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Quando abbiamo smesso di capire la filosofia

Di Francesco D'Isa • ottobre 28, 2021

«La chiarezza è la cortesia del filosofo», disse il pensatore spagnolo Ortega y Gasset in una conferenza sulla tecnica, prima di lanciarsi in un’elegante polemica con alcune caratteristiche dello stile filosofico di Heidegger, che merita una citazione:

«Heidegger, che è geniale, soffre di mania di profondità. Perché la filosofia non è soltanto un viaggio verso il profondo. È un viaggio di andata e ritorno, ed è quindi anche un condurre il profondo alla superficie e renderlo chiaro, banale. Husserl, in un famoso articolo del 1911, disse che riteneva un’imperfezione della filosofia ciò che si era sempre elogiato in lei: la profondità. In lei si tratta proprio di rendere evidente quello che è latente, superficiale quello che è profondo, di arrivare a concetti «chiari e distinti», come diceva Cartesio. Il fatto di non essere più cartesiani non cambia quel destino. Filosofare è allo stesso tempo approfondire e rendere banale, è una frenetica brama di capovolgere la realtà facendo in modo che quello che è profondo diventi superficiale».

La chiarezza con cui viene espresso un concetto filosofico è un tema trasversale alla produzione e allo studio della materia e va dalle reprimende di Schopenhauer (soprattutto a Hegel) ai contemporanei meme filosofici (anche qui, spesso su Hegel).

La questione in gioco è irrisolvibile: l’oscurità di certi filosofi è legata alla complessità della materia o a una loro volontà o incapacità di esser più chiari?

Una regola non esiste, così come una separazione netta tra i due poli; la buona fede dei filosofi è destinata a rimanere blindata nei loro crani ben più dei sistemi concettuali.

La questione inoltre si interseca a un’altra, ancor più complessa e ambigua, relativa allo stile della scrittura filosofica. In tempi recenti ci siamo abituati all’idea che esista uno stile di scrittura filosofica standard, che coincide più o meno con quello accademico anglosassone. È una prassi che ha i suoi vantaggi, quali ad esempio una maggiore adattabilità a lingue veicolari (in genere l’inglese), un parametro di affidabilità di ricerca, la facilità nel reperire fonti e rimandi e un certo livello di chiarezza espositiva, per lo meno per chi conosce il gergo in uso. Eppure il prezzo è alto, perché consiste nella chiusura a qualunque forma di stile filosofico non allineato – per intenderci, la maggior parte della filosofia che si studia negli atenei, da Platone ad Heidegger, passando per Kierkegaard e Nietzsche, non supererebbe mai una peer review.

Prima citavo Schopenhauer e la sua celebre polemica contro Hegel – e contro chiunque altro, era un individuo piuttosto irritabile. In Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, il filosofo definisce lo stile come la “fisionomia dello spirito” e sostiene che «Lo stile rivela, appunto, il carattere formale di tutti i pensieri di un uomo, e questo carattere rimane necessariamente sempre uguale a se stesso, non importa che cosa o su che cosa egli possa pensare. Lo stile rappresenta in un certo senso la pasta con la quale egli forma tutte le sue figure, per diverse che siano».

L’autore propone poi un’analisi delle principali caratteristiche del cattivo stile filosofico, che a suo dire vertono per lo più attorno a una voluta assenza di chiarezza. «Ogni spirito mediocre cerca di mascherare lo stile che gli è proprio e naturale. Questa aspirazione lo costringe anzitutto a rinunciare a ogni ingenuità; perciò questa qualità rimane il privilegio degli spiriti superiori [...] quelle teste banali, a dir la verità, non riescono assolutamente a decidersi a scrivere come pensano; perché intuiscono che in tal caso la loro roba avrebbe un aspetto piuttosto stupido. [...] per tal ragione, presentano ciò che hanno da dire in frasi forzate e difficili, con neologismi inventati, con periodi prolissi, che girano attorno al pensiero e lo nascondono».

Nel parlare di stile Schopenhauer palesa il suo: un’invidiabile chiarezza, intervallata da rant e autocelebrazioni. Accessibilità e stile però non procedono sempre assieme; ci sono stili filosofici non-standard chiari, come quello appena citato, e stili originali ma meno chiari, come, ancora una volta, Hegel. Probabilmente lo conoscete tutti, ma il bello di Hegel è che non bisogna scegliere un brano in particolare per esemplificarne l’oscurità, basta aprire una pagina a caso. Eccone una (giuro) dalla Fenomenologia dello Spirito.

