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Perché la storia di Martin Eden non invecchierà mai

Di Alice Valeria Oliveri • settembre 02, 2019

Quando da piccolo ti chiedono cosa vuoi fare da grande e rispondi con qualche classico del repertorio come “l’astronauta”, ciò che hai in mente è un futuro tra le stelle a galleggiare nell’iperspazio, magari mandando qualche cartolina da lassù come Parmitano. Di certo non pensi a tutto quello che c’è prima e che ti porta a diventarlo, un antefatto di cui le materie universitarie incomprensibili sono solo una porzione. Crescendo le cose tendono a essere un po’ più chiare, l’idea di diventare una domatrice di leoni magari si tramuta in quella di fare la graphic designer o l’ingegnere, ma al di là delle dimensioni delle proprie ambizioni, il passaggio che l’innocenza infantile salta per arrivare direttamente al dunque diventa fondamentale: voglio fare il medico, l’insegnante, il tatuatore, poco importa, in ogni caso devo avere i mezzi per formarmi; devo tenere in conto il tempo, i soldi e il luogo in cui voglio che questo accada. Il momento della vita di un individuo in cui questo processo si attiva rientra in quella categoria narrativa che, usando una di quelle comode e sintetiche parole tedesche che tornano spesso utili, possiamo chiamare la Bildung, la formazione – e da qua il famoso Bildungsroman.

Martin Eden è attaccato al contemporaneo, nonostante abbia più di cento anni, perché è il racconto di un ragazzo che, per quanto possa essere diverso da me e da chi legge, si trova di fronte a un bivio esistenziale

La letteratura ha attinto a piene mani da questa fase esistenziale fondamentale, considerato che si tratta proprio di quel passaggio topico in cui un individuo prende – o perde – la strada della sua vita. Alcune volte va bene, e magari il nostro protagonista riesce davvero a diventare un astronauta, altre volte invece no, e le cause del fallimento non dipendono da lui. Tanta letteratura – ma anche cinema, teatro, serie televisive – ha raccontato questo passaggio universale in cui tutti abbiamo bisogno di immedesimarci, ma in pochi lo hanno fatto con l’intensità e l’asprezza di Jack London quando ha scritto tra il 1908 e il 1909 il romanzo semi autobiografico Martin Eden.

Martin Eden di Jack London

‘Martin Eden’ è davvero uno di quei libri che andrebbero letti più volte nel corso degli anni, uno di quei libri sfaccettati, dalle tante stratificazioni: strati e facce che vi si svelano in momenti diversi, da angolature diverse.

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Penso che capiti a chiunque legga romanzi di trovarsi di fronte a una storia in cui le immagini sono tanto vivide e concrete da pensare un banale ma emblematico “Questo libro starebbe proprio bene al cinema”. Quando stavo leggendo Martin Eden, per ogni pagina del racconto pensavo a quanto fosse incredibilmente attuale la vicenda di questo giovane marinaio di Oakland ambientata nei primi del Novecento – ambientazione che Pietro Marcello, regista del film omonimo presentato quest’anno al Festival del cinema di Venezia, ha deciso di trasporre a Napoli. E per attuale non intendo conforme a quel principio di interpretazione che negli ultimi tempi spesso si applica con palese eccesso di egocentrismo del contemporaneo, per cui ogni opera d’arte del passato debba attenersi agli standard morali ed estetici di oggi per essere fruibile anche nel presente.

Tutti siamo stati giovani e tutti abbiamo avuto un sogno, solo che non è vero che possiamo sempre realizzarlo, nonostante la retorica da American dream

Prendere un libro, strapparlo dal suo contesto storico-sociale e forzarlo in una categoria attuale non solo è violento nei confronti dell’opera, è anche piuttosto inutile – per non dire ottuso, ma di questo e del materialismo storico le varie scuole di critica letteraria hanno dibattuto per anni in modo molto più approfondito del mio. Martin Eden è attaccato al contemporaneo, nonostante abbia più di cento anni, perché è il racconto di un ragazzo che, per quanto possa essere diverso da me e da chi legge, si trova di fronte a un bivio esistenziale che io per prima, come penso la maggioranza delle persone che scelgono una strada che vada fuori dal selciato familiare o delle proprie possibilità di partenza, ho vissuto nella mia vita.

