anche gli altri miei interessi.

Nel 2016 ti viene una febbre che non va più via. Sarà dopo numerosi esami e con il terrore di morire prematuramente che scoprirai di essere sieropositivo. “Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”, scrivi. Il tuo libro parla anche di malattia. Ci tengo a sottolineare “anche” perché dentro c’è molto altro. L’HIV è però sicuramente uno dei temi che lo attraversa. Ci sono ancora molte cose che non sappiamo sul virus o di cui si parla ancora troppo poco?

C’è ancora molto forte l’idea che l’HIV riguardi soprattutto alcune identità o alcune categorie di persone e questo fa sì che in molti, a causa di questo tipo di inclinazione mentale, non si prendano cura della propria salute e non badino ai loro atteggiamenti. Una cosa poi che tengo sempre a sottolineare è che oggi le persone sieropositive che convivono con l’HIV ma che sono in terapia non trasmettono il virus. Si usa l’espressione U=U, undetectable equals untransmittable per spiegare che le persone con carica virale azzerata, cioè undetectable, non rilevabile, non sono contagiose.

Insieme alla sieropositività c’è un altro grande tema in Febbre: la tua infanzia vissuta in periferia. Rozzano che hai odiato e che ti odia si prende una gran parte delle pagine. Diventa quasi un personaggio con una sua voce all’interno del libro, una presenza ingombrante alla quale è difficile sfuggire. Oggi hai fatto pace con quelle strade e quei palazzi fatiscenti di Via dei Giacinti?

Da quando ho smesso di vivere a Rozzano, intorno ai 20-22 anni circa, ho cominciato ad accorgermi delle affinità che ho con questo luogo della mia infanzia, a riconoscere quello che devo a questo posto. È stato un processo non immediato e anche piuttosto lento. Quando abitavo lì riuscivo a vedere soprattutto le cose che non mi piacevano di Rozzano, quelle che detestavo o per cui addirittura mi vergognavo. Il mio sguardo oggi è sicuramente cambiato e quando mi capita di tornarci un paio di volte al mese (mia madre e mia sorella vivono ancora lì), lo faccio anche abbastanza volentieri. Dopodiché sono cosciente che questa rivalutazione ha qualcosa di emotivo e di idealizzato perché poi, quando mi capita di soffermarmi un po’ più a lungo tra quei cortili e quei palazzi, mi tornano subito in mente con chiarezza i motivi per cui sono voluto andare via e per i quali non potrei più tornare. Ci sono un’area emotiva e una sfera psicologica che hanno a che fare anche con l’estetica di quel posto che sono incompatibili con il modo in cui sono fatto e anche con la direzione verso la quale ho deciso di tendere.

Sotto una tua foto recente su Instagram hai scritto: “sono un trap boy che scrive libri”…

Si, inevitabilmente ci sono dei punti di contatto tra il mio vissuto e quel mondo dal punto di vista del contesto di provenienza.

A certi trapper o rapper nostrani mi avvicina anche il tentativo di emanciparsi dalla periferia utilizzando le parole e raccontando quei luoghi.

Ci sono però anche molte differenze. Il mio sguardo sui luoghi e sulle persone che ci siamo lasciati alle spalle è un po’ diverso. Innanzitutto io non ho usufruito della protezione, del salvagente comunitario che può essere dato dal frequentare una crew, una scena rap locale. Poi c’è anche un altro grande tema: i rapper e i trapper solitamente trasferiscono nelle loro canzoni e nella loro vita, senza modificarli e quindi superarli, tutta una serie di stereotipi, di modi di pensare che sono tipici del contesto in cui sono cresciuto. Soprattutto quando si parla per esempio di questioni di genere, di sessualità, di omosessualità ecc… In questo senso sento una grande differenza che è collegata direttamente alla mia esperienza personale e quindi all’aver sempre avuto uno sguardo queer su quel mondo.

