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Perché in Italia non si pubblicano commedie?

Di Federico Di Vita • dicembre 18, 2019

In un articolo pubblicato su Kobo dedicato agli esordi più interessanti del 2019, parlando di Benevolenza cosmica, il romanzo di Fabio Bacà uscito quest’anno per Adelphi, alludevo alla portata rivoluzionaria costituita dalla pubblicazione da parte della casa editrice milanese di questo libro. Mi riferivo in particolare alla natura di Benevolenza cosmica, che è una “commedia” – termine che uso come definizione di comodo, in mancanza di meglio. Può non sembrarlo ma pubblicare commedie nel campo dell’editoria italiana può rivelarsi un gesto particolarmente audace.

L’editoria italiana infatti sembra in qualche modo rifiutare il genere commedia, schiava di un pregiudizio di cui pare prigioniera la classe intellettuale nazionale, che sembra pretendere seriosità dalla narrativa in lingua italiana per poterla considerare meritevole di attenzione critica. Questo preconcetto non è condiviso dal pubblico ma purtroppo gli editori l’hanno fatto proprio fin nel midollo, e a rompere tale consuetudine poteva essere solo Adelphi, che non disdegna il genere, e che, anzi, mi verrebbe quasi da dire: non ne ha paura.

Benevolenza cosmica di Fabio Bacà

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Pensiamo ai tanti romanzi di Alan Bennett, a Zia Mame di Patrick Dennis, a diversi libri di Rodolfo Wilcock, alla Versione di Barney di Mordecai Richler o anche alla Mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell (uno dei miei libri preferiti in assoluto), per citare solo le prime cose che mi vengono in mente. Adelphi non ha paura delle commedie, e anche se non è certo l’unico editore italiano a pubblicarne è tra i pochissimi, virtuosi, esempi. Senza pretesa di esaustività cerco di fornire una breve panoramica delle proposte del nostro mercato editoriale, concentrandomi sulle commedie di autori italiani (le più indigeribili per gli editori): ogni tanto ne pubblicano qualcuna Marcos y Marcos ed E/O; non possono ancora dirsi dimenticati i romanzi umoristici di Fruttero & Lucentini; sono ascrivibili al genere quelli di Mario Fillioley, Errico Buonanno, Francesco Muzzopappa e tra i più recenti anche il giallo-comedy Giallo banana di Durante e Di Giamberardino; da citare anche lo humor nero dello Sgargabonzi; esiste poi una collana espressamente dedicata alla letteratura umoristica in Quodlibet, in cui Albani, Cavazzoni, Cornia e altri praticano una letteratura oplepiana, paradossale, spesso basata su giochi di parole e lingue inventate; e poi poco altro.

La questione relativa al genere commedia nell’editoria e nella letteratura italiana contemporanee è così peculiare che dicendo semplicemente “commedia” so di risultare ambiguo. Potrei riferirmi alla commedia classica, alla commedia teatrale, alla commedia d’autore, alle commedie cinematografiche, a un’ampia gamma di libri comici – da quelli dozzinali di derivazione televisiva a esempi più riusciti (come quelli di Gene Gnocchi o, perché no, Paolo Villaggio) –, dicendo “commedia” potrei perfino alludere un po’ grossolanamente alla letteratura umoristica propriamente detta (che spesso non si manifesta in forma di romanzo), di cui in Italia c’è stata una buona tradizione, e invece mi vorrei riferire a un’altra cosa ancora, ovvero ai romanzi che siano in qualche modo l’equivalente della comedy cinematografica e che in Italia non trovano neppure una categorizzazione critica, tanto sono reietti.

Per capirci, mi riferisco a libri come quelli di Niven, ai primi di Nick Hornby, a qualche titolo di David Sedaris, al Lamento del prepuzio di Auslander, a M.A.S.H di Richard Hooker, allargando un po’ lo spettro a romanzi come Guida galattica per autostoppisti e via dicendo. Perché in Italia manca una tradizione romanzesca in tal senso e perché anche la letteratura umoristica nazionale è stata in buona sostanza accantonata?

