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Rumelia. Viaggi nella Grecia del Nord [un estratto]

Di Patrick Leigh Fermor • luglio 14, 2021

Il nome Rumelia non compare sulle map­pe, e lo cerchereste invano sui vostri GPS: indica una regione che corrisponde gros­so modo a quella parte della Grecia che va dal Bosforo all’Adriatico e dalla Macedo­nia al golfo di Corinto. Quando Patrick Leigh Fermor la esplora, negli anni Cin­quanta, un banchetto nuziale dei nomadi della Tracia era ancora misterioso come una cerimonia inuit, e sì, i monasteri delle Meteore spuntavano dalle nuvole «come avamposti in una landa polare».

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo un estratto da:

Rumelia. Viaggi nella Grecia del Nord di Patrick Leigh Fermor

La Grecia che Patrick Leigh Fermor ha saputo evocare, con la sua commistione inconfondibile di etnografia e intrattenimento, sopravvive intatta nei suoi libri – uno dei pochi viaggi che valga ancora la pena di fare.

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«Romiós eísai?».

La domanda fu accompagnata da uno sguardo sorpreso. Era molto dopo mezzanotte e mi ero fermato in un bar all’aperto mentre rientravo in albergo a Panama City. I tre baristi prendevano le comande in spagnolo, ma le ripetevano al cuoco baffuto urlando in greco; quando toccò a me, ordinai qualcosa nella stessa lingua. Ecco allora la domanda: sei greco?

Proprietaria del bar era una famiglia della piccola città portuale di Karlóvassi, sull’isola di Samo. In quasi un anno passato fra i Caraibi e le repubbliche del Centroamerica, era la quarta volta che incontravo dei greci: il primo era stato un uomo d’affari a Haiti; il secondo, un droghiere sull’aereo fra L’Avana e l’Honduras britannico; infine, un locandiere solitario a Cordova, sulle rive del lago Nicaragua, di fronte al vulcano Momotombo. (I greci, pur così diffusi in tutto il mondo, sono pochi da quelle parti: la colonia più vicina era un piccolo gruppo originario di Kálymnos, nel Dodecaneso, che pescava spugne, in barba agli squali, lungo la barriera corallina della Florida). In mezzo agli indolenti panamensi, ai lascar e ai cinesi, quei tre tipi svegli venuti da Samo sembravano davvero fuori contesto. Quando fu il momento, non ci fu verso di pagare. Questo incontro fu come un improvviso raggio di luce e buonumore in un soggiorno piuttosto deprimente e, mentre me ne tornavo in albergo destreggiandomi fra i tram, le zanzare e le profferte piccanti mormorate nei vicoli, pensai con nostalgia al lontano arcipelago, alla lingua e al paese che conoscevo così bene; riflettei anche sulle parole esatte di quella domanda: come mai, ingannandosi momentaneamente sulle mie origini, avevano usato il termine romiós, invece del più comune héllinas?

Per avere risposta dobbiamo risalire per due terzi la distanza temporale che ci separa da Pericle. Quando Costantino fondò una seconda capitale per il tardo Impero romano, Costantinopoli, non la concepì come erede, né tantomeno come sostituta o rivale della metropoli sul Tevere. La città cresciuta come un fungo era la capitale gemella di uno Stato indiviso. Ma nel giro di sessant’anni, due imperatori diversi governavano congiuntamente sulle due aree dell’impero. La capitale d’Oriente era in piena espansione, quella d’Occidente, assediata dai barbari, in declino; in meno di un secolo, e quasi per sbaglio, fu distrutta dai goti. L’impero fu privato della sua metà occidentale, ma si ritrovò nuovamente soggetto a una sola città, la Nuova Roma sulle rive del Bosforo, e così rimase fino al 1453, quando essa fu devastata dai turchi. L’Impero d’Oriente sopravvisse alla sua metà occidentale amputata per dodici dinastie, ottantaquattro imperatori e poco meno di mille anni.

