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Scrittrici in lockdown

Di Rosa Carnevale • aprile 20, 2020

“A Will chiedo se questo gli sembra un paese in pace o in guerra. Sto più o meno scherzando, ma lui risponde serio. «È come appena prima che scoppi una guerra» dice. «È una cosa strana ma impari ad accorgertene. Anche quando le persone cercano di convincersi che andrà tutto bene, è nell’aria» mi spiega. «Più fisico che mentale»”.

Se c’è un romanzo che tutti dovremmo leggere in questi giorni è Tempo variabile di Jenny Offill, pubblicato da NN editore con la bellissima traduzione di Gioia Guerzoni. Uscito in Italia con un tempismo perfetto a metà marzo, a cavallo con l’inizio della pandemia che ha investito il mondo intero rinchiudendo molti di noi in un isolamento forzato tra le mura delle nostre case, sembra cucito su misura su questo periodo scellerato. Un’emergenza globale incombe sull’umanità e Lizzie cerca di fronteggiarla con le risorse che ha a disposizione. La protagonista è una bibliotecaria, ha un marito, Ben, e un figlio piccolo, Eli. Si prende cura del fratello, Henry, che lotta con gravi problemi di tossicodipendenza. Non sempre riesce a tenere tutto insieme. Come secondo lavoro risponde alle mail che arrivano a Sylvie, la sua docente universitaria impegnata sul fronte del cambiamento del clima (“D: Che differenza c’è tra catastrofe ed emergenza? R: Una catastrofe è un evento improvviso che causa gravi danni e perdite. Un’emergenza è una situazione in cui le normali attività non possono continuare ed è richiesta un’azione immediata per prevenire una catastrofe”).

Con la scrittura sincopata che la contraddistingue da sempre, Jenny Offill ci spiega l’importanza di prepararsi emotivamente ai disastri. Da sempre uno dei compiti principali della letteratura è quello di provare a raccontare e descrivere la realtà. A volte accade però che certi volumi riescano addirittura ad anticiparla. E non parliamo solo di alcuni romanzi distopici o di fantascienza alla Philip K. Dick o alla James G. Ballard. Capita infatti anche con questo volume della scrittrice americana.

Perché, come diceva Rilke, “il futuro entra in noi molto prima che accada”.

E, se il futuro era già dentro di noi, bastava ascoltarlo, tendendo l’orecchio come sanno fare certi artisti.

Oggi tutto quello che stiamo vivendo ha un sapore “apocalittico”. “Niente sarà più come prima” è la frase che aleggia su di noi da settimane e che non promette niente di buono. Viviamo tempi amari, quelli della pandemia globale da Covid19 che ci ha sorpresi come nessuno ci aveva anticipato e messi con le spalle al muro (quello di casa, per chi ne ha una). Siamo animali sociali (chi più, chi meno) e il distanziamento ci fa paura. Confinati nei nostri spazi domestici, isolati dai nostri cari e dagli amici oppure costretti a relazioni forzate con gli estranei con cui a volte abitiamo, ci riscopriamo ogni giorno più fragili. Il sogno di cavalcare il nostro mondo e di averlo in pugno, di essere i padroni del nostro tempo e della nostra libertà, è andato in frantumi nel giro di pochi giorni o, per chi ha resistito di più, di qualche settimana. Oggi pendiamo dal bollettino della protezione civile e dai Tg della sera, dai nuovi decreti ministeriali che spostano l’asticella della sopportazione e della chiusura totale degli uffici, delle attività e dei negozi in cui passavamo quasi tutto il nostro tempo sempre un po’ più in là. Ascoltiamo in silenzio e trattenendo il respiro il rumore incessante delle sirene delle ambulanze che corrono per le strade deserte delle nostre città. Di notte, di giorno. Senza risparmiare le ore di sonno o le festività.

Incastrati in un tempo sospeso, sembriamo vivere le nostre giornate un po’ come il giovane Hans Castorp, protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann, altro libro fondamentale da leggere o rileggere durante il lockdown. Qui l’immobilità è descritta in maniera eccelsa, il tempo si dissolve e il ritmo narrativo si snoda in sequenze di ore, giorni, mesi e anni resi tutti indistinti dalla routine quotidiana sempre uguale.

