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Quando abbiamo smesso di capire il mondo

Di Benjamín Labatut • febbraio 04, 2021

Quando abbiamo smesso di capire il mondo? Benjamín Labatut se l'è chiesto in questo straordinario libro che esce oggi per Adelphi. La risposta, come prevedibile, non è scontata. Pubblichiamo un estratto dal libro ringraziando l'editore per la disponibilità.


Il 24 dicembre del 1915, mentre prendeva il tè nel suo appartamento di Berlino, Albert Einstein ricevette una busta inviata dalle trincee della prima guerra mondiale.

La busta aveva attraversato un continente in fiamme; era sporca, stropicciata e coperta di fango. Un angolo era stato strappato via, e il nome del mittente era nascosto da una macchia di sangue. Einstein la prese con i guanti e l’aprì con un coltello. La lettera conteneva l’ultima scintilla di un genio: Karl Schwarzschild, astronomo, fisico, matematico e tenente dell’esercito tedesco.

«Come può vedere, nonostante gli intensi combattimenti, la guerra è stata sufficientemente buona con me da permettermi di fuggire da tutto e fare questa breve incursione nel paese delle sue idee». Così si chiudeva la lettera che Einstein lesse stupefatto, non perché uno degli scienziati più rispettati della Germania fosse al comando di un’unità di artiglieria sul fronte russo, e nemmeno per le raccomandazioni criptiche dell’amico su una prossima catastrofe, ma per quello che era scritto sul retro: in una grafia talmente minuscola che Einstein dovette usare una lente d’ingrandimento per decifrarla, Schwarzschild gli aveva inviato la prima soluzione esatta alle equazioni della teoria della relatività generale.

La lesse più volte. Quanto tempo era passato dalla pubblicazione della sua teoria? Un mese? Meno di un mese? Era impossibile che Schwarzschild avesse risolto equazioni tanto complesse in così poco tempo, quando persino lui, che le aveva inventate, non era riuscito a trovare che soluzioni approssimative. Quella di Schwarzschild era esatta: descriveva perfettamente il modo in cui la massa di una stella deforma lo spazio e il tempo circostanti.

Einstein non riusciva a credere di avere fra le mani la soluzione. Sapeva che quei risultati sarebbero stati determinanti per risvegliare l’interesse della comunità scientifica verso la sua teoria, che fino a quel momento aveva suscitato ben poco entusiasmo, in gran parte per via della sua complessità. Ormai si era rassegnato all’idea che nessuno sarebbe stato in grado di risolvere le sue equazioni in modo soddisfacente, almeno finché lui fosse stato in vita. Che Schwarzschild ci fosse riuscito tra colpi di mortaio e nubi di gas tossico era un vero miracolo: «Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse formulare la soluzione al problema tanto facilmente!» rispose a Schwarzschild non appena tornò in sé, promettendogli che avrebbe presentato il suo lavoro all’Accademia il prima possibile. Non sapeva che stava scrivendo a un uomo morto.

Il metodo usato da Schwarzschild per arrivare alla soluzione era semplice: aveva preso come modello una stella ideale, perfettamente sferica, senza rotazione né carica elettrica, e aveva applicato le equazioni di Einstein per calcolare in che modo la sua massa avrebbe alterato la forma dello spazio, così come una palla di cannone appoggiata su un letto curverebbe il materasso.

La sua metrica era di una precisione tale che ancora oggi viene utilizzata per tracciare il movimento delle stelle, le orbite dei pianeti e la deviazione che subiscono i raggi del Sole quando passano vicino a un corpo con una forte influenza gravitazionale.

C’era, tuttavia, qualcosa di molto strano nei risultati di Schwarzschild.

Se applicati a una stella comune, funzionavano: lo spazio si curvava dolcemente, come aveva predetto Einstein, e l’astro rimaneva sospeso in quella depressione come una coppia di bambini che dorme su un’amaca. Il problema sorgeva quando una massa troppo grande si concentrava in un’area piccola, come accade quando una stella gigante esaurisce il suo combustibile e comincia a collassare su se stessa. Secondo i calcoli di Schwarzschild, in quel caso lo spazio e il tempo non si alteravano: si laceravano. La stella diventava sempre più compatta e la sua densità aumentava a dismisura. La forza di gravità cresceva a tal punto che lo spazio si curvava infinitamente, chiudendosi su se stesso. Il risultato era una voragine senza fine, separata per sempre dal resto dell’universo.