Il mondo in cui crebbe Bisanzio-Costantinopoli-Nuova Roma era greco, come del resto i cittadini romani superstiti e ben presto anche gli imperatori. Atene era in decadenza, e ora era Costantinopoli il cuore e il centro della grecità. Quando i dissidi teologici sullo Spirito Santo divisero Oriente e Occidente, la nuova città imperiale divenne anche la sede metropolitana della cristianità orientale, e tale rimase per tutto il millennio. Così, per mille anni i greci furono tanto romaíoi – romani – quanto elleni; e la parola romaíoi passò a indicare i sudditi dell’impero e i cristiani ortodossi orientali, per contrasto, paradossalmente, con i cristiani occidentali la cui capitale spirituale era la vecchia Roma. Il termine «elleno» assunse il significato di pagano, e quando, dopo il breve revival di Giuliano l’Apostata, il paganesimo tramontò, anche la parola cadde in disuso. Molto più tardi, per un bizzarro periodo durato solo un paio di decenni, i membri di una élite bizantina, sotto l’influenza della cosmogonia (ahimè perduta) di Gemisto Pletone, si attribuirono seriamente il titolo di « elleni ». Fu come una debole, affascinante eco rinascimentale della reviviscenza di Giuliano, ed è lecito sospettare che, in tempi come quelli, la parola avesse non poco della sua antica significanza pagana. Il movimento ebbe il suo centro di irradiazione a Mistrà, nei suoi ultimi giorni, e fu un fenomeno effimero e sfortunato, proprio come la scuola pittorica che fiorì nel medesimo contesto. (Come avrei voluto esserci!). Tremendi accadimenti spensero quelle labili facelle, e rimase solo romaíos. I popoli musulmani – i persiani, gli arabi e più avanti i turchi – conobbero l’impero come Rum. Alla caduta di Bisanzio, e per i successivi quattro secoli, tutti i greci, per gli islamici, erano rumi. Il termine romaíos, più solenne, non fu più usato nel parlare comune, e gli stessi greci presero a servirsi più familiarmente della parola romiós (forma semigrecizzata di rumi) per indicare sé stessi e i propri connazionali.

Il greco parlato tutti i giorni – la lingua della poesia popolare, dei canti e dei proverbi, la lingua viva, insomma – prese a essere definito « romaico», per contrasto con l’idioma arcaizzante e letterario della teologia, delle cronache storiche, dei documenti ufficiali e della liturgia, che divenne sempre più artificioso col passare del tempo: la lingua degli scribi. La divaricazione iniziò ben prima della caduta di Bisanzio: entrambi gli idiomi sono varianti della koiné del mondo ellenistico, e indiscutibilmente eredi del greco antico. Ma il greco romaico, o demotico, era parlato da tutti, mentre l’altra lingua, la katharévousa (ossia pura), pochi la usavano per iscritto, e nessuno la parlava. L’una era come un tessuto casalingo, l’altra un broccato per le grandi cerimonie. Quando, per una combinazione di ragioni politiche e religiose, i greci smisero di considerarsi « elleni », non per questo smisero di esserlo, sebbene si sentissero romioí. Quando la Grecia riacquistò la libertà, il vecchio termine riprese quota, e romiós cadde in discredito tra i fautori della rinascita. Oggi, le due parole hanno sfumature ben distinte.

«Elleno» evoca le glorie dell’antica Grecia; «romaico» gli splendori e le pene di Bisanzio (soprattutto queste ultime). L’«ellenicità» è simboleggiata dalle colonne del Partenone; Bisanzio, l’età dell’oro imperiale della Grecia cristiana, dalla grande cupola di Santa Sofia. Dovendo proprio trovare un elemento emblematico per il più complesso concetto di romiosyni – il mondo romaico, la « romaicità » –, ecco, forse sarebbe ancora Santa Sofia: ma Santa Sofia trasformata in moschea, piena di turbanti e fiancheggiata da minareti, con tutti i suoi santi nascosti dalla calce e le gigantesche iscrizioni coraniche degli occupanti turchi; mentre i greci, esuli in patria, celebrano i loro riti in templi ben più umili.