“Dopo ogni catastrofe inizia un periodo in cui quasi tutti si aggirano cercando di capire se si è trattato davvero di una catastrofe. Gli psicologi specializzati in catastrofi usano il termine ‘vagare’ per descrivere le azioni automatiche della maggioranza delle persone quando si trovano in una situazione nuova e spaventosa”

scrive ancora Jenny Offill in Tempo variabile. Ci prepariamo anche noi a vagare. Impariamo o cerchiamo di imparare dal senso di finitezza che ci contraddistingue intrinsecamente come esseri umani e oggi ancora di più come singoli estremamente vulnerabili. Non sappiamo se e quando torneremo a vivere la vita in cui eravamo immersi prima.

Qualcuno ha addirittura fatto notare che la vita che vivevamo prima correva troppo, che dovremmo mettere in discussione il capitalismo e forse essere pronti a proclamarne la fine, che la normalità alla quale eravamo abituati portava già in sé i germi della sua distruzione. “Non dovremo tornare mai più alla normalità. La normalità è quella che ha reso l’organismo planetario così fragile da aprire la strada alla pandemia, tanto per cominciare”, ha proclamato il filosofo Franco «Bifo» Berardi. E anche Slavoj Žižek è convinto che la pandemia possa dare nuovo slancio vitale al comunismo.

Alcuni di quella normalità sembrano invece non poter fare a meno e la invocano a gran voce. La verità, in entrambi i casi, è che c’è un mondo in attesa, col fiato sospeso, pieno di domande ma che sembra aver finito le risposte. Avremo voglia di riabbracciarci finita l’emergenza o l’idea di una distanza di sicurezza necessaria ci accompagnerà ancora per molto? L’apatia che alcuni stanno vivendo sarà cancellata con un colpo di spugna o impiegherà mesi se non anni a lasciare il posto all’attività operosa che prima era la nostra normalità? Cosa resterà di questo periodo?

Sicuramente siamo di fronte ad un puzzle complicato da ricostruire e di cui potremmo aver perso qualche pezzo durante questi mesi ma se è vero che nessuno ha la verità in tasca, leggere e scrivere restano sempre tra le migliori terapie per affrontare le difficoltà. Affidarsi alla parola scritta è un ottimo metodo per misurarsi con i cambiamenti, scavare dentro se stessi, capire come stiamo vivendo questi giorni e cercare di farsi un’idea di come sarà la mappa dei futuri possibili.

Per questo abbiamo chiesto a quattro scrittrici italiane come stanno vivendo questo momento, entrando per un attimo nel loro personale lockdown.

Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino

Un tardo pomeriggio di luglio in un'anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all'ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto. Perché l'ha fatto, perché ha voluto suicidarsi? Non lo sappiamo. E forse, in quel momento, non lo sa nemmeno lei. Ma quel tentativo di suicidio non ha avuto successo e oggi, quella giovane donna, vuole capire.

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Qualche domanda a Fuani Marino


Dove stai vivendo la tua quarantena e con chi?

Nella casa di Napoli, con mio marito e mia figlia.

I bambini ci guardano e sono vittime come noi di questo momento storico. Quali pensi che possano essere su di loro gli effetti di questo tempo sospeso e inedito che stanno vivendo?

Tutti noi porteremo addosso i segni di questo momento di difficoltà e incertezza, in cui abbiamo dovuto rinunciare a molte delle nostre libertà. Ma credo che a pagare il prezzo più alto siano proprio i bambini, privati da un giorno all’altro della scuola, della possibilità di movimento e condivisione coi coetanei. Così come li abbiamo definiti “nativi digitali” per il loro rapporto con la tecnologia, temo che saranno identificati come la “Generazione Covid”, proprio per l’influenza che il lockdown avrà sulla loro crescita.

Come è cambiata la tua routine giornaliera da quando è iniziato il lockdown in Italia? Cosa ti manca di più?