«Il concetto di questa individualità – quando essa, in quanto tale, è per se stessa ogni realtà – è anzitutto risultato; l’individualità non ha ancora mostrato il proprio movimento e la propria realtà, ed è qui posta immediatamente come semplice essere-in-sé. La negatività, però, che è identica a quanto appare come movimento, nell’in-sé semplice è come determinatezza; e l’essere, ossia l’in-sé semplice, diviene un ambito determinato.»

Poteva andare peggio e per fortuna non avevo sottomano la Scienza della logica; se invece non vi sembra così complesso immaginatevi centinaia di pagine analoghe. Sebbene le osservazioni di Schopenhauer abbiano il loro peso però, l’autore non ci offre criteri per giudicare quando siamo davanti a uno “spirito mediocre” e quando invece chi scrive è in buona fede nel non potere o sapere veicolare altrimenti le proprie idee.

La filosofia è forse l’unico ambito in cui semplicità e intelligibilità sono visti con sospetto, quasi si trattasse di un tradimento verso la complessità della materia trattata.

L’uso un po’ dispregiativo del termine “divulgazione” ne è una testimonianza, come se non fosse possibile esprimere le proprie idee in modo chiaro senza per questo semplificare o tradurre la materia filosofica; chi parla chiaro non fa filosofia ma divulga, esprime in modo accessibile delle idee non originali, rende essoterica una materia esoterica, in modo che anche i profani ne colgano qualche preziosa scintilla. Agli occhi dei contemporanei, l’ingenuità elogiata da Schopenhauer da privilegio degli spiriti superiori è diventata un sintomo degli spiriti deboli.

Per quel che mi riguarda, e lo avrete forse capito da come scrivo, mi dichiaro volentieri lontano da un’idea elitaria della filosofia e mi schiero col filosofo tedesco a favore dell’accessibilità linguistica. Se metto tra parentesi i miei gusti però, non me la sento di accogliere anche il suo atteggiamento tranchant. La questione della leggibilità, come dicevo, non esaurisce quella dello stile.

Con William James, un altro pensatore esemplare quanto a chiarezza, posso dire con candore che «Hegel ha scritto qualcosa di tanto complicato che non ho potuto capirlo» e d’altra parte lo stesso filosofo tedesco ha ammesso in punto di morte che solo un uomo lo aveva capito, per poi aggiungere che neanche lui lo aveva capito. Eppure, sebbene lo stile di questo principe di oscurità filosofica non sia di mio gradimento, è evidente che parla e ha parlato a molte persone.

Un po’ malignamente si potrebbe dire che più si è oscuri più si offre a chi legge una materia dove proiettare le proprie idee senza il timore di aver frainteso e da questo carattere maieutico della scrittura della notte potrebbe derivare l’influenza ai margini dell’idolatria di certi filosofi dallo stile notoriamente oscuro, come Hegel, Heidegger, Deleuze o Derrida. Eppure ognuno di loro ha indubbiamente una scrittura originale, difficile da separare dai contenuti – per parafrasare McLuhan, lo stile è qui il messaggio. La lettura di questi pensatori più che una fonte di conoscenza è un’esperienza – e le esperienze com’è noto possono essere gradevoli come no.

La mia lettura di Hegel, ad esempio, la ricordo come un lavoro in miniera: scavare tonnellate di roccia e fango per trovare ogni tanto qualche pepita d’oro. Diversa la lettura di Derrida, che rappresenta forse il polo più estremo dello stile della notte. Il filosofo celebre per la decostruzione, infatti, decostruisce il linguaggio mentre lo usa e rende il suo filosofare più simile a una performance che a una scrittura vera e propria, tanto che, come disse lui stesso, «parlare mi fa paura, perché non dicendo mai abbastanza, io dico anche sempre troppo». La sua operazione è un’imitazione del silenzio dei mistici, ottenuta però per eccesso di parole. Posso criticare questo modo di fare filosofia, ma non certo negare che si tratti di un peculiare e influente stile di pensiero.