Qualche anno fa chiesi al famoso scrittore greco Georgios Theotokas perché la parola romiós, in certi contesti, avesse un senso spregiativo. Rifletté a lungo prima di rispondere, poi disse: «Suppongo sia perché indica i nostri panni sporchi. Eínai ta áplyta mas... ». In questo significato accessorio, romiós evoca non solo la tragedia della caduta, ma anche l’impotenza della sottomissione e le influenze turche che inevitabilmente, in un’occupazione plurisecolare, si sono insinuate tra le fibre della vita greca. Richiama anche gli espedienti e i compromessi con cui i greci, più intelligenti, gabbavano i loro oppressori. Sotto gli ottomani, ai greci non rimasero che la Chiesa ortodossa e il loro ingegno, e se ne servirono molto a proposito. Il patriarca ecumenico, unico tramite fra il sultano e i sudditi cristiani, tenne uniti i greci come una famiglia, in attesa di tempi migliori. Il disinteresse dei turchi per le lingue straniere e la loro inettitudine diplomatica fece sì che molti greci fanarioti rivestissero ruoli di primo piano nella politica estera dell’impero, in qualità di dragomanni della Sublime Porta. Principi greci fanarioti governarono come viceré i regni vassalli di Moldavia e Valacchia; le finanze erano in mano a banchieri greci; i montanari greci, gli armatoli, sorvegliavano (a modo loro) i passi; e greci erano gli equipaggi delle navi da guerra turche.

Molti lavoravano in segreto per alleviare la sorte dei propri connazionali. Le autorità turche governavano con durezza, ma erano pigre e corrotte. In condizioni del genere, l’inganno e il compromesso diventavano virtù. Adattabilità e astuzia erano essenziali per sopravvivere, ottime per arricchirsi. (Nourris dans le sérail – potremmo dire –, ils en connaîssent les détours). È qui che la parola romiós inizia ad assumere un senso peggiorativo, a suggerire che, anche quando il nemico venne meno, la riserva di espedienti immorali accumulati nei secoli per raggirarlo rimase: e ora queste armi si rivolgevano contro i connazionali. Associate alla disposizione indocile delle genti di montagna, finirono per intralciare la gestione del rigenerato Stato sovrano. Effettivamente, le espressioni «romaiká prágmata! » e « romaikés douliés! », ossia « cose romaiche! », immancabilmente accompagnate da uno schiocco critico della lingua, indicano qualcosa di mal fatto o, peggio ancora, un « lavoro sporco».

L’occupazione turca è un limbo interminabile. Ma è anche piena di storie meravigliose con stratagemmi degni di Ulisse, avventure picaresche e un abile sfruttamento del caos. Non mancano i racconti di carriere vertiginose e peregrinazioni in terre lontane in cerca di fortuna che non hanno nulla da invidiare a Gil Blas, Hadji Babà e le Mille e una notte. La romiosyni, dal suo lato più popolare e più comico, trova il suo compendio nel teatro d’ombre di Karagiozis. Si ritiene che questa affascinante tradizione drammaturgica abbia avuto origine in Cina, ma di fatto è stata in auge per secoli in tanti paesi dalla Manciuria all’Adriatico, e in ognuno si è adattata alle idee e ai costumi degli indigeni. In alcune parti dell’Asia era rabelaisiana e salace. Fra i greci, prese una piega vivace e argutamente allegorica, divenendo profondamente, inalienabilmente greca.

I personaggi sono sagome traslucenti, ritagliate da una pelle di cammello e colorate, con parti snodabili; l’invisibile burattinaio e i suoi apprendisti le manovrano su lunghe aste, cosicché le figure, appiattite contro un telo bianco illuminato da dietro, si animano. La scena, spesso adorna di palazzi, moschee e serragli, è ambientata a Costantinopoli o nella Grecia occupata, in un’epoca imprecisata degli ultimi due o tre secoli. Le commedie in un solo atto – oltre un centinaio, basate su un canovaccio fisso cui il burattinaio apporta leggere variazioni secondo la propria abilità e immaginazione – mirano esclusivamente a divertire, ma fanno molto di più: con i mezzi della commedia, della caricatura, della parodia e della farsa, rappresentano tutte le categorie della romiosyni.