In realtà non è cambiata troppo, ma questo credo abbia a che vedere più con i miei problemi psichici. In un certo senso è come se la mia quarantena fosse iniziata dieci anni fa, con l’inizio della malattia, e anzi in molte cose il periodo iniziale di lockdown mi ha ricordato le fasi in cui ero ricoverata o quelle del rientro a casa, in cui riprendevo a fare le cose poco a poco. Certo, prima della chiusura avevo un libro in promozione e mi capitava ancora di andare a cena fuori o a teatro. In particolare, queste ultime sono cose mi mancano, così come la possibilità di passeggiare liberamente, mentre ho scoperto quanto io non senta affatto la mancanza di altre attività, e anzi temo che non saprò ricominciare a farle, quando sarà.

“L’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga a uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo a essere una comunità”. Così scrive Paolo Giordano nel volume Nel contagio che ha pubblicato in questi giorni con Einaudi. Sei d’accordo con questa affermazione? Credi che possano esserci degli aspetti positivi su cui dovremmo lavorare durante questa crisi e di cui far tesoro per il periodo che ci aspetta dopo?

Sicuramente il virus ci sta offrendo l’opportunità di ripensare alcuni aspetti della nostra vita, e più si allunga il tempo in cui restiamo fermi più credo sarà difficile tornare esattamente quelli di prima. Certo, è singolare che per sentirci parte di una comunità sia dovuta scoppiare una pandemia. In ogni caso questo momento storico è un invito a rallentare, e sarebbe un errore non tenerne conto.

Nel tuo libro Svegliami a Mezzanotte (Einaudi, 2019), hai esplorato il mondo della depressione partendo dalla tua esperienza personale dopo essere sopravvissuta a un tentato suicidio. Come credi che possa influire su tutti noi il periodo che stiamo vivendo dal punto di vista psicologico?

Credo che molte situazioni di disagio latente diverranno manifeste, ma non so se chi ha già un vissuto di depressione e disagio psichico sia più o meno equipaggiato ad affrontare questo momento storico rispetto agli altri. Sicuramente molti presenteranno un disturbo post traumatico da stress, per l’incertezza prolungata e il cambiamento di vita che siamo chiamati ad affrontare.

Cosa sei riuscita a leggere in questo periodo? Quali sono i libri che ti hanno fatto compagnia?

Fortunatamente riesco sia a leggere che a scrivere. Ho appena terminato Le parole per dirlo di Marie Cardinal, e ho in programma di leggere Serotonina e Spavento, rispettivamente di Michel Houellebecq e Domenico Starnone, in assoluto due dei miei autori preferiti.

In queste settimane si sono moltiplicati gli eventi in rete. Da Facebook a Instagram ci sono dirette e iniziative che ci tengono compagnia ogni ora. Hai partecipato a qualche evento online? Cosa pensi di questo proliferare di appuntamenti? Il web ci sta salvando o dovremmo cercare di vivere questo periodo andando alla ricerca di un maggiore raccoglimento e silenzio interiore?

Sicuramente i social rappresentano delle finestre importanti e tenderanno a conquistare sempre più spazio se l’isolamento si protrarrà. Credo che ognuno di noi possa selezionare l’offerta in base al proprio bisogno di condivisione e intrattenimento. Personalmente sto partecipando alla programmazione streaming Decamerette, con uno spazio di riflessione su lockdown e salute mentale e un approfondimento sui libri che concorrono al premio Strega.

Cattiva di Rossella Milone

Accanto ad ogni culla, ciondolano dal sonno due genitori appena nati. Un giovane uomo intenerito e forte, una giovane donna sorpresa e tramortita, che imparano a spostarsi dal centro del mondo. Perché quella bimba tutta rosa che agita i morbidi piedini è inoffensiva solo all'apparenza. Soffice ma imperativa come un peso piuma, ha stravolto tutto in un istante.

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Qualche domanda a Rossella Milone


Dove stai vivendo la quarantena a cui siamo costretti e con chi?

Sono a casa a Roma con marito e figlia. Mia madre si trovava qui prima del lockdown e qua è rimasta.

