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Se ami i libri, leggi con l'eReader

Di Alice Valeria Oliveri • settembre 20, 2019

Siamo tutti colpevoli di qualche forma di luddismo moderno. Per quanto possiamo essere progressisti convinti, amanti della tecnologia in tutte le sue forme e pronti a cambiare l’ultimo modello dello smartphone per un paio di pixel in più nella fotocamera interna, ci sarà sempre qualcosa che ci farà storcere il naso da veri intenditori vecchia scuola. Sì, bella la musica in streaming, comode le playlist condivise e i quintali di album ai quali abbiamo accesso online, ma vuoi mettere con il suono della puntina del vinile che si appoggia su una stupenda ristampa di Abbey Road? In effetti, ci sono certi piccoli piaceri à la Amelie Poulaine che rimangono legati agli oggetti di cui ci circondiamo, e anche quando il futuro prende piede spronandoci a pagare con la carta contactless invece che con banconote sgualcite rimane comunque un aspetto emotivo di un gesto al quale siamo affezionati. C’è una cosa che però non riesco proprio a capire, una battaglia che mi sembra molto meno solida di quella che possono combattere i sostenitori del caro vecchio analogico (fazione di cui faccio parte io per prima in molte occasioni): la fazione di chi sostiene di non poter leggere un libro se non è stampato e rilegato.

C’è un tratto appena accennato di spocchia in chi si vanta di leggere tanto e di possedere molti libri, una vena di malcelata superiorità intellettuale che marca ogni lettore accanito. Come a dire, “Io riesco ancora a non distrarmi davanti a una pagina scritta nero su bianco”: è vero che il presente ci mette di fronte a stimoli molto più seducenti e rapidi di quanto possa garantirne un romanzo a prima vista, ed è vero che la lettura oggi per molte persone è quasi un lusso. La passione per i libri però, che non c’è dubbio meriti solo parole di encomio in un presente sempre più usa e getta, sfocia spesso in una sorta di culto formale che ha ben poco a che fare con il motivo per cui valga la pena leggere e possedere un libro di qualsiasi tipo. Un confine sottile tra collezionismo – i francobolli di un collezionista mica si usano, servono solo a stare in fila dentro un quaderno – e poserismo da pagina ingiallita e bicchiere di vino al tramonto fa sì che molti oggi, compresa me prima dell’epifania, si sentano di affermare cose come “No guarda, io un libro devo averlo in mano, mica posso leggerlo su un coso di plastica”. Come se leggere qualcosa – romanzo, saggio o raccolta che sia – fosse prima di tutto un’esperienza estetica da impiattare come una ricetta di nouvelle cousine, molto bella da vedere ma decisamente lontana dal garantirci il nutrimento necessario per sopravvivere.

Leggere un libro non è come ascoltare un disco o scattare una fotografia, la qualità del gesto non ha nulla a che vedere con l’intensità dell’esperienza. Chi sostiene il contrario sta solo difendendo il diritto a una bella biblioteca da esporre su scaffali Ikea in salotto al quale probabilmente non ha nemmeno un accesso così regolare se non per esigenze decorative. Per questo, in questo presente liquido, pieno di bisogni irreali spronate dalla legge del consumo, gli eReader sono una benedizione dal cielo. Per questo io dico basta a quel volume de Il canone occidentale di Harold Bloom impolverato e sigillato da decenni e rimasto a marcire nel salotto dello zio settantenne, basta all’oltranzismo cartaceo del libro stampato a tutti i costi.

Il momento in cui mi sono resa conto che la storia della carta era solo un vezzo da post su Instagram con hashtag #Dostoevskij è arrivato quando stavo preparando l’esame per il dottorato. Chiunque si sia trovato a dover studiare per una sorta di tortura medievale mnemonica come può essere il concorso per un dottorato o un esame di abilitazione, avrà avuto esperienza di cosa significhi dover gestire quintali di materiale su cui sbattere la testa. Per quanto mi riguarda, sono una di quelle persone che si fanno sedurre facilmente dal fascino della distrazione casalinga, motivo per cui non ho mai preparato nessun esame chiusa in casa ma sempre e solo in biblioteca, dove il silenzio come regola sprona a un certo imbarazzo per la nullafacenza. Come me, molti miei colleghi e amici condividono l’abitudine di favorire il momento dello studio con un ambiente circostante appropriato. Quando però ti ritrovi a dover studiare quasi settecento anni di storia della letteratura inglese, come mi è successo, questa abitudine diventa una puntata dei Giochi senza frontiere in cui il raggiungimento del luogo predestinato si articola in diverse fasi: riuscire a impacchettare tutti i quintali di libri utili in una valigia che non passerebbe al check in come bagaglio a mano, trasportare in qualche modo questa piccola biblioteca di Babele nel posto in cui si desidera concentrarsi, predisporre tutto il materiale sul tavolo stando attenti a non invadere gli spazi altrui con fogli di dispense, volumi mastodontici e quaderni vari.

Avere a che fare con la carta e con il suo prezioso contenuto diventa una sfida contro un mostro ingombrante che farà di tutto per rendere un momento già di per sé faticoso ancora più ostico. Come se non bastasse, trovare manuali, romanzi in lingua originale – leggere Middlemarch in italiano è proprio una scelta sbagliata – e saggi per l’esame che si sta preparando non è sempre così scontato. La biblioteca diventa l’unica alleata, ma la speranza deve sempre incontrare la realtà e non è detto che il libro in questione non sia in prestito o che non sia mai ritornato o che si possa addirittura portare fuori dal tempio della cultura dove si ricerca il silenzio.

