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Scerbanenco, il fabbricante di storie

Di Matilde Quarti • luglio 22, 2021

Alto più di un metro e novanta, allampanato, profilo sottile, naso affilato: non è difficile immaginare Giorgio Scerbanenco come lo ricordano i famigliari, allungato su una sedia a sdraio di Lignano Sabbiadoro, con la macchina da scrivere in equilibrio sulle gambe sottili e l’ombrellone a proteggere gli occhi dai riflessi impietosi del sole di giugno che rimbalza sul foglio insieme ai tasti che batte furiosamente.

Scrivere, per Scerbanenco, era la missione di una vita, non avrebbe smesso neanche per un pomeriggio al mare. Aveva imparato a lavorare così, otto ore al giorno, come un impiegato, come un muratore, diversi anni prima, quando non conosceva a fondo nessun altro mestiere e, eterno esule nella terra dove era cresciuto, non aveva appoggi famigliari o beni mobili e immobili per regalarsi il lusso di fare lo scrittore per passione.

Scoperto dal grande vecchio Cesare Zavattini e pubblicato da Rizzoli e Mondadori a partire dagli anni Trenta, Giorgio Scerbanenco diventa famoso come giallista negli anni Sessanta, quando Garzanti pubblica, tra gli altri, i suoi romanzi più famosi, quelli di Duca Lamberti. Una quadrilogia che ha contribuito a indicare una nuova, feconda, direzione al thriller italiano e che è stata la lezione mandata a memoria (con successo) dai giallisti nostrani che oggi amiamo. Nel 2008 Sellerio riporta in libreria un altro detective “seriale” di Scerbanenco, americano questa volta, Arthur Jelling, e poi poco o nulla finché La Nave di Teseo non compra i diritti dell’opera dello scrittore e comincia un lavoro di ripubblicazione che va da romanzi e racconti ormai fuori catalogo e dimenticati dal grande pubblico, alla serie di Jelling, e continuerà, nell’autunno 2021, con i romanzi di Duca Lamberti fino a coprire, allo scadere dei diritti, tutta la produzione di Scerbanenco. Una collezione da non perdere anche per le illustrazioni di copertina, affidate a Manuele Fior.

Ma adesso riavvolgiamo il nastro e spostiamoci a Kiev, nel 1911, prima delle guerre mondiali, quando la città faceva ancora parte del vasto Impero degli zar e dove nasce Vladimir Scerbanenko, con la k, figlio di un insegnante di Lingue classiche ucraino, Valerian Scerbanenko, e di una donna italiana, Leda Giulivi. Vladimir non fa nemmeno in tempo a vederla, Kiev, perché a sei mesi dalla nascita è già a Roma con sua madre. Fa ritorno in Ucraina solo diversi anni dopo, quando, sempre con Leda, torna a cercare il padre, di cui avevano perso le tracce durante la rivoluzione russa e che scopriranno essere morto, fucilato nelle rivolte.

Questo aneddoto del passato di Scerbanenco, con la c, lo conoscono solo i lettori più appassionati, per gli altri rimane “lo scrittore che ha inventato il giallo seriale italiano”, lo scrittore che si allontana dalle vicende à la Agatha Christie e dal noir di matrice americana, introducendo con Duca Lamberti gli stilemi di un genere che oggi domina incontrastato tutte le classifiche di vendita.

Scerbanenco è italiano negli scaffali delle librerie ed era italiano a Roma, dove è cresciuto tra zie e cugini della famiglia materna, lo era anche in Ucraina, preso in giro, durante la sua breve permanenza, dai bambini del luogo, a cui rispondeva con le due parolacce in russo che aveva imparato e, quando restava senza parole, con improperi in romanesco, indubbiamente più efficaci. A Milano, seconda città dove va a vivere con la madre, Scerbanenco scopre però di essere straniero. Tra i Navigli sembra pesare di più il suo nome, Vladimir, e quella k infilata alla fine del cognome dell’accento di un ragazzo cresciuto sulle sponde del Tevere. “Verso i diciotto anni diventai straniero, qui a Milano”, scrive nel pamphlet autobiografico Io, Vladimir Scerbanenko (Milano, 1966) lasciando respirare al suo lettore, con poche frasi, quella tristezza che lo porterà a sostituire la k del cognome con una più italiana c e ad assumere il suo secondo nome, Giorgio, che non richiama steppe lontane ma solo santi nostrani.