È cambiata molto la routine delle tue giornate? Come le stai affrontando?

Moltissimo. Con una bambina di quattro anni e mezzo a casa, ruota quasi tutto intorno al gioco. La domanda: giochiamo? è la prima che ci viene posta quando ci svegliamo e l’ultima prima di andare a letto. Stiamo cercando di darle un ritmo, e mantenere una certa routine che fa bene a tutti, ma ovviamente in questa situazione siamo più elastici. Costruire il proprio tempo – del lavoro o per se stessi – intorno al suo è l’attività principale della giornata.

Come definiresti questo tempo che stiamo vivendo? Sembra non avere confini, essersi preso tutto e andare avanti velocemente e sempre uguale. Le giornate si ripetono in casa, spesso identiche a se stesse. Questo periodo sembra inoltre aver contribuito a frammentare la nostra idea di futuro in mille pezzi che non sappiamo se riusciremo a ricomporre.

Sì, svegliarsi senza prospettive è un aspetto che mette in discussione e in crisi tutto il nostro modo di interpretare il tempo. Il tempo per noi deve avere delle scadenze altrimenti ci sentiamo persi. La prospettiva è uno stimolo, è il luogo della propria affermazione, e venendo meno la prospettiva va in crisi tutto il sistema percettivo di noi stessi e degli altri.

«Le madri e i padri posseggono millenni di esperienza alle spalle, ma nessuno in tutta l’evoluzione umana è mai diventato un genitore perfetto», scrivevi in Cattiva, il tuo ultimo libro, dove raccontavi l’accidentato e recalcitrante processo che trasforma una coppia in una coppia di genitori. E, ancora, descrivevi perfettamente le gioie e i dolori della maternità. Essere genitori oggi, al tempo del lockdown, non è mai stato così difficile. Quali sono le nuove difficoltà che emergono con forza e che hai potuto notare?

Aldilà della stanchezza che serve per tenere impegnata una bambina di quattro anni, cercare di comunicare serenità e tranquillità, fare fronte agli aspetti emozionali dei bambini, proteggere la loro vulnerabilità e cercare di arginare il trauma, comporta uno sforzo emotivo sfiancante. Ma si fa, non è la fine del mondo. E facendolo ci si accorge che ci sono margini inesplorati delle nostre relazioni intime con i figli, che vanno ancor di più coltivate e concimate.

Cosa si può fare per sopravvivere alla pressione psicologica che questo periodo comporta? Slavoj Žižek, per esempio, consiglia alcune semplici regole che si è dato: “non è il momento di cercare una dimensione spirituale, di affrontare il profondo abisso della nostra esistenza”. (…) “Non fare progetti a lungo termine, pensa all’oggi, a quello che farai fino all’ora di andare a letto”. Tu quali strategie stai mettendo in atto?

Non lo so. Forse una strategia inconsapevole è quella di avere dei momenti preferiti della giornata: il caffè dopo pranzo fuori sul terrazzino, l’addormentamento di mia figlia nel nuovo silenzio della notte, la scelta del film serale… Questi momenti sono piccole àncore che scandiscono la bellezza del giorno quando pensi che la bellezza non ci sia più.

Quali sono i libri che ti stanno tenendo compagnia?

Diversi. Alcuni continuo a leggerli per lavoro, ma poi ho preso di nuovo Shakespeare. Ecco, lui nei momenti difficili mi ha sempre dato molto conforto.

Riesci a lavorare e a scrivere?

Non molto. Prima della quarantena ero a metà del nuovo romanzo, e adesso non riesco a tornarci con regolarità. Per scrivere, per stare dentro a una storia, c’è bisogno di moltissima concentrazione; di uno spazio e di un tempo necessari a costruire e seguire l’atto creativo. Questo spazio e questo tempo non ci sono, o, almeno, sono molto modificati, ridotti, fagocitati – questo tempo è spezzato e frantumato per tutti, per cui è spezzata anche la concentrazione. Ma scrivere è un impulso, e questo impulso non si spegne, anzi: forse ora si sta alimentando ancora di più. E anche se scrivo meno, in termini fisici, di certo sto scrivendo molto in altro modo: riflettendo, osservando, assorbendo, elaborando.