Se usciamo dall’accademia contemporanea e volgiamo lo sguardo ai grandi maestri, ci accorgiamo subito che ognuno di essi ha uno stile filosofico – se non addirittura letterario – molto personale. In apertura ho citato Ortega, che oltre alla chiarezza è celebre per un linguaggio estremamente letterario. Ma se andiamo indietro nel tempo scopriamo che uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi si è espresso in stili che sono ora tacitamente proibiti in qualunque ateneo. È Nietzsche, che per suoi testi ha usato l’aforisma, l’autobiografia filosofica e talvolta la narrazione mitologica, come nello Zarathustra.

A questo punto qualcuno avrà pensato che bisogna essere Nietzsche per poterselo permettere – ma per quale motivo? Non dovremmo essere Nietzsche anche per permetterci di parlare dei temi che lui ha affrontato, come la morale, la metafisica, l’epistemologia? Se la profondità di chi ha scritto in passato non impedisce i nostri timidi tentativi in merito di contenuti, non c’è motivo che debba fermarci quanto a stile. La narrativa e l’autobiografia sono forse i generi più malvisti. I furiosi aforismi di Cioran e i romanzi filosofici di Sartre o Beauvoir sono ormai storia passata. I vertici di profondità umana e filosofica della Simone Weil dei Quaderni sarebbero oggi inaccettabili. Una mescolanza di pensieri privati, aforismi, riflessioni disorganiche e interdisciplinari, esplosioni speculative e incursioni nella religione e nella matematica non sono filosofia. Bisogna essere Weil per farlo! – Sbagliato, bisogna essere Weil per farlo come Weil. In fondo bisogna essere Weil anche per scrivere i suoi testi meno atipici, nonostante non si tratti di generi proibiti.

Alfred Whitehead è un filosofo e matematico britannico che solo di recente è stato rivalutato. Sebbene la sua filosofia sia di grande interesse e contemporaneità, quanto a scrittura fa senz’altro parte della squadra dei difficili, motivo per cui la sua citazione più celebre resta «tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone». Purtroppo però il più venerabile maestro filosofico dell’Occidente usa uno stile che adesso verrebbe considerato poco rigoroso, il dialogo. Un maestro del maestro, invece, ne usava uno ancora più inopportuno, la poesia. Ciononostante il poema Sulla natura di Parmenide è una delle opere filosofiche più influenti della storia, a dispetto del fatto che ce ne siano rimasti solo pochi frammenti.

Un’altra filosofa poco ortodossa, Maria Zambrano, ha ben delineato il debito reciproco di poesia e filosofia, poema e sistema.

«Il Sistema, la forma chiusa del sistema, è legato al poema molto più di quanto i poeti rancorosi e i filosofi sprezzanti han voluto dar a intendere. Tale è stata la distanza tra poeti e filosofi, tale la volontà di discordia, che non sono state neppure evidenziate le differenze. Infatti le differenze hanno luogo solo in virtù di una previa comunanza. [...] Alla fine di una lunga evoluzione, il respiro poetico di Parmenide rinacque nella trasparenza adamantina dell'Etica di Spinoza; l'ispirazione profetica di Empedocle si rivelò in molte appassionate, «ispirate» pagine dell’Idealismo tedesco.»

La poesia e la narrazione sono state il veicolo delle più grandi filosofie anche a Oriente. Basta pensare a Laozi, che nel suo Tao Te Ching ha dato vita in poco più di cinquemila parole alla filosofia del taoismo. O a Zhuāngzǐ, che ha con brevi novelle e aneddoti ha veicolato alcuni dei più profondi concetti filosofici mai scritti. Si tratta di pensatori che ibridano il filosofia e religione, sebbene siano religioni profondamente filosofiche. Anche a Occidente però abbiamo i nostri santi filosofi, come S. Agostino. Sempre Zambrano scrive che:

«La questione che vogliamo affrontare … riguarda generi come le Confessioni, le Guide, le Meditazioni, i Dialoghi, le Epistole, i Trattati brevi, le Consolazioni. I loro autori vengono studiati di solito nella Storia della filosofia; molti dei loro testi sono invece compresi nella Storia della letteratura. Il che vuol dire che ad accogliere la dottrina deve essere la storia del pensiero, mentre la forma non risulta attinente a quella propria del pensiero filosofico.

Tale disparità tra dottrina e forma non può essere accettata come qualcosa di accidentale. Deve essere cifra e chiave di un genere di conoscenza, di una forma in cui il pensiero si attui in modo distinto da quello filosofico. Deve avere una sua giustificazione intrinseca, una sua funzione propria, e la dottrina che si studia, separata dalla sua forma, può racchiudere qualcosa non riducibile a sistema. Se non ha assunto la forma sistematica, perché ciò deve essere imputato a una mancanza? Perché la sua forma mista, a volte ambigua, non può nascondere e tradurre allo stesso tempo un pensiero che non ha voluto ridursi alla formula sistematica, nel timore che questa gli sottragga la sua più intima virtù?»