Scerbanenco vive a Milano, orfano di padre e con la madre malata, ricoverata in ospedale per un tumore che in breve tempo la ucciderà, ma non si rende perfettamente conto della gravità della situazione in cui versa Leda: è troppo impegnato a procurarsi qualche guadagno con lavori modesti che non sembrano mai prendere una direzione reale e, nel tempo libero, a scrivere. La madre, per conto suo, ha forse poco senso pratico, e non sembra preoccuparla che il suo unico figlio non abbia una professione. Leda, anzi, è orgogliosa dei racconti che scrive, seguendola in quella che è sempre stata una sua passione.

Come abbiamo detto è l’incontro con Zavattini, a cui Scerbanenco manda un racconto, il primo a venire accettato per la pubblicazione, che gli spalanca le porte di Rizzoli e dell’editoria milanese. Scerbanenco comincia così la sua carriera di scrittore di professione: una trentina di pseudonimi, per racconti, romanzi rosa, fantascienza e il genere che lo ha reso celebre, il poliziesco. Il primo romanzo pubblicato da Scerbanenco, nel 1935 è Gli uomini in grigio, uscito in venti puntate sul «Novellino», una rivista per ragazzi (e ripubblicato nel 2016 da Rizzoli, con illustrazioni di Peppo Bianchessi).

Dei primi anni Quaranta è il primo ciclo di gialli di Scerbanenco con un protagonista seriale, che anticipa il più famoso ciclo di Duca Lamberti. Sono i romanzi di Arthur Jelling, archivista in grado di notare anche le più piccole incongruenze e così in grado di aiutare nelle indagini la polizia di Boston, una città che Scerbanenco conosceva salgarianamente solo su mappa. Le avventure di Jelling sono sette, la prima è Sei giorni di preavviso, Rizzoli, 1940, e ricalcano gli stilemi del giallo classico, ancora lontano, per molti versi dalle opere della Milano della malavita.

Esule in Svizzera, che raggiunge nel 1943 attraversando il confine clandestinamente per sfuggire ai bombardamenti su Milano, il padre del crime italiano ambienta i suoi romanzi negli Stati Uniti. Sembra una contraddizione, ma anche questa è una storia interessante. Scerbanenco si occupa di Arthur Jelling negli anni Trenta, quando, tra le vittima dell’Ovra, la polizia politica fascista, rientrano anche i gialli ad ambientazione italiana. Se, infatti, la censura imponeva che una percentuale dei libri pubblicati fosse di autori italiani, riteneva però inaccettabili storie che mettessero in dubbio l’ordine e il decoro dell’Italia fascista. Sotto il vigile occhio del fascio era impensabile potessero accadere i brutali omicidi al centro delle indagini poliziesche. Arthur Jelling è quindi un figlio della censura, un escamotage per pubblicare l’impubblicabile. Per Scerbanenco, che scriveva per mestiere e non soltanto per velleità, forse non erano poi così importanti le maglie attraverso cui raccontare le sue storie, che fossero quelle della censura o delle necessità pratiche del dopoguerra, che lo vedono impegnato in romanzi d’appendice e sentimentali.