Sara Gamberini di Maestoso è l'abbandono

«Ci sono gli amori che hanno a che fare con i percorsi, quelli che hanno a che fare con la solitudine e poi ci sono quelli che non servono a niente, gli amori altissimi.». Prendere le distanze dal mondo, e sentirsene sempre più parte. Questa è la storia di una donna, e del suo pensiero magico, che giorno dopo giorno le si attacca addosso. È la storia di quello che si nasconde tra le pieghe del reale ed è invisibile.

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Qualche domanda a Sara Gamberini


Dove stai vivendo la tua quarantena?

Io e mia figlia stiamo vivendo la quarantena nella nostra casa che ha un giardino e si trova molto vicino a un bosco, siamo fortunate. Era la casa di mio padre, in questi giorni lo ringrazio di continuo.

Come è cambiata la tua giornata in questo tempo casalingo e sospeso che stiamo vivendo? C’è qualcosa che ti manca in maniera più insistente?

È cambiato tutto, anche prima scrivevo e lavoravo a casa, le mie abitudini non sono poi così diverse, eppure la mia vita non è più la stessa. È cambiata la percezione della mia libertà, come per tutti, si sono aggiunte l’incertezza lavorativa e la preoccupazione per quello che sta capitando. Le notti sono popolate da sogni strani e durante il giorno c’è un sottofondo di inquietudine che mi costringe a continui aggiustamenti tra dentro e fuori. L’inquietudine chiede di essere alleviata, compensata, ascoltata, come fosse un bambino. È un lavoro stancante fatto di negazioni e di piccole ammissioni. Cerco di non nascondermi niente. Più di tutto mi mancano gli amici e i familiari e le mie piccole abitudini, la pasticceria, la libreria, le lunghe camminate, le cene con gli amici. Non ne dubitavo, ma ho avuto proprio conferma che senza l’altro l’uomo è perduto.

Che riflessione hai fatto sulla libertà che è venuta a mancarci in questi giorni?

I miei pensieri si sono concentrati su come tutto da un momento all’altro possa svanire. È una realtà difficile da accettare, eppure è così evidente, non abbiamo certezze. Allora provo ad accogliere le cose così come sono, è un esercizio estremo adesso perché quello che accade mi fa paura, ma proprio per questo è un esercizio che si sta rivelando molto utile. Nonostante le limitazioni, non sento la mia libertà in pericolo, se mai la avverto sospesa, ma è sempre lì, intoccabile, custodita. Ogni tanto penso, come in sogno, a quando potremo di nuovo passeggiare insieme e incontrarci, ma so che le limitazioni imposte mi stanno in realtà proteggendo, quindi la loro causa non mi è ostile, non la combatto. È una specie di resa, la mia. Rimando a dopo, a emergenza finita, le considerazioni doverose, indispensabili, severe, su come sia stata gestita male l’emergenza, adesso mi riempirei di rabbia e di frustrazione e non mi aiuterebbe, ho bisogno di pensieri limpidi. Inoltre non voglio cogliere l’occasione, per me deleteria, di sfogare rabbia e frustrazione all’esterno, cercando un bersaglio fuori da me, non mi aiuterebbe a focalizzare l’attenzione sulle mie risorse. Se tutto, ma proprio tutto, è in mano a un altro, allora sì ho davvero paura.

Vedi qualche opportunità di cambiamento in quello che stiamo vivendo? Cosa possiamo imparare da questa emergenza?