Cambia l’epoca, cambia il contorno, cambiano sesso religione e provenienza, ma tutti siamo stati giovani e tutti abbiamo avuto un sogno, solo che non è vero che possiamo sempre realizzarlo, nonostante la retorica da American dream e cartoline motivazionali alla “If you believe it you can do it” con cui siamo cresciuti voglia farci credere che sia così. Ci sono film girati dieci anni fa che a guardarli oggi sono talmente obsoleti da diventare comici, opere scritte millenni fa che fanno paura per quanto colgano punti immutabili: Martin Eden dà uno schiaffo dritto in faccia a tutto questo sentimento sbandierato – e attualissimo – di cui si nutre l’Occidente capitalista.

Sul romanzo di formazione e sulla rappresentazione di un momento della vita in cui l’individuo cerca un compromesso col mondo attorno per diventarne anche lui parte hanno scritto tra i critici della letteratura più importanti del Novecento. Sicuramente il più famoso è l’ungherese con un nome che in pochi hanno il coraggio di pronunciare a voce alta senza temere strafalcioni fonetici, György Lukács, che nel saggio Teoria del romanzo individua proprio il processo che ha portato l’essere umano a rappresentarsi non più nella totalità dell’epica, nel racconto di un popolo attraverso un eroe, ma nell’individualità del singolo, nella frammentazione della modernità. Lukács usa concetti piuttosto complessi ma il messaggio di fondo è molto più semplice da capire di quanto la difficoltà del linguaggio possa presagire: nella modernità spogliata dalla totalità della civiltà classica in cui tutto si racchiudeva in un cerchio chiuso e completo – totale, appunto, come l’epica – l’uomo cerca una sintesi che avviene attraverso le concrezioni sociali, ciò che facciamo nel mondo per esserne parte, e quindi anche ciò che vogliamo diventare, come i protagonisti di tutti i romanzi di formazione.

Franco Moretti, nel 1987, ha scritto un saggio che si chiama proprio Il romanzo di formazione, in cui estende in un certo senso il punto di partenza di Lukács individuando tutti gli elementi di cui è composto questo genere letterario, dandoci però uno spunto fondamentale: il giovane che si ritrova a voler intraprendere una strada che lo porta al compromesso necessario per la sintesi e per la fine della formazione, e quindi l’ingresso nella società, l’accettazione e la realizzazione, seppur fatta sempre di rinunce disillusioni – come il giovane Lucien protagonista del romanzo di Balzac – ha a disposizione un tempo di latenza, un momento della propria vita in cui ciò a cui deve dedicarsi è proprio formarsi. Chiunque si sia trovato nella propria vita a dover lavorare da molto giovane, magari per mantenersi gli studi o per supportare da solo il proprio obiettivo di Bildung, sa bene cosa significhi non avere proprio quel momento di latenza e quanto l’assenza di questo periodo sia determinante per la realizzazione di se stessi.

Il romanzo di formazione di Franco Moretti

Nel secolo d'oro della narrativa europea, da Goethe a Puskin, da Stendhal a Jane Austen, da Manzoni a Dickens e Flaubert, la gioventú sale prepotentemente alla ribalta quale suo nuovo protagonista.

