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Siamo tutte (e tutti) Piccole donne

Di Giulia Ausani • gennaio 09, 2020

Ogni dicembre, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama condivide su Twitter una lista dei film che più gli sono piaciuti nell’anno appena trascorso. Nell’elenco del 2019 ha inserito anche il nuovo adattamento di un grande classico della letteratura: Piccole donne di Louisa May Alcott, che dal 1868 accompagna l’infanzia e l’adolescenza di milioni di persone in tutto il mondo.

Per celebrare l’uscita del nuovo film, diretto da Greta Gerwig, Emma Watson - che interpreta Meg, la più grande delle sorelle March - ha dato il via a un progetto globale di 'Good Fairies', organizzazione no-profit che nasconde libri in luoghi pubblici in giro per il mondo per fortunati passanti: duemila copie del libro di Alcott distribuite in trentotto Paesi tra cui l’Italia (potete seguire le fatine dei libri italiane su Instagram: @bookfairies_italy).

Il film, nelle nostre sale dal 9 gennaio, ha già riscosso un incredibile successo di pubblico e critica in America, e proprio l’ottimo debutto al botteghino dimostra una verità imprescindibile: anche a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del romanzo, Piccole donne - come ogni grande classico - ha ancora molto da dire ai lettori e alle lettrici di oggi.

Piccole donne di Louisa May Alcott

Basta leggere la prima pagina per immergersi nell’atmosfera casalinga di casa March: il chiacchiericcio fitto delle sorelle, gli echi di un mondo che fuori è pieno di gioia, le evasioni nel sogno. La bellezza di "Piccole donne" è tutta nel divampante incendio di un mondo che fu, il mondo delle illusioni fanciullesche, un mondo in cui la vita è ancora potenza e scrigno di ogni possibilità.

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Le sorelle March sono quattro ragazze tra i dodici e i sedici anni che vivono di sogni e ambizioni ma devono scontrarsi con la dura realtà fatta di ristrettezze economiche, rinunce e sacrifici in un mondo - l’America di metà Ottocento - in cui le donne non hanno vera libertà d’azione né indipendenza, ma possono solo sperare in un buon matrimonio. C’è Meg, la maggiore delle quattro sorelle March, eterna romantica che sogna un grande amore; Jo, il maschiaccio di casa, che vuole diventare scrittrice di successo e non sposarsi mai; la timida e delicata Beth, benvoluta da tutti, con un destino tragico; e infine Amy, la più giovane, un’artista in erba capricciosa e linguacciuta. Le Piccole Donne del titolo sono così ben delineate nei loro pregi, difetti e inclinazioni che per ogni giovane lettrice è inevitabile identificarsi in una delle quattro sorelle.

Eppure Louisa May Alcott non aveva alcuna voglia di scrivere un libro per giovani lettrici. “Non mi piace questo genere di cose”, scriveva nel suo diario a maggio 1868. Fino a quel momento, Alcott si era dedicata a racconti più pulp, d’azione e avventura, pubblicati su giornali sotto pseudonimo (come del resto fa anche Jo in Piccole Donne crescono). Per necessità economiche si era vista costretta ad accettare controvoglia la proposta del suo editore su un libro per ragazze. “Non mi sono mai piaciute le ragazze né ne ho mai conosciute molte, a eccezione delle mie sorelle”, si legge ancora nei suoi diari.

E Piccole donne è proprio questo: una rielaborazione - in parte più fiabesca - dell’infanzia dell’autrice e delle sue sorelle a Concord, in Massachusetts. Tutti sanno che Jo non è che l’alter ego dell’autrice, un’aspirante scrittrice anticonformista, che vuole mantenere la famiglia con i suoi guadagni e non ha alcuna intenzione di sposarsi; ma anche Meg, Beth e Amy sono ispirate a persone realmente esistite. Come la maggiore delle sorelle March, Anna Alcott era un’attrice di talento, sposatasi presto; a soli 22 anni Elizabeth detta Lizzie morì di scarlattina, lo stesso destino della sua controparte letteraria; e Amy è l’anagramma di May, nomignolo della più piccola delle sorelle Alcott, Abigail. Proprio come il personaggio a lei ispirato, May era un’artista di talento, e grazie al sostegno economico di Louisa poté studiare in Europa e farsi conoscere come pittrice.

La famiglia Alcott era ancora più povera della famiglia March. Le protagoniste del libro devono lavorare perché hanno perso la loro fortuna e il padre è impegnato nella guerra di secessione, e lo stesso furono costrette a fare Louisa e le sue sorelle. Nella realtà, però, il padre non era in guerra: Amos Bronson Alcott, filosofo trascendentalista amico di alcuni dei più grandi intellettuali americani del tempo come Thoreau ed Emerson, aveva fatto crescere le sue figlie in un ambiente intellettualmente e politicamente stimolante, ma era anche un educatore fallito (i suoi metodi educativi troppo innovativi erano stati aspramente criticati). Incapace di provvedere al sostentamento della famiglia, era sua moglie Abigail - tra le prime assistenti sociali d’America - a mandare avanti la baracca in qualche modo, proprio come fa la signora March in “Piccole Donne”.