Non immagino, a pandemia conclusa, un mondo chissà come diverso o migliore, pieno di animaletti che corrono per strada, il mondo finalmente salvo e pulito. Ma sono certa che l’esperienza lascerà un segno profondo in tutti noi, e in questo senso sì, niente sarà come prima. Ciascuno poi farà qualcosa della sua ferita e sarà interessante osservare cosa muoverà in ognuno di noi. Il virus ha evidenziato una situazione già molto chiara e critica, abbiamo abusato di questo pianeta, lo sapevamo da tempo. Non interpreto la diffusione del virus Covid-19 come una punizione per le nostre malefatte, ma come una triste e tragica conseguenza che si poteva evitare. Da questa emergenza si può allora imparare ad ascoltare i segnali, a non negarli più. Si può imparare un po’ di umiltà, mi piace indicarla proprio come l’umiltà della specie umana, non ne possediamo in grande quantità.

Mi sembra importante ora rivalutare il nostro istinto e certe intuizioni fondamentali che ci guidano e non sbagliano, impalpabili, tornano a collegarci al tutto, dove per tutto non intendo nulla di cosmico, o non solo, mi riferisco invece proprio a tutte le persone, vicine, alla natura, alle necessità degli animali, a quelle dei boschi e delle foreste, e non solo alle nostre.

Da tempo ero molto inquieta, tutto era troppo per me, avevo proprio raggiunto un limite doloroso, ero frastornata dai messaggi equivoci e inutili, dalle attività forzate, dalle notizie, dalla fretta, dal male, dall’egoismo, dall’individualismo, e avevo bisogno di togliere, di fermarmi, di ridurre la mia esposizione. Mi trovavo spesso a sognare di vivere in un altro tempo, a lume di candela, con un pennino in mano, le gonne lunghe fino ai piedi, altri valori. Avevo bisogno di una vita naturale, non lo ignoravo, ma ne rimandavo la realizzazione.

Chandra Livia Candiani, in un’intervista di alcuni giorni fa ha rivelato di non vedere questo tempo come una «sospensione dalla vita», piuttosto il suo opposto, «quintessenza dell’osservazione di cosa sto facendo della mia esistenza, del mio pensiero, del mio tempo, di quello che conta e di quello che è superfluo, delle relazioni buone e di quelle che non nutrono o fanno danno. Di come ricevo il mondo e di cosa gli porto in dono». Questi momenti quindi possono essere utili per osservarci e fare un punto della situazione fuori e dentro di noi?

Chandra Livia Candiani è una poetessa che amo molto, non posso che essere d’accordo con lei, soprattutto sulla possibilità che ci è data adesso di osservare quello che conta e quello che invece è superfluo. In questi giorni balza proprio agli occhi la distinzione tra irrilevante e fondamentale. Si può scoprire anche con facilità chi c’è e chi invece èassente, chi è vicino a noi, per chi ci siamo e per chi invece siamo lontani ormai. Da un mese, stranamente, continua a tornarmi in mente mia nonna Iole e una parte della mia infanzia che non avevo mai considerato prima d’ora. Si tratta di ricordi non eclatanti, ho avuto un’infanzia molto movimentata in realtà, anche piuttosto faticosa a volte, eppure ciò che ricordo adesso è la normalità di certi giorni, un balcone al sole, l’orto, le lumache, mia nonna Iole che in qualche modo mi garantisce protezione con le sue cure semplici, quotidiane. Ho scoperto solo in questi giorni cosa mi ha salvato davvero. Come si trattasse di un messaggio chiaro, gentile, rivolto a me e anche a mia figlia. E io, che sono un po’ animista e credo fermamente all’invisibile, continuo a ringraziare Iole, raccolgo per lei dei fiorellini di campo, mi inchino, le parlo. Era una donna davvero folle, metà carnica e metà austriaca, ruvida e generosa, ha cresciuto me e mio fratello in modo semplice, regalandoci un’infanzia normale, in contrasto forse con quella stravagante che vivevamo a casa. Conosceva un antidoto. Ricordo la sua polenta e le torte, le corse in cortile, quando ci chiamava dal balcone la sera e un po’ rideva e un po’ ci sgridava perché eravamo sporchissimi e poi ci metteva in vasca e ci lavava con una spugna morbida e il bagnoschiuma Neutro Roberts. Ecco la mia salvezza, ho pensato. Altroché sofismi e giardini segreti, polenta, Neutro Roberts, e un cortile condominiale. Ho capito che quello che conta per me, che mi salva, ha a che fare con la costanza, con la generosità, e con una pienezza familiare, fatta di questioni minuscole. Un’intera vita di pezzettini allora è il mio piccolo sollievo.