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E qua ci troviamo proprio nella vita di Martin, che non è il Wilhelm Meister di Goethe, né il Julien Sorel di Stendhal, e neppure il Frédéric Moreau di Flaubert. Martin Eden non è borghese, non ha i mezzi per dare spazio alle sue ambizioni, non è il figlio di una famiglia ricca in cui la propria velleità trova motivo di esistere solo nella misura in cui puoi permettertelo. Non ci sono colpe nel nascere ricchi, né ovviamente nel nascere poveri, ma l’intensità della storia di questo ragazzo è resa possibile proprio dall’evidenza per cui l’unica cosa sbagliata è che in un mondo come anche quello che viviamo oggi puoi essere fortunato, puoi raggiungere il tuo obiettivo anche senza mezzi di partenza prima; ma devi essere, appunto, fortunato. E perché mai dovrebbe essere la fortuna a decidere chi ha il diritto e chi no di essere ciò che vuole? Martin vuole diventare uno scrittore: non ha studiato, è rozzo, incattivito da una vita di lotta alla sopravvivenza. Nonostante ciò, sente una pulsione verso un cambio di rotta nella sua vita, e passa le notti insonni, lavora fino a distruggersi le mani, tutto per studiare e per cambiare la strada della sua esistenza. Conosce una donna molto più raffinata e borghese di lui, Ruth, che invece studia letteratura e che si sente attratta proprio da quel guizzo animalesco di una creatura che agli occhi viziati e protetti di un giovane membro dell'élite di San Francisco appare affascinante, forse addirittura esotico. Jack London fa una cosa che per certi aspetti mi ha ricordato Hemingway che raccontava dei suoi stati di allucinazione dovuti dalla fame di quando era a Parigi: Martin ha fame. Non ha fame di conoscenza, di ascesa sociale, di cambiamento – o meglio, quelle pure, ma vengono dopo. Martin ha letteralmente bisogno di mangiare, eppure preferisce spendere i suoi ultimi centesimi per inviare l’ennesimo racconto che ha scritto di notte febbricitante a una rivista che probabilmente lo rifiuterà. Jack London ci dice una cosa semplice ma di una verità che forse oggi che siamo immersi nella comodità del tutto e subito possiamo perdere di vista, ossia che la sostanza di cui siamo fatti è pur sempre materia. Possiamo riempirci di ambizioni e di sovrastrutture, possiamo fare come Martin e passare le notti insonni a studiare, a costruire, a mettere i pilastri della nostra Bildung, ma la verità è che se parti svantaggiato è tutto estremamente molto più difficile.

Festa mobile di Ernest Hemingway

Per respirare l'atmosfera della Rive Gauche dell'era del jazz non è necessario che andiate a Parigi; semplicemente, leggete Festa mobile e sarà il libro a portarvi là.

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Martin Eden, grazie alla tenacia angosciante che riversa nel suo sogno – una tenacia che a ogni pagina ti fa aprire il frigo per vedere se hai almeno una fetta di qualcosa da mordere, che ti fa venire il terrore dello stento – arriva al punto. Tutti quelli che non avevano creduto in lui e nelle sue capacità, perché viziate dalla sua provenienza sociale proletaria, compresa Ruth, cambiano idea e ciò che prima era lo scritto di un rozzo marinaio diventa l’opera di un raffinato scrittore. E qua, come spiega Franco Moretti nel suo saggio, si attiva il concetto della doppia esclusione: Martin non è più proletario, ma non è nemmeno borghese. La sintesi che cercava, il compromesso col mondo che gli consente di essere ciò che vuole non può avvenire. Quando parti da un basso troppo profondo, la luce che c’è fuori ti acceca, ma non puoi nemmeno tornare indietro nell’oscurità. Siamo nel 1909, esattamente centodieci anni fa e questa cosa è rimasta così; sono cambiati i contorni, gli ascensori che si possono prendere, le disparità si sono livellate. Livellate sì, eliminate no.