Anche nell’estrema povertà, le sorelle Alcott avevano i loro sogni infantili, le loro trovate per passare il tempo, le rappresentazioni teatrali casalinghe scritte da Louisa e recitate da tutte e quattro. “Le nostre strane recite ed esperienze potrebbero risultare interessanti, anche se ne dubito”, scriveva Alcott nel suo diario, e non poteva sbagliarsi più di così: la prima parte di Piccole Donne, data alle stampe nel settembre 1868, fu un immediato successo. Le duemila copie della prima edizione andarono a ruba nel giro di due settimane, e presto centinaia di giovani lettrici iniziarono a chiedere a gran voce un proseguimento della storia.

Piccole donne. I quattro libri di Louisa May Alcott

Le quattro sorelle March - la giudiziosa Meg, la ribelle Jo, la dolce Beth, la vanitosa Amy - si preparano a diventare grandi, inseguendo speranze e ambizioni sullo sfondo di un'America scossa dalla guerra di Secessione.

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E così un anno dopo venne pubblicata la seconda parte, che in America venne poi unita alla prima in un unico volume e che in Italia invece viene venduta come un vero e proprio secondo romanzo, Piccole donne crescono. Qui le sorelle March sono più grandi e devono scontrarsi con i problemi della vita adulta, dalla ricerca di una qualche indipendenza economica al matrimonio. Proprio il destino amoroso delle March sembrava interessare particolarmente le giovani lettrici, che nelle lettere ad Alcott le chiedevano di continuo se Jo avrebbe poi sposato il suo migliore amico, Laurie. Un’attenzione che infastidiva molto l’autrice che, proprio come la sua controparte letteraria, era ben decisa a non sposarsi (e infatti non si sposò mai).

“Le ragazze mi scrivono per chiedermi con chi si sposeranno le piccole donne, come se questo fosse l’unico obiettivo e scopo nella vita di una donna”, scriveva nel suo diario. “Non farò sposare Jo e Laurie per accontentare chicchessia”. E, in effetti, Jo non sposa Laurie. Ma Alcott dovette comunque cedere al volere delle sue fan e del suo editore: alla fine di Piccole Donne crescono, dopo aver spezzato il cuore a Laurie, Jo sposa il professor Bhaer, un tedesco di parecchi anni più vecchio di lei creato appositamente come interesse amoroso. Quasi un dispetto verso le sue lettrici: “così tante giovani entusiaste mi hanno scritto pretendendo con tanta insistenza che [Jo] sposasse Laurie o qualcuno, che non ho osato rifiutarmi e per pura perversione ho creato un buffo partito per lei”, rivelò in una lettera, ammettendo però che la sua Jo sarebbe dovuta rimanere “una zitella letteraria” — proprio come la sua creatrice.

Piccole Donne (con i relativi seguiti: Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, pubblicati rispettivamente nel 1871 e 1886) diede a Louisa May Alcott la stabilità economica che sia lei che la sua Jo sognavano, oltre a una fama che non apprezzò mai (quando le ammiratrici bussavano alla sua porta, lei le scacciava fingendosi la domestica). Soprattutto, Piccole donne diede alle future generazioni - di bambine e adolescenti, ma anche di intellettuali e scrittrici - dei modelli femminili in cui immedesimarsi.

Susan Sontag disse in un’intervista che non sarebbe mai diventata una scrittrice senza l’esempio di Jo March. Secondo Ursula Le Guin, una delle maggiori scrittrici contemporanee di fantascienza e fantasy, Jo aveva reso la scrittura un sogno accessibile anche alle ragazze. Nella sua autobiografia Memorie di una ragazza perbene, Simone De Beauvoir scrive che proprio in Piccole Donne lei riconobbe il suo volto e il suo destino. Anche lei si rivedeva in Jo: “[...] era assai più mascolina e ardita di me, ma io condividevo il suo orrore per il cucito e per le faccende domestiche, e il suo amore per i libri. Jo scriveva; per imitarla, resuscitai dal mio passato due o tre novelle”.

Memorie d'una ragazza perbene di Simone de Beauvoir

Le tappe obbligate d'una educazione sentimentale, l'inevitabile scontro con la famiglia e l'ambiente sociale dell'alta borghesia francese conservatrice e bigotta, i meschini pregiudizi d'un mondo in declino insieme con i primi dubbi, i contrasti sentimentali, le tensioni, accompagnano il lungo viaggio verso la conquista di sé, fino agli anni dell'università e l'incontro con alcune tra le piú note figure della cultura francese, da Simone Weil a Raymond Aron, da Merleau-Ponty a Roger Vailland e Jean-Paul Sartre.