Ed è qui che arriva la svolta epocale, quella che fa storcere il naso ai puristi dell’odore delle pagine e della copertina rilegata: l’eReader. In un eReader che entra in una tasca del cappotto ci possono stare oltre seimila ebook, ciò significa che in un tavolo di biblioteca ci può entrare il materiale scritto per prendersi una decina di lauree. Senza contare che si può anche portare in ambienti anche molto più ostili di una sala studio piena di matricole, come per esempio al mare, senza rischiare di danneggiarlo e di perdere tutto lo scibile che si può accumulare nella propria piccola biblioteca personale. Ma se non dover viaggiare con un bagaglio da stiva ogni volta che si va in biblioteca non è abbastanza, a convincermi senza l’ombra di pentimento a smetterla con la storia dei libri stampati sempre e a tutti i costi si è aggiunta anche un’altra rivelazione che potrebbe sembrare banale ma non lo è affatto. Se a qualcuno fosse mai capitato di leggere L’Ulisse di Joyce o Anna Karenina di Tolstoj a letto, sa molto bene a cosa mi riferisco, ossia all'indolenzimento inevitabile degli arti che sopraggiunge dopo mezz’ora di mattone in mano, tenuto alto e magari anche vicino agli occhi per via della luce del comodino che non arriva neanche così bene. D’un tratto la mia vita è cambiata: ho scoperto che potevo finire I Buddenbrook o Infinite Jest sdraiata senza dare fastidio a chiunque fosse nella stanza con me e soprattutto senza sentire l’acido lattico agli avambracci il giorno successivo.

È vero che leggere un libro ha una sua ritualità, e che il modo in cui succede cambia anche l’esperienza stessa della lettura. Motivo per cui, sempre grazie alla piccola rivoluzione dell’eReader nella mia vita da lettrice abituale e da studentessa fresca di pile di libri accumulati, mi è anche successo di ritrovarmi su un aereo nel mezzo di una spiacevole sequenza di turbolenze. Tra i vari libri che avevo caricato sul mio device ce n’era uno che avevo cercato dappertutto in forma fisica, La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda, e che alla fine avevo comprato come ebook. Avevo tante cose da leggere in quel momento, ma la paura del volo mi aveva bloccata in uno stato di angoscia molto forte. Ho deciso così di cominciare il romanzo autobiografico di Rossanda, lasciando stare per un po’ tutto l’infinita lista di materiale che stavo portando in giro per l’esame del dottorato, tra i vari Frederic Jameson e Terry Eagleton. Il caso ha voluto che arrivassi a leggere di un suo aneddoto in cui, negli anni Cinquanta, venne mandata come delegazione del Pci in Unione Sovietica, e che il viaggio fosse stato fatto su aerei militari, senza cinture né personale di volo.

Al ritorno dal viaggio, Rossanda dice che presero il treno perché le mogli dei delegati non avevano gradito il viaggio ad alta tensione e mi sono sentita un’idiota: ho pensato proprio che io, su un volo nazionale sicuro come poche cose al mondo, mi stavo spaventando per qualche turbolenza come se fossi in chissà quale occhio del ciclone. Il fatto di poter scegliere sul momento tra tantissimi libri nonostante fossi lontana da casa e dalla mia libreria mi ha dato un senso di sicurezza e di piacere che davvero solo chi ama leggere, specialmente in condizioni di tensione, probabilmente può comprendere.

Possedere un libro fisicamente è bello, specialmente se si tratta di un’edizione particolare, specialmente usato e impregnato della storia del precedente possessore. Avere degli scaffali su cui riporre tutti i volumi accumulati in anni di studio e di passione per la lettura è insostituibile. E nonostante la vena romanticamente ridicola che si può attribuire a esigenze come “il profumo delle pagine”, è vero che per certi libri non si può fare a meno di toccarli con mano. Ma siamo in un momento della storia dell’uomo in cui possiamo agevolarci la vita in modo non per forza pigro o consumistico: fare la spesa ordinando online i prodotti è a mio avviso un po’ esagerato, anche perché se non si ha nemmeno il tempo di andare al supermercato forse bisogna chiedersi se non si sta lavorando troppo.

Avere la possibilità di migliorare il proprio studio con un oggetto che consente di avere con sé tutto ciò che serve, di poterlo sottolineare e scriverci sopra appunti, di poter passare da un saggio a un romanzo senza doversi caricare con kg di libri e potendo contemporaneamente viaggiare – e avere accesso a un libro anche dall’altra parte del mondo comprandolo online e caricandolo sul proprio eReader – non è pigrizia né eccesso di comodità, è proprio un bel modo di rendere più semplice un’attività intensa e appagante come lo studio e la lettura. Le battaglie per mantenere nella nostra vita un briciolo di autenticità sono legittime e condivisibili, ma anche quelle per usare al meglio il progresso per le cose più importanti. E forse in questo modo si può anche salvare la letteratura dall’oblio del digitale che sembrava volerla sostituire del tutto con un altro tipo di immagini; e invece sta solo cambiando forma – magari risparmiando anche qualche albero in più.

Alice Valeria Oliveri, autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner, Link - Idee per la tv e The Vision, dove è stata redattrice.

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