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L'insegnamento di Leonardo Sciascia

Di Niccolò Amelii • gennaio 07, 2021

Leonardo Sciascia, di cui ricorre l’8 gennaio 2021 il centenario della nascita, non è stato solamente uno dei maggiori scrittori del secondo Novecento italiano, ma anche e soprattutto l’intellettuale di maggior respiro europeo, sebbene lui avrebbe di certo preferito l’espressione “uomo di lettere”, la stessa utilizzata dai suoi maestri Voltaire, Diderot, D’Alembert.

Persona dai forti valori morali, abitato da una tensione etica e da una passione conoscitiva che si riverberano poi con vigore nella costruzione dei suoi scritti, Sciascia ha saputo confezionare il più fulgido esempio di letteratura civile che il nostro paese abbia mai conosciuto. Letteratura civile che però non esaurisce la sua carica nella funzione di denuncia e impegno perché sempre rafforzata da un'elaborata letterarietà, capace di creare in ogni testo un prezioso disavanzo, fatto di rimandi, echi, accostamenti ad altri autori e ad altre opere, insomma di «forme che non soltanto ordinano il conoscibile razionalmente […] ma anche squisitamente, sopravvivendo in tale saggismo il tipo stilistico della prosa d’arte», come scrisse Pasolini recensendo Le parrocchie di Regalpetra (1956).

In Sciascia vi è infatti un gusto razionale e al contempo barocco per i dialoghi, per le conversazioni argute e infarcite di riferimenti colti, eruditi e artistici, che a volte appaiono rivestite di maggior peso rispetto al sostrato propriamente diegetico della vicenda narrata. Questo accade in particolar modo nelle parti più spudoratamente recitative, quasi teatrali, di alcuni tra i suoi libri più importanti – come in A ciascuno il suo e in Todo modo –, in cui le riflessioni, i motti di spirito, le allusioni si susseguono in un soave turbinio di assonanze, rispecchiamenti e memorie.

La Sicilia – topos geografico e mentale –, la cronaca, la politica, gli stravolgimenti dell’attualità, ogni fatto o avvenimento, sublimato in letteratura, trasceso in artefatto artistico, viene reso narrabile da Sciascia grazie alla dimensione conoscitiva della scrittura e diventa accessibile assecondando una via altra e privilegiata. L’estensione variegata della produzione sciasciana rivela la poliedricità e l’ibridismo caratteristici della sua postura intellettuale e del suo interesse onnivoro, che si declinano nell’alternarsi copioso di romanzi, racconti, pamphlets, contro-indagini narrative, ricostruzioni storico-saggistiche, pièce teatrali.

Sin dalle sue prime prove romanzesche la scrittura di Sciascia gravita alacremente intorno al problema della verità e della giustizia, divenendo così dispositivo in grado di interrogare e vivisezionare i concetti che si ramificano attorno ai due poli, come quelli della libertà, della dignità umana, del rispetto e della falsità. Interessato a mettere a nudo le contraddizioni e gli inganni insiti nella natura subdola delle ideologie e dei dogmi, qualunque sia la loro manifestazione pratica e teorica, Sciascia, in special modo nella tetralogia dei “finti” o “pseudo” gialli – Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966), Il contesto (1971), Todo modo (1974) – indaga le imposture che si nascondono nelle pieghe sotterranee del potere, ottuso e tentacolare, e dei suoi scafati interpreti, nonché le sacche d’ombra che minano la fisionomia delle sacre e intoccabili istituzioni: la Famiglia, lo Stato, la Chiesa.

Lo scrittore racalmutese è ben consapevole di quanto la corruzione, la menzogna e il malaffare siano talmente persuasivi e pervasivi nell’Italia del boom economico e dei decenni successivi da essere traslati rapidamente dai massimi sistemi dominanti alla quotidianità più routinaria della società, condizionandone ormai l’andatura e gli sviluppi, facendo sfumare irreversibilmente il confine già labile tra chi inganna e chi è ingannato.

In un momento storico, l’inizio degli anni Sessanta, in cui la mafia viene ancora relegata a fenomeno localistico, di dimensione regionale e dal sapore quasi folkloristico (basti pensare che la Commissione Parlamentare antimafia verrà istituita solamente due anni dopo la pubblicazione del libro, nel 1963) Il giorno della civetta, l’opera che impone Sciascia al grande pubblico e gli apre le porte del salotto letterario italiano, è il primo romanzo a fare della criminalità organizzata e delle sue cruenti e perverse dinamiche il centro propulsore della propria vicenda narrativa. Tuttavia, l’originalità del romanzo non risiede unicamente nella tematica proposta, ma anche nella dialettica poetica che la abita e che ne innerva la struttura. Al cuore della narrazione si consuma la contraddizione insolvibile tra il modello positivista tipico del genere poliziesco e la visione pirandelliana dell’esistenza tanto cara a Sciascia.