La preoccupazione principale, per Scerbanenco, sembra essere sempre la materia più oscura che si nasconde dietro le sue storie, a prescindere dove siano ambientate: i più oscuri moti dell’animo umano. Un animo che Scerbanenco scandaglia implacabilmente, come un sub alla ricerca di tesori nascosti sul fondale del mare: le contraddizioni delle persone, le loro nevrosi, le passioni, i piccoli drammi borghesi che si trasformano in tragedia, nulla sfugge all’occhio analitico, quasi clinico di Scerbanenco. Tutti i romanzi di Scerbanenco, da questo punto di vista, possono essere considerati “gialli”, dietro a ogni vicenda c’è il mistero, il turbamento, la sciagura. Sua figlia Cecilia, nella prefazione a I sette peccati e le sette virtù capitali (La Nave di Teseo, 2021), raccolta di racconti basati su, appunto, i vizi e le virtù, usciti tra il 1967 e il 1968 sulla rivista «Novella», racconta che il padre avrebbe voluto diventare un neuropsichiatra. Una dichiarazione, questa, che illumina come un faro tutta la sua opera, da cui emerge - anche nei racconti più minuti - una costante analisi psicologica e sociale dei personaggi, figli del loro milieu e delle loro esperienze, di caratteri che ne plasmano le azioni, nel bene ma soprattutto nel male. Cecilia Scerbanenco, oltre a contribuire instancabilmente alla diffusione dei libri del padre, ha pubblicato anche una bella biografia dell’autore, Il fabbricante di storie (La Nave di Teseo, 2018), basata su un accurato lavoro d’archivio.

In questa attenzione alla psicologia umana, si può individuare quella parte della professione di Scerbanenco più prettamente giornalistica, come direttore delle riviste «Novella» e «Bella», che gli consente di entrare a contatto con le storie più intime delle persone normali. Una parte fondamentale della sua attività è la posta dei lettori (la più conosciuta è quella che segue con lo pseudonimo “Adrian”), anzi delle lettrici, che gli spalancano le porte di casa, dei loro dispiaceri e delle loro speranze, delle zone di ombra che nascondono. Uno spaccato sociale che entrerà prepotentemente nei romanzi e racconti di Scerbanenco, che seguono sempre vicende estremamente umane. È il caso, per esempio, di Al mare con la ragazza (Garzanti, 1965), noir che racconta un disagio comune, in cui l’esperienza di due ragazzi cresciuti nei sobborghi si mescola a quella di una ragazza della Milano borghese e in cui le atmosfere cupe e malinconiche sono solo il presagio delle disgrazie che stanno per consumarsi. Più legati al thriller sono alcuni romanzi precedenti, come Appuntamento a Trieste (Rizzoli, 1953), ambientato al termine del secondo conflitto mondiale, una vicenda di spie e, come insegna il cinema americano, amore. O ancora La luna sulla pineta, pubblicato a puntate su «Gioia» nel 1958 e uscito per La Nave di Teseo a maggio 2021, crime rischiarato da una vicenda amorosa, che segue la discesa nella criminalità organizzata di due ragazzi partiti da Treviso per sfuggire a un destino che, per linea paterna, sembra inseguirli, e finiscono per restarne avvinti a Viareggio, pur avendo macinato chilometri da quella che pensavano fosse la fonte dei loro guai: se Milano è come Chicago, in questo caso Viareggio assomiglia molto a Los Angeles. Anche su questo romanzo c’è un aneddoto: Scerbanenco per contratto in quegli anni non poteva scrivere per riviste di concorrenti, da qui la scelta di pubblicare il racconto con uno dei suoi numerosissimi pseudonimi, Cristina Doria.

Gli anni Sessanta sono anche quelli in cui prende forma il personaggio più amato di Scerbanenco, Duca Lamberti, medico che non può più esercitare, reduce da tre anni di galera per aver dato una pietosa morte a una paziente terminale. Lamberti si trova a indagare, per conto del commissario Carrua, vecchio amico del padre, su una serie di atroci delitti, che affondano nella Milano perbene così come nella criminalità organizzata. Sono in tutto quattro romanzi (Scerbanenco aveva il progetto di proseguire la serie ma muore improvvisamente nell’ottobre del 1969), Venere privata (Garzanti, 1966), Traditori di tutti (Garzanti, 1966), I ragazzi del massacro (Garzanti, 1968), e I milanesi ammazzano al sabato (Garzanti, 1969), bibbia di un’intera generazione di aspiranti giallisti.