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Ma sarebbe sbagliato parlare di Piccole donne come di un’opera esclusivamente femminile: le protagoniste sono delle ragazze, certo, come del resto l’Huckleberry Finn di Mark Twain è un maschio. Eppure Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn vengono considerati dei classici per l’infanzia indipendentemente dal genere dei lettori. L’esperienza femminile non rende la quotidianità così ben tratteggiata da Louisa May Alcott meno valida o universale; e infatti tra i fan del romanzo c’era anche il presidente degli Stati Uniti Teddy Roosevelt, che diceva di “venerare” sia Piccole Donne che Piccoli uomini. A fine ‘800, il romanzo di Alcott figurava nella lista dei venti migliori libri per ragazzi, for boys.

Dopotutto, Piccole donne è un classico della letteratura per l’infanzia, e un classico è tale perché riesce ad arrivare al cuore di tutti, superando la prova del tempo, dello spazio (è stato tradotto in oltre cinquanta lingue) e le barriere di genere. Piccole donne semplicemente è per tutti, e non invecchia né invecchierà mai, anche se a leggerlo oggi restiamo perplessi quando scopriamo che Amy e le sue compagne di classe vanno matte per i limoni in salamoia. A rileggerlo in età adulta fa sorridere il chiaro intento pedagogico della prima parte - Piccole Donne nell’edizione italiana - in cui quasi ogni capitolo si conclude con una lezione della signora March sull’importanza del sacrificio, della pazienza, della generosità; ma, tralasciando quella che la stessa Alcott definì “robaccia morale per i giovani”, a conquistare i lettori da 150 anni a questa parte sono proprio loro, le sorelle March.

Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain

Eroe di vicende che conducono al successo e alla fama, Tom Sawyer è insieme una metafora dell’America della frontiera, l’America selvaggia dei coloni e degli avventurieri, degli sterminati spazi e delle grandi opportunità.

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Meg, Jo, Beth e Amy hanno personalità così ben delineate e distinte che nelle scene corali - in cui si scambiano battute in fretta, in una maniera che ricorda un po’ il teatro - quasi non abbiamo bisogno di sapere chi sia a pronunciarle. Quando Jo vende i suoi capelli, leggiamo una serie di commenti delle altre sorelle senza che Alcott specifichi chi dica cosa. Non serve: sappiamo che è Meg ad angosciarsi per i “bellissimi capelli” di Jo; che è Amy a sottolineare come la sorella abbia appena rinunciato alla sua “unica bellezza”; e naturalmente che è Beth a rassicurarla che le vuole bene anche se non assomiglia più alla sua Jo.

Le sorelle March sono praticamente reali, come reali (e soprattutto validi) sono i loro sogni e le loro ambizioni che nella seconda parte del romanzo - Piccole donne crescono nell’edizione italiana - devono scontrarsi con la realtà della vita adulta. Meg per amore sposa uno squattrinato, Amy rinuncia al sogno di diventare una grande artista perché si rende conto di essere sì talentuosa ma non un genio, e Jo sposa Bhaer e apre una scuola, rinunciando a diventare una scrittrice. A ben pensarci, è un finale dolceamaro — ma proprio per questo è ancorato alla realtà. Perché quasi tutti i bambini e le bambine hanno sogni di grandezza che vanno nutriti e incoraggiati, eppure crescendo spesso questi sogni si ridimensionano, si adattano, a volte cambiano del tutto. Non sempre si tratta di rinunce dolorose, quasi mai di veri e propri rimpianti; si tratta solo di crescere.

Alla morte di Louisa May Alcott, nel 1888, il New York Times scrisse che “nella sua scrittura, c’è poco che non sia nato da fatti realmente accaduti, eppure è così colorato con la sua immaginazione che rappresenta la vita universale dell’infanzia e della giovinezza”. È proprio così. C’è qualcosa di rassicurante e caloroso nella quotidianità così ben tratteggiata da Alcott, qualcosa di vivo e universale in cui tutti possono specchiarsi. Da un secolo e mezzo a questa parte, chi legge Piccole Donne si identifica con le protagoniste, dichiarando poi con orgoglio di essere una Jo o una Amy; ma in realtà siamo tutti Laurie, il vicino di casa che si lascia subito conquistare dal calore di casa March, dalla vivacità delle quattro sorelle e dalla guida rassicurante della signora March. Laurie sbircia dalla finestra, le guarda da lontano e sogna di essere a sua volta una delle sorelle March. È ciò che vogliamo anche noi — e lo vorranno anche le prossime generazioni di lettori.

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