Maria, la protagonista del tuo libro di esordio, Maestoso è l’abbandono (Hacca Edizioni, 2018, da oggi anche in ebook), sembra muoversi in una dimensione atemporale, fuori dalla realtà. Molta parte della storia del romanzo, dalla forte connotazione introspettiva, si svolge dentro la sua testa. Come si sarebbe trovata alle prese con questa quarantena?

Maria avrebbe avuto il conforto del suo bosco e della sua fede nell’invisibile, la immagino sempre più selvatica adesso, arrampicata su una quercia con gli stivali da pioggia e la sua insensatezza, finalmente libera di occupare tutto lo spazio, non più giudicata, corretta, vicino alle volpi e alla sua bambina.

Forse però non avrebbe mai incontrato Lorenzo, il suo amore. A proposito, cosa ne è oggi dell’amore ai tempi del coronavirus?

Non avrebbe avuto certo problemi con Lorenzo, abituata com’era al loro amore immaginario. L’amore che resiste a tutto, quello altissimo, non teme nessun ostacolo. Maria, a un certo punto del romanzo, dice: “Cosa capita se metti un ostacolo? Qualcosa diventa insormontabile o raggiungibile”.

C’è bisogno di letteratura come non mai in questo periodo. Come ci possono aiutare i libri e cosa stai leggendo?

Credo anch’io che ci sia bisogno come mai dell’arte adesso, della sua funzione più vera. Non considero l’arte un motivo di svago. Sento un bisogno forte di poesia e di libera immaginazione. I libri ci possono aiutare, certo, a patto che ci raccontino qualcosa di nuovo, qualcosa che non conoscevamo, almeno non in quel modo. Lo ripeto da tempo, io di una scrittrice, di uno scrittore, amo prima di tutto la sua consapevolezza, ciò che ha capito. In questi giorni sto rileggendo il diario di Etty Hillesum.

Stai scrivendo qualcosa?

Sì, sto lavorando al mio secondo romanzo, vediamo dove mi porterà.

La parola magica di Anna Siccardi

In una Milano attuale e senza tempo sette personaggi attraversano le dodici storie di questo libro, affacciandosi ognuno alla vita dell’altro di corsa o in punta di piedi. Il passato li ha traditi in maniera sbadata e casuale, e ora tentano di riparare il giocattolo rotto che è la loro esistenza. I demoni con cui fanno i conti sono alcol, serie tv, droghe, relazioni sbagliate e illusioni. Dipendenze che sono diventate malattia e cura insieme, bolle in cui il tempo si ferma, li consola e li inganna.

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Qualche domanda ad Anna Siccardi


Dove stai trascorrendo questo periodo di isolamento e con chi?

A Milano, nell’occhio del ciclone, ma contenta di essere in mezzo ai miei libri e vicina ai miei amici e parenti. Sono insieme a mia figlia e ai miei tre cani (che mi permettono di fare due passi ogni tanto).

È cambiata molto la tua giornata in questo tempo casalingo e sospeso che stiamo vivendo? Cosa ti manca della normalità precedente? Qual è la nuova routine che hai stabilito?

In realtà, da scrittrice, le mie giornate si svolgevano per la maggior parte del tempo in casa già prima del lockdown, cosa che mi ha abituato alla solitudine come condizione serena. Certo, a questo punto mi manca la possibilità di vedere le persone che vorrei e di andare in luoghi pubblici (mi manca soprattutto il cinema). Altra grande rinuncia sono i viaggi, che solitamente inizio a programmare proprio in questo periodo per l’estate. Nuove routine: faccio ginnastica e studio spagnolo su un’app. Prossima lingua, il greco.

Una parola che abbiamo sentito molte volte in questi mesi è vulnerabilità. Quanto siamo vulnerabili o quanto ci siamo scoperti vulnerabili?