Un’autobiografia devozionale e filosofica come quella di Agostino sarebbe oggi inaccettabile, così come lo è un trattato che mescola logica formale, matematica, misticismo, autobiografia e storia dell’arte come il capolavoro di Florenskij La colonna e il fondamento della verità. Ecco un passo:

«Ogni A, escludendo tutti gli altri elementi, viene escluso da tutti questi, perché se ognuno di essi per A è soltanto non-A, anche A rispetto a non-A è soltanto non-A. Dal punto di vista della legge dell'identità, tutto l’essere, mentre desidera affermare se stesso, in realtà si annienta, perché si riduce a un ammasso di elementi ciascuno dei quali è un centro di negazione e soltanto di negazione; in tal modo tutto l'essere è semplice negazione, un solo grande «no». La legge dell’identità è uno spirito di morte, di vuoto, di annientamento.»

Se il filosofo russo scrivesse oggi di certo non finirebbe in un gulag per le sue idee, ma coi suoi testi potrebbe comunque scordarsi un dottorato. La lista può andare avanti a lungo. Penso a un autore come Wittgenstein e ai suoi sintetici aforismi, che trovano nella brevità la potenza maieutica che altri hanno nella logorrea. Il suo stile è in assoluto quello che preferisco, ma altri trovano i suoi testi oscuri e troppo vaghi. Ecco il primo paragrafo di Della certezza:

«Se sai che qui c’è una mano allora ti concediamo tutto il resto.

(Il dire che questa proposizione cosí e cosí non si può provare non significa, naturalmente, che non la si può derivare da altre proposizioni; ogni proposizione si può derivare da altre. Ma può darsi che queste non siano piú sicure della proposizione stessa). (A questo proposito c’è una curiosa osservazione di H. Newman)»

Bisogna essere Wittgenstein per poterselo permettere, ovvero famosi e preferibilmente morti.

E altrettanto possiamo dire della filosofia autobiografica di Salomè, che oltre all’ostacolo dello stile ha anche quello d’esser donna. Opere come quella del filosofo rumeno Imre Toth poi, non avrebbero speranza. Immaginatevi di proporre un saggio composto solo da citazioni di autori celebri, sconosciuti o inventati, attorno al tema della geometria non euclidea e i paradossi, montate in modo tale da diventare un dialogo. Ad aggravare il tutto, la presenza di alcuni collage. Il libro di cui parlo esiste ed è No!, un capolavoro strambo anche nel titolo.

Si potrebbe attribuire l’abbandono della varietà stilistica in filosofia a un mutare dei gusti del pubblico, eppure non sembra che lo stile standard avvicini le persone non specialiste alla materia. Anche gli specialisti inoltre potrebbero preferire una maggiore libertà. Lo suggerisce anzitutto il fatto che i filosofi più celebrati sono quelli che non si sono fatti mancare questa libertà, ma lo indicano anche degli studi contemporanei che segnalano come l’uso eccessivo del gergo possa contribuire a tassi di citazione bassi per gli articoli di filosofia. Mi sembra più plausibile ascrivere la vittoria del trattato su tutti gli altri generi al successo della filosofia analitica e dello stile anglosassone, anche per via dell'egemonia culturale e politica americana. La filosofia di gusto più continentale è senza dubbio più libera sul fronte stilistico, ma non presenta una reale varietà di generi, perché mantiene come forma principale il trattato e sposta la sperimentazione per lo più sul versante linguistico, spesso a discapito della chiarezza espositiva (come in Haraway e nel Negarestani di Intelligence and Spirit). Come sempre ci sono notevoli eccezioni, come Bruno Latour in The Pasteurization of France, dove l’autore intermezza il classico saggio alla trattazione per paragrafi alla Wittgenstein o Spinoza; Reza Negarestani in Cyclonopedia, un romanzo filosofico, o Eugene Thacker in Tra le ceneri di questo pianeta, dove l’autore mescola la trattatistica medievale alla poesia. Queste e altre eccezioni però non invalidano la tendenza.