Quando ti chiedono cosa vuoi fare da grande e hai cinque anni, non hai la minima idea di cosa sia la formazione, cosa siano i compromessi, quanta fatica serva

Martin non è solo in questo universo parallelo di formazioni in cui la mobilità è negata. Oliver Twist, l’orfanello povero per eccellenza, vuole uscire dalla sua condizione di disagio sociale, ma non è certo la società che gli sta attorno a salvarlo, è la Provvidenza, è l’essere segretamente ricchi – e quindi, in realtà, fare già parte di quel mondo, solo senza saperlo, come succede a tantissimi personaggi in apparenza poveri ma con un patrimonio genetico inconsapevolmente aristocratico. Anche Harry Potter in un certo senso vive questa condizione per cui sembra che il suo stato di giovane povero e disgraziato non abbia vie d’uscita: sì, “Harry, tu sei un mago”, ma non ci dimentichiamo delle montagne d’oro alla Gringott che i suoi genitori gli avevano lasciato. A quel punto sì, dopo averlo scoperto, che Harry può cominciare la sua Bildung a suon di Wingardium Leviosa. Jude Fawley invece, il protagonista del romanzo di Thomas Hardy del 1895, Jude l’oscuro, vive per certi aspetti la stessa formazione negata – e quindi la gioventù mancata – di Martin: un muratore della campagna inglese che vede l’aura mistica che avvolge l’università di Christminster, una Oxford fittizia, in cui tutti i giovani agiati possono intraprendere la loro formazione che li spedirà dritti verso la “seconda natura”, come la chiama Lukács, a cui ambiscono. Anche Jude come Martin prova da autodidatta a costruire parallelamente al mondo ufficiale dell’istruzione una struttura degna che gli consenta un biglietto d’accesso, ma il suo destino è ancora più tragico per certi aspetti. Una donna sbagliata, un matrimonio sbagliato, una serie di figli che non dovevano decisamente nascere, un sogno a dir poco infranto. Anche Jude vive la doppia esclusione, come un animale a metà tra un pesce e un mammifero che non respira in acqua e non sopravvive sulla terra.

Jude l'oscuro di Thomas Hardy

Pubblicato inizialmente a puntate e poi in volume nel 1895, Jude l’oscuro fu l’ultimo romanzo di Hardy e fu stroncato senza riserve dalla critica e dal pubblico vittoriano del tempo, a tal punto che Hardy ritenne conclusa la propria carriera di romanziere. Il libro, ribattezzato dalla critica «Jude the Obscene» (Jude l’Indecente), venne inoltre bruciato pubblicamente dal vescovo di Exeter lo stesso anno.

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Quando ti chiedono cosa vuoi fare da grande e hai cinque anni, non hai la minima idea di cosa sia la formazione, cosa siano i compromessi, quanta fatica serva, ed è anche bello che sia così. Ma la realtà è che ci sono tanti aspetti del modello sociale in cui siamo tutt’oggi inseriti, lo stesso di Martin, di Jude e di tutti i protagonisti di storie in cui la realtà della diseguaglianza vince su qualsiasi sogno, per cui non è poi così vero che se lo vuoi puoi diventarlo. L’unica misura per cui un bambino che vuole fare l’astronauta non diventi astronauta dovrebbe essere perché di fisica non ci capisce nulla, e quello ahimé può succedere in qualsiasi ambito. Ma un bambino che non può fare l’astronauta perché non ha fisicamente i mezzi, i tempi e gli spazi per poterlo diventare non è un perdente, è una vittima di un sistema che funziona, sì, ma a certe condizioni.

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Martin Eden è un romanzo che diventerà vecchio e obsoleto nel momento in cui vivremo un mondo fatto di uguali possibilità per chiunque, indipendentemente da quanto denaro hanno nel conto i suoi genitori o di quante monete d’oro ha lasciato in eredità chiuse in un forziere quella vecchia zia pazza. Da un lato spero che non lo diventi mai per puro egoismo, perché leggerlo e rileggerlo è così bello da desiderarlo sotto forma di film; dall’altro un po’ invece mi auguro che quello che condividiamo con il secolo scorso, il secolo di Martin, non siano più i suoi aspetti brutali e ingiusti.

Alice Valeria Oliveri, autrice e musicista, si è laureata alla Sapienza in anglistica con una tesi di teoria della letteratura. Scrive su diverse testate online di cinema, tv, serie televisive, musica e attualità. Ha collaborato con Dude Mag, VICE, Noisey, Motherboard, Prismo, The Towner, Link - Idee per la tv e The Vision, dove è stata redattrice.

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