Sebbene la narrazione sembri avanzare rapidamente verso lo scontato scioglimento finale grazie alle intuizioni geniali del capitano Bellodi, ex partigiano che possiede il necessario distacco per comprendere senza timori reverenziali la fenomenologia dell’inganno che irretisce la Sicilia e i suoi abitanti e al contempo per intuire le collusioni con lo Stato, nel finale l’intera inchiesta, portata avanti con dovizia di particolari, moventi accertati e chiarezza d’intenti, si disfa in poche battute perché il giudice istruttore non ritiene convincenti le motivazioni addotte. Il movimento circolare dell’opera annulla e annichilisce quella verità estemporanea che si rivela essere miraggio nel deserto, così come la giustizia, mero e vuoto feticcio che scompare davanti alle maschere a i giochi serpeggianti degli uomini di potere. Nonostante appaia evidente al lettore attento, la verità non viene restituita esplicitamente, resta soltanto il canovaccio di un dramma applicabile in nuce a migliaia di altre situazioni future potenzialmente assimilabili.

Sciascia, problematizzando l’assunto fondante del giallo classico, ossia l’idea consolatoria che un barlume di giustizia illuminerà infine in maniera provvidenziale l’intricata trama grazie alla ricostruzione dell’inquirente, non concede mai l’agnizione definitiva, rinunciando al finale catartico. Questa “voluta” mancanza apicale è evidente anche in A ciascuno il suo, in Todo modo e ne Il cavaliere e la morte, anch’essi gialli senza soluzione. Se nella casistica tradizionale del romanzo poliziesco o noir la realtà, per quanto camuffata, perversa, oscurata, resta leggibile e decifrabile all’occhio attento del protagonista eroe, negli pseudo-gialli sciasciani i protagonisti non portano mai a termine con successo il compito che si sono prefissati perché impossibilitati a causa di forze onnipresenti e inscalfibili, abili a silenziare, anche con l’eliminazione fisica del “piantagrane” – come nel caso del professor Laurana in A ciascuno il suo – ogni tentativo o progetto di chiarezza e delucidazione.

Il testo, incapace di giungere a un netto deciframento delle vicende narrate, diventa allora doppiamente ambiguo e irrisolto, poiché somma alla sospettosità e vischiosità del reale la propria intrinseca ambiguità, la propria incapacità di esperire pienamente la funzione conoscitiva assegnatagli. E proprio in virtù di tale basilare impossibilità costitutiva, Sciascia cede terreno al romanzesco, rinunciando a fare nomi e cognomi, a rivestire di estremi fattuali il narrato, più interessato a una fattispecie differente di conoscenza, quella che la narrazione è in grado di fornire e irradiare senza ratifica o approvazione ufficiale.

Sciascia però, seppur il tasso di pessimismo si riveli gradualmente crescente nella sua parabola artistica, non postula mai l’inesistenza della verità, rifuggendo in tal modo da una posizione di scetticismo di facile lettura. Ciò che afferma a più riprese, esemplificando il pensiero nel farsi delle sue opere, è l’esistenza di una verità – di cui pure riconosce, come Pirandello, il carattere relativistico della sua applicazione pragmatica (c’è una verità del popolo, una verità dei giornali, una verità del governo) –, la cui principale manifestazione è però costantemente occultata, taciuta, resa invisibile per ragioni politiche, economiche, di usurpazione e sopraffazione.

Ecco perché la letteratura, e in special modo la letteratura pervasa da spirito illuministico, resta per Sciascia la sola entità capace di scavare nel non-detto del reale per tratteggiare la fisionomia di una verità introvabile al di fuori del perimetro del testo. Il romanzo poliziesco, privato dalle sue pretese escatologiche, si trasforma così in contenitore vuoto che consente di utilizzare con arguzia e ingegno tutta una serie di personaggi stereotipati e di scene topiche ormai canonizzate, con l’intento di innestare su tali abusate tipicità nuovi discorsi e nuove ricerche di senso.

Non solo la verità, anche la realtà si rivela essere relativa, prismatica, suscettibile d’essere interpretata in maniere e modalità completamente antitetiche. Non resta che approfondire i fatti, tornare al nocciolo inossidabile delle vicende, delle ragioni generanti, risalire allo scheletro soggiacente per scoprire della realtà cosa è veramente reale e cosa è aggiunta postuma e artefatta, sviamento sordido e fumoso.

Partendo da questo presupposto, negli anni Settanta Sciascia, sempre più polemico, eretico e insofferente a ogni chiesa, a ogni vincolo, a ogni imposizione mossa dall’alto, si muove sul terreno dei racconti-inchiesta: Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), La scomparsa di Majorana (1975) e L’affaire Moro (1978). Fedele all’idea che la cronaca è sempre fonte di certezze, seppur celate o mascherate, Sciascia ritiene che i documenti d’archivio, gli atti, le testimonianze, se rilette, riscritte, possano riacquistare vita e tornare a parlare. Le carte, trascese le interpretazioni fuorvianti e interessate che ne hanno indirizzato e influenzato le passate letture e valutazioni, una volta collazionate, emendate e minuziosamente confrontate non possono continuare a tacere o a mentire. Da qui l’importanza decisiva della pratica della riscrittura che permette, attraverso le proprietà fondanti del lavoro specificamente letterario, di gettare nuova luce sul materiale ritrovato e polveroso, considerato ormai muto.