Le vicende di Lamberti si svolgono in una Milano in mutamento, i cui meccanismi criminali sono sconvolti dal declino della ligera, la vecchia mala milanese che rubava ma non uccideva, e dall’affermarsi sulla piazza della malavita organizzata e delle bande criminali che, per la prima volta, non si fanno scrupoli a uccidere. Non a caso risale al 1967 la rapina che marca il segno indelebile di questo passaggio di consegne, da una malavita a un’altra: quella della banda Cavallero, venuta da Torino per un furto al Banco di Napoli in largo Zandonai e che, per seminare la polizia, durante la fuga spara sui passanti, lasciando dietro di sé tre morti.

Le atmosfere evocate da Scerbanenco nei romanzi di Duca Lamberti sono quelle dei titoli allarmistici del giornale «la Notte», quelle di una città che nasconde pericoli anche nelle vie più lussuose e che pulsa al ritmo dei locali notturni e dei traffici peggiori. Scerbanenco segue i suoi personaggi come pedine mosse su una cartina: la precisione toponomastica è totale, e chi conosce Milano e la sua periferia sarà in grado, anche a distanza di decenni, anche laddove c’erano campi e adesso metropoli diffusa, di localizzare precisamente i luoghi in cui si gioca la partita tra Lamberti e i criminali che deve contrastare.

D’altronde tutti gli autori che citano Scerbanenco, in interviste o incontri, usano le stesse parole per riferirsi alla sua scrittura: lama, bisturi, affilata, sottile. E sarebbe difficile trovarne di altrettanto adeguate. Scerbanenco è effettivamente chirurgico, nonostante alcune scelte lessicali che potrebbero sembrare vetuste o poco comprensibili per un lettore di oggi. La scrittura di Scerbanenco, il suo fraseggiare essenziale, ben si sposano con la materia più truculenta che maneggia. Descrizioni quasi burocratiche stemperano gli avvenimenti più atroci e allo stesso tempo li illuminano, mostrandoli in tutta la loro nuda crudezza. I colpi di scena sono pochi: Scerbanenco preferisce modulare la sua narrazione su un crescendo di tensione, che costringe a passare di capitolo in capitolo, soggiogati, fino alla risoluzione della vicenda e a quella che è, a conti fatti, un’esperienza di liberazione catartica. A fare da contraltare alla scrittura dritta, sottile come una lama, è l’ironia, altrettanto acuta e pungente, con cui Scerbanenco osserva la realtà. Una vivacità che emerge improvvisa dalla pagina, strizza l’occhio al lettore, a volte con divertimento, a volte amaramente, come a ricordare la complessità dell’esperienza umana, di cui i gialli e i noir non sono che una delle molteplici facce.

Scerbanenco, come dice Andrea Pinketts, filmato con un sigaro in mano e un boccale di birra davanti a sé, racconta “la città dolente”, non solo la Milano capitale morale. La moralità, infatti, è tutta nelle scelte o non scelte dei suoi personaggi, che sia nei racconti spietati di Milano Calibro 9 (Garzanti, 1969) o nei romanzi di Duca Lamberti, sono sempre loro a fare la differenza, a esprimere attraverso la carta la rabbia con cui Scerbanenco guardava all’ingiustizia e alla meschinità umana.

Giorgio Scerbanenco muore un paio di mesi prima della strage di Piazza Fontana, e chissà come avrebbe saputo raccontare, questo scrittore in cui la professione e la passione erano due aspetti inscindibili, l’età del terrorismo, dell’eversione, l’età in cui Roma ha avuto la meglio su Milano.

Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco di Cecilia Scerbanenco

“Narratore, autentico e instancabile, della razza di un Georges Simenon”, come lo definì fulmineo Oreste del Buono, Giorgio Scerbanenco veniva da lontano, da quella Russia zarista che lasciò ancora in fasce e che lo accompagnerà per sempre nel suono di un cognome diventato il marchio del maestro indiscusso del noir italiano.

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Matilde Quarti è nata nel 1987 a Milano, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e cultura per Panorama.it, Il Libraio, Club Milano e altre riviste. Le piacciono i classici, l'est Europa, e le vecchie storie della ligera.

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