La chiamarono « la singolarità di Schwarzschild ».

All’inizio lo stesso Schwarzschild ripudiò quel risultato come un’aberrazione matematica. La fisica, d’altronde, è piena di infiniti che sono soltanto numeri sulla carta, astrazioni che non rappresentano oggetti del mondo reale o che sono dovuti unicamente a errori di calcolo. La singolarità era senza dubbio questo: un abbaglio, una stranezza, un delirio metafisico.

L’alternativa, d’altronde, era impensabile: a una certa distanza dalla sua stella ideale, la matematica di Einstein impazziva, il tempo si fermava e lo spazio si attorcigliava come un serpente. Al centro della stella morta, tutta la massa si concentrava in un punto dalla densità infinita. Per Schwarzschild era inconcepibile che nell’universo esistesse qualcosa del genere. Non solo sfidava il buon senso e metteva in dubbio la validità della relatività generale, ma minacciava i fondamenti della fisica: nella singolarità, persino le nozioni di spazio e di tempo perdevano senso. Karl cercò di trovare una spiegazione logica all’enigma che aveva scoperto. Forse era colpa del suo ingegno, poiché non esistevano stelle perfettamente sferiche, completamente immobili e prive di carica elettrica: l’anomalia nasceva dalle condizioni ideali che aveva attribuito al mondo, impossibili da replicare nella realtà. La sua singolarità, si disse, era un mostro orribile ma immaginario, una tigre di carta, un drago cinese.

E tuttavia non riusciva a togliersela dalla testa. Persino nel caos della guerra, la singolarità si espandeva nella sua mente come una macchia, mescolandosi all’inferno delle trincee: la vedeva nelle ferite d’arma da fuoco dei suoi compagni, negli occhi dei cavalli morti nel fango, nel riflesso delle lenti delle maschere antigas. La sua immaginazione era ostaggio di quella scoperta. Si rese conto, con sommo orrore, che se la singolarità fosse realmente esistita sarebbe durata sino alla fine dell’universo. Le sue condizioni ideali la rendevano un oggetto eterno che non cresceva né rimpiccioliva, ma rimaneva sempre uguale a se stesso. A differenza di qualsiasi altra cosa, non era soggetta al divenire ed era doppiamente ineluttabile: dentro la strana geometria spaziale che creava, la singolarità si collocava a entrambi gli estremi del tempo; che si fuggisse verso il più remoto passato o verso il più lontano futuro, si era destinati a incontrarla. Nell’ultima lettera che spedì alla moglie dalla Russia, scritta lo stesso giorno in cui decise di condividere la sua scoperta con Einstein, Karl si lamentava di qualcosa di strano che aveva cominciato a crescergli dentro: «Non lo so nominare o definire, ma ha una forza incredibile e offusca tutti i miei pensieri. È un vuoto senza forma e dimensione, un’ombra che non riesco a vedere, ma che sento con tutta l’anima».

Poco dopo, il male invase il suo corpo.

Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamín Labatut

C’è chi si indispettisce, come l’alchimista che all’inizio del Settecento, infierendo sulle sue cavie, crea per caso il primo colore sintetico, lo chiama «blu di Prussia» e si lascia subito alle spalle quell’incidente di percorso, rimettendosi alla ricerca dell’elisir. (...)E c’è invece chi si rende conto, come il giovane Heisenberg durante la sua tormentosa convalescenza a Helgoland, che probabilmente il traguardo è proprio questo: smettere di capire il mondo come lo si è capito fino a quel momento e avventurarsi verso una forma di comprensione assolutamente nuova. Per quanto terrore possa, a tratti, ispirare. È la via che ha preferito Benjamín Labatut in questo singolarissimo e appassionante libro, ricostruendo alcune scene che hanno deciso la nascita della scienza moderna.

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© 2019 BENJAMÍN LABATUT

All rights reserved by and controlled through Suhrkamp Verlag Berlin on behalf of Puentes Agency

© 2021 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO www.adelphi.it

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