Il momento di riproduzione di documenti e fonti testuali favorisce l’emergere di verità nuove o mai captate, annidate negli antri più bui delle pagine e al contempo concede di riallacciare i fili con un passato spesso mistificato, di fare i conti con la Storia, tenendo presente però che, a differenza di quanto si possa pensare, «i fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive».

Da questo punto di vista, nel trittico dei racconti-documentari composto da La scomparsa di Majorana (1975), I Pugnalatori (1976) e L’affaire Moro (1978), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (1978) è certamente il romanzo più intimo e singolare di Sciascia. Ambientato in una Sicilia che, con i suoi problemi atavici e le sue contraddizioni crescenti, si dilata per divenire da orizzonte reale metafora del mondo moderno, l’opera è costruita sul calco nobile del Candide voltairiano, modello svuotato dall’interno e utilizzato per proporre un apologo divertito e al contempo amaro, fantastico e disilluso, percorso anche da tracce velatamente autobiografiche.

Con lievità ed esibita vis comica Sciascia racconta gli anni frenetici del secondo Dopoguerra attraverso la lente stralunata e sognante del giovane Candido, mettendo alla berlina le angherie e le meschinerie di un’Italia che vaneggia e si crede grande, mentre è invece ancora arretrata, irretita dal pregiudizio e dal malcostume, e le sue intoccabili istituzioni – il Partito, la Chiesa, la Famiglia (Sciascia ha più volte ripetuto che in Sicilia la Famiglia equivale allo Stato) –, al centro di continui raggiri, malversazioni, intrighi. Candido emerge dal sostrato melmoso di una società arrivista e arraffona come la figura più romanzesca e al contempo più simile all’autore dell’intera opera sciasciana, specialmente nel suo bisogno impellente di slegarsi da ogni condizionamento, pressione e coercizione, nell’approcciarsi alle cose del mondo secondo uno slancio naturale, genuino, adottando una visione esistenziale per nulla mediata e intorbidita da assiomi o dogmi o parole d’ordine. Non sorprende che Candido finisca poi per trasferirsi a Parigi, città da sempre vagheggiata da Sciascia, essendo storicamente luogo prediletto di lumi e cultura, sogni e speranze.

Dai primi racconti alle ultime prove narrative, passando per i “gialli-non-gialli”, i racconti-inchiesta, le ricostruzioni storico-documentarie, i saggi di critica culturale e letteraria, le pièce teatrali, le opere di Leonardo Sciascia certificano così l’esistenza di una verità, e propriamente di una verità della letteratura, che, sebbene sottile e volubile, esiste sempre e sempre può corteggiare e appropinquarsi alla verità contigua al di fuori del testo, quella che, anche se l’uomo stenta a riconoscerla e a certificarla per vigliaccheria, pigrizia o personale tornaconto, si afferma, oltre i silenzi, come entità autonoma e a sé stante, viva e pulsante seppur sempre sfuggente e inafferrabile.

A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia

Il romanzo dell’oscura, crudele Sicilia. Il dramma di un investigatore lucido che, quanto più indagava, tanto più «nell’equivoco, nell’ambiguità, moralmente e sensualmente si sentiva coinvolto».

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Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

Pubblicato nel 1961, Il giorno della civetta è l’opera più nota di Leonardo Sciascia, nonché la prima rappresentazione romanzesca della mafia, capace di diradare la nebbia dell’omertà e di illustrare il passaggio di Cosa Nostra dal mondo contadino a quello degli appalti, delle commesse e di altre realtà «cittadine», non più regionali ma nazionali e internazionali.

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La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia

Dal 26 marzo 1938 si perdono le tracce, fra la partenza e l’arrivo in un viaggio per mare da Palermo a Napoli, del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana, che Fermi non esiterà a definire un genio, della statura di Galileo e di Newton. Suicidio, come gli inquirenti dell’epoca vogliono credere e lasciar credere, o volontaria fuga dal mondo e dai terribili destini che una tale mente può aver letto nel futuro – e nel futuro vicino – della scienza?

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Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia di Leonardo Sciascia

Per Candido Munafò, giovane mite, testardo e riflessivo, «le cose sono sempre semplici». E sarà appunto il suo desiderio di nominare le cose con il loro nome a procurargli le varie disavventure della sua vita, il cui racconto si articola in una serie di capitoletti che rimandano al "Candide" di Voltaire. La forma del conte philosophique, particolarmente congeniale a Sciascia, gli permette di assumere la giusta distanza – e dà un passo leggero, aereo a questo libro, che è forse anche il più intimo e segreto fra tutti i suoi romanzi.

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Niccolò Amelii è dottore di ricerca in “Lingue, letterature e culture in contatto” all'Università degli Studi di Chieti-Pescara. Ha fondato e gestisce il sito di cultura e critica Quaderni contemporanei, collabora con The Vision e con Flanerí per la sezione di critica letteraria. Il suo primo romanzo – “Trittico” – ha partecipato alla XXXIII edizione del Premio Calvino.

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