Il protagonista, un antieroe, è lo stesso Karagiozis, perfetta personificazione del rayah oppresso e impoverito. La sua casa è una baracca di legno in procinto di crollare (in tutta la Grecia, « capanna di Karagiozis » è sinonimo di tugurio). Basso, calvo e gobbo, ha un braccio prodigiosamente lungo, che usa per tutta la gamma del gesticolare greco – si tratta di una sopravvivenza del fallo che dà un generoso tocco di scurrilità al Karagöz arabo. Scalzo e vestito di stracci, analfabeta ma sveglio e versatile, parla in fretta, in modo impertinente e buffo, infilando un comico errore dietro l’altro. Ladro indefesso – romaiká prágmata! –, spesso e volentieri viene colto sul fatto. Di volta in volta sa essere audace o timido, pronto al sotterfugio e al travestimento, estroso e irrequieto, tenace e attaccabrighe, facile alla delusione ma rapido a riprendersi. I suoi progetti vanno quasi sempre a monte, fruttandogli un bel carico di legnate. Come una lucciola, guizza fra le altre ombre, più alte e statiche, parlando, saltando, gesticolando e litigando. Per quanto ne combini di cotte e di crude, noi stiamo sempre dalla sua parte. È simpaticissimo, come un Davide comico circondato da tanti Golia. Un uomo piccolo così, costretto sempre a battersi in condizioni di inferiorità, assomiglia in un certo senso a ciascuno di noi. È come uno spillo che buca continuamente i palloni gonfiati della boria e della vanità. È la perfetta manifestazione della passione dei greci per la presa in giro di sé e degli altri. Il pubblico ride di lui, ben sapendo che in realtà sta ridendo di sé. È la quintessenza della romiosyni.

Karagiozis è, insomma, un romiós. Ma il concetto di romiós va ben al di là del quadrilatero illuminato che fa da sfondo alle sue buffonerie. Evoca, come dicevamo, lo spettro degli splendori di Bisanzio, le pene della schiavitù, i «panni sporchi », le assurdità del teatro d’ombre. Ma ha anche un significato privo di toni malinconici o spregiativi. Rimanda a un senso di calore umano, consanguineità, affetto, una storia comune, solidarietà nelle situazioni difficili, condivisione di rischi e aspirazioni. Il senso di essere nella stessa barca, appartenere alla stessa famiglia. Annulla pretese, giustificazioni, scuse. Un greco riconosce un altro greco in un frangente avverso, nell’esilio o nell’emigrazione, e saluta in lui un compagno di romiosyni, gli offre un pasto gratis o un letto, gli dà una mano.

In mezzo ci sono i fasti di Bisanzio e la disgrazia della dominazione straniera, ma la coscienza di discendere dai famosi antenati della Grecia antica è ancora viva, seppur affievolita, anche fra i più umili romioí. Per i greci moderni, tutto questo si riassume nella parola «elleni». Per quanto il tempo abbia seppellito questa consapevolezza nell’inconscio, specie fra gli illetterati, o l’abbia ridotta a una leggenda consunta, è sempre rimasta lì, e non importa se per secoli le circostanze hanno ritirato il termine dalla circolazione. Gli studiosi e intellettuali, pur tristemente ridotti di numero, hanno tenuto viva questa tradizione, e quando infine i turchi sono stati scacciati, non è sorto un ricostituito Impero romano d’Oriente, con al centro Costantinopoli, ma l’Ellade, con (dopo un periodo d’indecisione) la sua capitale Atene. La cupola di Santa Sofia si è allontanata – non di molto: è sempre lì, che si libra allettante all’orizzonte mentale di ogni greco –, e il Partenone, trascurato per secoli, si è levato come nuova stella polare della vita nazionale; e non è stato da bizantini o romaici che i greci, forse sfregandosi gli occhi per lo stupore, hanno cominciato una nuova vita, ma da elleni. È un po’ come riportare in uso un titolo vecchio e dimenticato, ma autentico, dopo un periodo di oblio. La romiosyni, come abbiamo visto, aveva il mordente di ciò che è familiare e immediato; l’ellenicità ha lo splendore di un’idea. Ma sono due facce della stessa realtà.

Sarebbe difficile scaldare il cuore di uno stradino inglese parlandogli di Boadicea, Carataco o Cadwaladr, o quello di un negoziante francese menzionando Vercingetorige. Ma alla rinascita della Grecia, improvvisamente i suoi cittadini furono, per così dire, presi per mano da politici, poeti ellenizzanti, intellettuali e professori formati nelle università occidentali, e guidati a far la conoscenza di un intero museo di parenti dimenticati. Ne furono compiaciuti, ma anche intimiditi. Provavano soggezione davanti a questi dèi, filosofi, generali ed eroi di marmo. Avevano sempre saputo, seppure in modo semiconsapevole, di questi loro nobili consanguinei, e anche se l’unico che conoscevano per nome era Alessandro Magno, quella parentela era fonte di un vago orgoglio. Ora, però, gli antichi venivano proposti come modelli, anzi quasi come oggetti di culto confuciani. I greci moderni, pensavano quegli innovatori classicisti, non dovevano far altro che prenderli sul serio come tali per inaugurare una nuova età dell’oro che avrebbe fatto impallidire quella di Pericle.