Anche la lingua di Febbre ha qualcosa di musicale. Un ritmo tagliente, affilato, che mette alle strette in certi punti. Ogni frase sembra pesata e allo stesso tempo pesante, granitica e meditata. Che rapporto hai con le parole? Nel libro racconti anche la tua difficoltà con la balbuzie…

In effetti mi muovo tra le parole in un modo che può sembrare un po’ contraddittorio: passo molto tempo sulle pagine che scrivo ma sono allo stesso tempo insofferente, da lettore, verso la densità di termini e l’affastellamento tipico di certa prosa. Spesso infatti tendiamo ad usare molte più parole di quelle che servirebbero e trovo che questo uso renda molta scrittura poco aggraziata. Come lettore e fruitore sono uno abbastanza impaziente e che si annoia facilmente e credo che il mio modo di scrivere sia una diretta conseguenza di questo desiderio personale. Nel corso del tempo mi sono accorto che il modo in cui organizzo le parole scritte ha qualcosa a che vedere anche con altri aspetti della mia vita. Uno è quello che ricordavi tu, quindi la balbuzie. La familiarità con le strutture sincopate, interrotte è qualcosa con cui sono in confidenza. Un altro ambito che in qualche modo mi ha formato e in cui mi muovo da sempre è la scrittura tipica dei social e della messaggistica che spesso ha queste rotture improvvise e vive di uno spezzarsi continuo. L’idea di poter esplorare temi importanti e poco frequenti usando un linguaggio lineare ed essenziale, delle strutture non tradizionali e poco letterarie mi ha sempre interessato molto.

In una delle ultime interviste rilasciate dopo l’annuncio della sestina dello Strega hai dichiarato che non ti aspetti di vincere il Premio, “sarebbe eccessivo”. Tra le pagine di Febbre c’è però un bel pezzo su tuo padre e il tema del desiderio. Da piccolo tuo padre ti compra giochi costosi, ti porta in posti speciali, ti fa sentire in diritto di chiedere il massimo. “Ho ereditato da lui la convinzione di meritarmi tutto, di volere sempre il meglio?”, ti chiedi. “Ho ereditato da lui il gesto di allungare la mano verso le cose che voglio?”. C’è una parte di te che vorrebbe arrivare sul podio?

Mi viene subito da ricordare che io sono figlio di mio padre ma anche di mia madre e lei invece, in maniera diametralmente opposta, è una persona con uno spiccato senso critico. Mi ha insegnato e trasmesso altre qualità, a tratti anche opposte da quelle che ho appreso da mio padre. Dal punto di vista del desiderio e della capacità di generare anomalie mi sento sicuramente già appagato per la parabola fortunata che ha avuto Febbre fino ad ora. Non penso che lo Strega debba essere per forza un premio alla carriera ma forse sarebbe giusto che arrivasse dopo un arco e un percorso già tracciato nella vita di uno scrittore. Da esordiente mi sentirei sicuramente meglio a non vincerlo: meno vulnerabile, meno fragile.

Dopo la tua nomina nella sestina dello Strega di quest’anno ci sono state anche delle polemiche. Immagino non sia stato facile affrontarle da giovane esordiente. Su Facebook una lettrice ha definito il tuo romanzo “un libro semplice, ma niente di che”. Con molta saggezza e pacatezza le hai risposto: “Sai, i libri diventano cose diverse ogni volta che incontrano un lettore. Evidentemente le cose che cerchi tu sono altrove. Moltissime persone lo hanno amato, profondamente, intimamente. Va bene così”. Mi piace ricordare a proposito una celebre frase di Carlos Ruiz Zafón: “Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso”…

Io ho sempre un grande rispetto nei confronti dei libri. Anche dei libri che non mi piacciono. Non parlo mai male di un libro. Credo che si possano manifestare i propri dubbi, il proprio scetticismo anche con il silenzio. Non sono un amante della critica in generale, soprattutto per come viene praticata in certi casi nel nostro Paese. Con toni che non fanno onore a chi li usa e che trasformano un possibile dialogo costruttivo solamente in una questione di scontro e contrapposizione. Avendo scritto molto su internet in passato conosco bene queste dinamiche e quei toni da resa dei conti. Anche per questo le critiche e le polemiche intorno al mio libro mi hanno colpito ma fino a un certo punto. Solitamente chi piomba sulla scena con certi toni critici sta semplicemente cercando attenzione, prova a surfare, a cavalcare un’onda che ha intravisto. Penso che la cosa migliore sia quindi lasciar correre queste manifestazioni di aggressività gratuita che spesso circolano nei nostri mezzi di comunicazione.

Com’è andato invece lo Strega Tour?

Il tour è andato benissimo. All’inizio ero un po’ intimorito perché non conoscevo bene gli autori ed ero preoccupato circa possibili tensioni o competizioni non tanto con me ma tra di loro. Tutto si è svolto invece con grande tranquillità e in un clima di confidenza che con il passare dei giorni è andata sempre aumentando. È diventato piacevole muoversi con gli altri scrittori, mangiare insieme, condividere anche questi piccoli momenti di convivialità.

Abbiamo apprezzato anche i tuoi outfit studiatissimi durante i vari appuntamenti in giro per l’Italia…

È una cosa a cui tengo molto.