William James, tra i capostipiti del pragmatismo e maestro di uno stile filosofico cristallino ed elegante, scrisse che:

«La filosofia, che, come osservano Platone e Aristotele, trae origine da un sentimento di meraviglia, è in grado di rappresentare una qualsiasi cosa in maniera diversa da ciò che è. Mostra quello che ci è familiare come se fosse estraneo e ciò che ci è estraneo come se fosse familiare. È in grado di elevare al massimo le cose e riportarle nuovamente a terra. La sua vivacità mentale le rende possibile affrontare qualsiasi tipo di argomento. Ci può svegliare dallo stato di “sonno dogmatico” in cui ci troviamo sin dalla nascita ed eradicare i nostri pregiudizi più consolidati.»

Ho scelto lui in chiusura perché è l’autore il cui stile è forse più vicino alla migliore accademia, forbito ma chiaro, ricco di riferimenti e con una struttura argomentativa serrata. Questo perché credo che lo stile che ho denominato standard abbia ancora molto da dare, per chi lo trova adatto ai propri scopi. Io stesso in questo testo lo sto più o meno usando e voglio anche rendergli il merito di contrastare l’eccesso di complessità linguistica di alcune filosofie del secondo novecento. Ciononostante penso che un ritorno alla varietà stilistica in filosofia sarebbe di giovamento per chiunque ami questa disciplina, che altrimenti corre il rischio di calcificarsi in un gioco tra specialisti e perdere la sua portata vitale – che è poi il motivo che spinge a filosofare.

Della certezza di Ludwig Wittgenstein

Della Certezza è uno dei testi piu compatti e significativi dell'ultimo Wittgenstein. Secondo la metodologia di una ricerca che analizza i problemi filosofici, scientifici e logici nei termini delle forme di vita umana e dei «giuochi linguistici», che sono espressione del modo in cui gli uomini pensano, giudicano e calcolano, Wittgenstein affronta in questo scritto il tema del «senso comune». Anziché un repertorio di certezze cognitive, Wittgenstein ha scoperto nelle proposizioni del senso comune il sistema delle convenzioni, delle regole e dei codici linguistico-concettuali secondo i quali gli uomini ordinano la loro esperienza e trattano con le situazioni che li circondano.

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Chiari del bosco di María Zambrano

"Le caratteristiche di Chiari del bosco corrispondono a quelle della 'guida', un genere di testo passato in Spagna dall'Oriente, che è composto di figure alimentate dalla fantasia piuttosto che da argomentazioni, che è insieme comunicativo ed enigmatico, che suggerisce più di quanto non dica perché vuole che le sue verità rinascano e rivivano il più direttamente possibile nell'interiorità del lettore. Questi viene condotto, così, non tanto a condividere un sapere, quanto ad assimilare un'esperienza di tipo iniziatico, alimentata da una scrittura fortemente ellittica, lampeggiante, ora fin troppo coordinata ora bruscamente scoordinata, che lo obbliga a farsene coautore, a esporsi con tutto se stesso azzardando significati che il testo non garantisce.

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Meditazione sulla tecnica e altri saggi su scienza e filosofia di José Ortega y Gasset

La presente raccolta di saggi concentra le riflessioni rese da Ortega y Gasset a proposito di uno dei connotati più peculiari dell’epoca contemporanea, il fenomeno della tecnica e le sue molteplici implicazioni, contestualizzate entro il più ampio orizzonte tracciato dall’antropologia filosofica. Tramite il complesso degli apparati tecnici, in effetti, l’uomo compie un gesto altrimenti improbabile, riesce cioè a volgere la propria iniziale condizione di carenza e di totale dipendenza dall’ambiente in uno stato di predominio e di vera e propria riforma della natura.

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L'animale che dunque sono di Jacques Derrida

La storia del pensiero occidentale è percorsa da una domanda potente e spesso censurata: è possibile stabilire un confine fra uomo e animale? L'uomo, definito di volta in volta "animale dotato di parola" o "animale razionale", è attraversato da questa domanda e scopre nell'animale un'alterità non rappresentabile e indicibile che chiede di essere interrogata e conosciuta. Dal 1997, Derrida inizia una riflessione sull'animale che nemmeno la morte arresta nella sua radicale novità. Aristotele, Descartes, Heidegger, Lévinas, Lacan, ma anche il racconto biblico della creazione e la voce della poesia: il filosofo algerino insegue e stana aporie e irriducibilità, esautoranti opposizioni e tranquillizzanti "biologismi".

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Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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