Come biasimarli? Vivevano un’epoca di prodigi. Il miracolo della liberazione si era compiuto. Nel recente passato romaico c’era molto da criticare, molte concrezioni straniere da raschiar via, forme di pensiero da sradicare, la nobile lingua greca andava mondata di tante impurità... Era troppo presto perché potessero comprendere che l’ascendenza greca dei loro connazionali (che affondava, del resto, in un passato ben più antico del quinto secolo da loro arbitrariamente scelto come punto di partenza) era riaffermata con più vigore da centinaia di tradizioni popolari e superstizioni (arretrate e barbare secondo i loro mentori), che non dagli edifici con graziosi stucchi neoclassici di cui Atene iniziava a fregiarsi. Non potevano capire che il tanto disprezzato demotico era il legittimo erede della lingua degli antichi, mentre l’idioma ‘puro’ dei loro scritti – la katharévousa infatti non è mai stata parlata da labbra umane – era, nonostante il suo alto lignaggio, una lingua morta. Forse i termini «Ellade» e «elleno» avevano un suono strano e irreale in quel momento, come avviene ancora adesso per gli abitanti delle nostre isole, pur dopo un secolo e passa di impero e Commonwealth, nel caso di «Gran Bretagna » e «britannico»: parole usate solo da sovrani, politici, giornalisti, impiegati dell’ufficio passaporti, americani e tedeschi, e da nessun altro (meno che mai dagli abitanti del Galles e della Cornovaglia, che sarebbero gli unici ad averne davvero titolo); se non, come del resto è giusto, dagli abitanti della Bretagna.

Gli antichi erano motivo di orgoglio, ma anche causa di sensi di colpa. Come potevano i greci moderni competere con questi prodigi tornati in vita dal passato? (E chi mai potrebbe farlo?). L’inadeguatezza induceva un senso di declino senza speranza, e quelle facce di marmo erano un continuo rimprovero. Per alcuni erano fonte di ispirazione, per altri di sconcerto; per una minoranza, causa di risentimento, se non addirittura di rabbia: perché non far saltare in aria il Partenone? Le nuove tendenze avevano messo in cattiva luce l’intera romiosyni, tutto ciò per cui valeva la pena vivere. Ma il pantheon romaico non era certo vuoto. Vi era intronizzato lo spirito di Bisanzio, e Costantino, Elena, Basilio Bulgaroctono, l’ultimo Paleologo; un intero corteo fantasma di imperatori, la cui capitale era tutt’ora in schiavitù. E poi c’erano le vergini, i santi e i martiri dell’Ortodossia: davanti alle loro icone ardevano lampade in tutte le case greche; i loro affreschi, anneriti dai fumi d’incenso e offuscati da mille anni di baci, ricoprivano le pareti delle chiese. Queste schiere dipinte non erano amate per il loro messaggio mistico, ma per i miracoli che operavano, e il soccorso spirituale nei giorni bui. A loro si erano poi aggiunti i capi dei reparti di montagna e i capitani delle navi della guerra d’indipendenza: Kolokotronis, Karaïskakis, Athanasios Diakos, Miaoulis, Kanaris, e molti altri. Questi eroi dai grandi baffi erano romioí fino all’osso. Erano stati consacrati dall’apoteosi: era merito dei loro yatagan, dei loro lunghi fucili e delle loro navi esplosive se la Grecia era stata liberata dai turchi. Non c’era bisogno di scomodare Leonida e Milziade, per il momento. Sì, si diceva fossero stati tanto valorosi contro i persiani... Ma era stato molto, molto tempo fa.

Rumelia. Viaggi nella Grecia del Nord di Patrick Leigh Fermor

La Grecia che Patrick Leigh Fermor ha saputo evocare, con la sua commistione inconfondibile di etnografia e intrattenimento, sopravvive intatta nei suoi libri – uno dei pochi viaggi che valga ancora la pena di fare.

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(c) 1966 THE ESTATE OF PATRICK LEIGH FERMOR
The Joan Leigh Fermor Archive is held at the National Library of Scotland, Edinburgh

(c) 2021 ADELPHI EDIZIONI SPA MILANO

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