Marius, il tuo fidanzato, che conosciamo attraverso il libro, fa lo stylist…

Sì, e insieme abbiamo infatti studiato un look unico, una sorta di divisa simile per ogni evento, cambiando i colori degli abiti ma mantenendo delle forme sempre uguali. Qualcuno potrebbe essere portato a fraintendere o a banalizzare questo argomento ma per me quello del vestire è un tema importante. Sono cresciuto in un posto che ha delle qualità estetiche di un certo tipo, quindi per me la cura nelle forme e nei colori dell’abbigliamento è e sarà sempre un traguardo eloquente ed esemplificativo di quanto i miei sogni si stanno realizzando.

Leggo da Febbre: “Quando siamo da soli, la nonna poi mi chiede: ma tu a chi vuoi più bene? Al nonno o alla nonna? Alla nonna, rispondo. Alle donne voglio sempre più bene. Sono un maschio, ma sto con le femmine. È sempre così, non cambierà mai”. Anche per quanto riguarda la letteratura stai dalla parte delle femmine?

Sì, assolutamente.

Sono innamorato delle scrittrici e ho una naturale predilezione in generale per le donne che creano, che fanno cose nell’ambito dell’arte e della musica.

Già da adolescente sono stato un grande appassionato di cantautrici, per esempio. Sono molto contento di rivendicare queste predilezioni e non provo mai il bisogno di giustificarmi, dato come va il mondo e quanto ancora in questi settori ci sia un netto strapotere della componente maschile. Credo che nel parlare di queste scelte e di queste preferenze ci possa essere infatti anche una sorta di impegno e di militanza.

Luigi Spagnol, da poco scomparso, in un suo bell’intervento rifletteva sulla letteratura e la questione di genere. “È vero, si pubblicano tantissime donne, ma i loro libri vengono presi nella stessa considerazione con cui vengono presi i libri dei maschi? Riconosciamo, il mondo letterario e la società in generale riconoscono alle opere scritte dalle donne la stessa importanza che viene riconosciuta a quelle scritte dagli uomini?”. Esaminava anche i dati dei Premi letterari più prestigiosi, dallo Strega al Campiello, al Nobel, tutti ugualmente impietosi per numero di vincitori maschi contro quelli femminili.

Esattamente, anche nelle letture è così. Quasi sempre si tendono a citare autori maschi. Per me è diverso.

In Febbre, dopo aver raccontato dell’amore per la tua prima maestra di vita, la prof. di inglese delle medie Bianca Villani, la prima a riconoscere in te una vera propensione allo studio, citi alcune delle muse al femminile che ti ispireranno: Simone Weil, Edith Stein, Elsa Morante, Hannah Arendt, Cristina Campo, Roberta De Monticelli, Laura Boella. Per il tuo libro hai avuto qualche riferimento preciso?

Per Febbre e per la mia scrittura in generale ho sempre guardato primariamente all’esperienza. Questa è stata la lezione che ho assorbito dai miei studi filosofici: ho amato tantissimo a questo proposito la fenomenologia di Husserl. Poi ci sono sicuramente stati dei libri che mi hanno dato degli input o delle spinte. Uno di questi è Malattia come metafora di Susan Sontag. E in una fase della stesura ricordo di aver avuto una specie di boost stilistico, di vero e proprio sprint leggendo Acqua Nera di Joan Carol Oates. Un’altra autrice che per me rappresenta un punto di riferimento stilistico e che ogni volta che leggo mi fa venir voglia di scrivere è Teresa Ciabatti.

Che poi ti ha anche presentato al Premio Strega…

Quando ha letto Febbre le è piaciuto molto. Io non la conoscevo all’epoca ma ha iniziato da subito a sostenermi, anche poi con la sua presentazione allo Strega.

Nel libro traspare anche un tuo interesse per l’esoterismo in diverse forme. Lasciaci con una carta dei tarocchi. Qual è la tua preferita?

Dovendone scegliere una direi la Temperanza, una carta che ha vari significati ma della quale a me piace sempre sottolineare l’aspetto di trasmutazione degli elementi. I tanti volti, le tante declinazioni possibili della libertà per me si legano proprio con il concetto di trasformazione e di transito, con l’idea di lasciare uno spazio per andare da un’altra parte, mostrando appunto che questi attraversamenti sono effettivamente possibili. Ho da sempre una grande passione per le zone di passaggio non ancora esplorate, per gli sconfinamenti che manifestano, compiendosi, la loro possibilità.


Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.



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