Credo che più che mai siano emersi i vari “strati” di cui siamo fatti; se ci siamo scoperti (o ricordati di essere) vulnerabili da un punto di vista biologico, ci siamo anche scoperti estremamente resistenti da un punto di vista esistenziale. Per la prima volta mi sembra di cogliere il senso di una parola molto in voga che mi risultava misteriosa, ossia “resilienza”.

Il tuo libro di esordio, La parola magica, pubblicato da NN editore, è uscito esattamente in piena pandemia. Sei riuscita a promuoverlo lo stesso? Come stai vivendo questa situazione?

“La parola magica” è uscito appena prima del lockdown e, come chiunque altro avesse progetti in corso, ho visto sfumare una dopo l’altra tutte le date che avevamo fissato per le prime presentazioni. Da esordiente mi sono sentita spiazzata e anche un po’ depressa. Fin da subito, però, ho ricevuto inviti per fare presentazioni online e interviste, via mail o in radio, e grazie ai molti, fantastici gruppi di lettura che ho scoperto, ho visto spuntare recensioni, articoli e citazioni del mio libro. Un interesse di cui sono molto grata. Sono entusiasta delle opportunità di comunicazione della Rete e credo che certe nuove modalità resteranno interessanti anche a lockdown finito.

Leo, Anna, Chiara, Diana, Irene… I personaggi delle 12 storie del libro hanno relazioni instabili, vagano da tempo alla ricerca di qualcosa che sembra sfuggirgli, sono imprigionati dentro se stessi e lottano con un nemico spesso invisibile (il passato, le relazioni sbagliate, la dipendenza). Sono malati di un male che possiamo chiamare estraneazione. È incredibile quanto sembrino essere figli del periodo che stiamo vivendo…

Forse è vero che la narrativa talvolta anticipa la realtà o semplicemente la sonda, un po’ come fosse un radar, ma sarebbe presuntuoso attribuirmi una qualche preveggenza. In realtà credo che il rispecchiamento dei miei personaggi e di certe atmosfere del libro con la realtà non sia casuale per il fatto che lo straniamento o estraneazione che emergono nascono sì dal vissuto intimo dei personaggi, ma anche da un mondo relazionale eccessivamente denso, iperconnesso, omologante in nome di una “esistenza globale” che oggi sta mostrando il suo lato distruttivo e il suo impatto pericoloso sull’esistenza del singolo.

È un buon momento per guardarsi dentro, per fare i conti con l’ingovernabilità dell’esistenza proprio come fanno i tuoi protagonisti. Vedi qualche opportunità di cambiamento in quello che stiamo vivendo? Cosa possiamo imparare da questa emergenza?

Riprendendo la risposta precedente, è proprio come se fossimo costretti a riscoprire la possibilità e il senso stesso dell’esistenza come individui e non più solo come tasselli di un insieme. E io preferisco sentirla come una chiamata che come una costrizione; una chiamata alle armi profonde che abbiamo e che si chiamano compassione, pazienza, fiducia e affidamento. Un’altra cosa che sento cambiare profondamente è il senso del tempo, perché se tutti i giorni sembrano un po’ uguali come i segmenti di una pausa indefinita, si può e si deve accedere a una visione del tempo più ampia, storica, epocale. Dal tempo al Tempo. Se ne fossi ancora in grado sarebbe il momento di rileggere Heidegger.

Quale sarà la “parola magica” che potrà traghettarci fuori da questo periodo?

Citando il mio libro – che a sua volta qui cita un detto di Alcolisti Anonimi: “Azione è la parola magica”.

Sei riuscita a leggere o a scrivere più del solito in queste settimane?

Ho letto pochi titoli nuovi, mi sono più rifugiata in libri già letti che ho amato molto: Madame Bovary di Flaubert, Homer & Langley di Doctorow, i racconti di Cheever. Scrivo tutti i giorni, come collaboratrice di Harper’s Bazaar o in risposta a interviste o brevi racconti; non riesco a intraprendere narrazioni impegnative perché ho un livello di concentrazione oscillante e, credo come molti di noi, disturbato da ciò che accade nel mondo.


Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

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