A volte ritorno di John Niven

Dopo una settimana di vacanza che sarebbero cinque secoli di tempo terrestre, Dio torna in ufficio, ancora col cappello di paglia e la camicia a quadri. Era andato in vacanza, a pescare, in pieno Rinascimento, quando i terrestri scoprivano un continente alla settimana, e sembrava andasse tutto a gonfie vele...

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È una buona domanda a cui non sono certo di poter rispondere esaustivamente, ma almeno si possono fare delle ipotesi. Detto del pregiudizio editoriale, che certo non ha aiutato e non aiuta, c’è anche da osservare come da noi il terreno di sviluppo per una tradizione romanzesca in questo senso sia stato in parte indebitamente occupato da libretti comici di derivazione televisiva (la maggior parte dei libri “da ridere” che escono in Italia sono di personaggi della tv, nel migliore dei casi siamo dalle parti di Daniele Luttazzi e Gino e Michele, nei peggiori – e assolutamente preponderanti a livello quantitativo – da quelle di comici come Sconsolata, Gabriele Cirillo, Enrico Brignano), e da stupidari scaturiti in serie sulla scia di furbe operazioni editoriali come Io speriamo che me la cavo di Marcello d’Orta.

L’industria editoriale italiana mi sembra sostanzialmente essersi affidata a queste cose per riempire la casella della “comicità”, trascurando il resto. Questa è anche la ragione per cui una tradizione romanzesca in chiave di commedia da noi manca, e viene da qui lo stupore che fa capolino tra i commenti social e nel chiacchiericcio editoriale (e anche la diffusa incapacità di giudicare correttamente testi così pensati, aggiungo) quando un editore come Adelphi osa pubblicare un romanzo/commedia di autore italiano.

È interessante notare come tutto ciò si sia manifestato in relazione a Benevolenza cosmica, testo che ha ricevuto critiche che ne mettevano in discussione la mancanza di livelli allegorici e approfondimenti nel senso di una tormentata letterarietà (come detto l’unico tipo di letterarietà che viene di fatto riconosciuta in Italia, e già che la situazione è questa diciamolo pure: bolsa letterarietà). Chi ha giudicato male il romanzo rimproverava in sostanza a Bacà di non aver scritto un altro tipo di libro (cito come esempio la recensione di Alberto Spinazzi che in Sul Romanzo afferma: “Manca la tensione per un tormento così inconsueto e contraddittorio”; Spinazzi insomma avrebbe voluto il rovello, l’introspezione insistita, la “tensione per il tormento”, dimenticando però l’ovvio: spingendo su questi pedali Bacà avrebbe per forza di cose dovuto rinunciare al ritmo, con cui non sono compatibili, e quindi alla commedia).

Ciò che non va giù a certi critici è insomma quella che pare sembrargli la sfacciataggine di aver firmato un romanzo di questo tipo (e l’inspiegabile audacia di Adelphi nell’averlo pubblicato). Da una parte si può provare a capirli – non siamo abituati, manca una tradizione – dall’altra forse proprio dalla critica dovrebbe arrivare il segnale che sia in grado di far cambiare rotta agli editori. Recuperiamo questo genere, santo cielo! Anzi di più, dato che c’è lo spazio: creiamo anche da noi una tradizione romanzesca di questo tipo, coltiviamola. Le commedie non sono mai troppe e questo pregiudizio riguarda solo il campo letterario, cinema e teatro non hanno di questi problemi. La rimozione della commedia dal radar dell’editoria italiana ha investito retroattivamente anche alcuni grandi classici nazionali, stavolta afferenti al campo della letteratura umoristica, inghiottiti nell’oblio. Ne parlo a volte col traduttore Giuseppe Girimonti Greco, che mi ricorda come siano stati obliterati capolavori quali Stampe dell’Ottocento e Il palio dei buffi di Palazzeschi, i romanzi di Campanile, Carlo Manzoni e Giovanni Mosca, e aggiunge “neanche Il fu Mattia Pascal è stato mai davvero letto comme il faut, ovvero come un romanzo umoristico, nell’accezione, se vogliamo, anche non pirandelliana”.

Tanto basterebbe per chiudere il discorso, anche perché mi prefiggevo l’idea di non andare troppo indietro, eppure no, vale la pena farlo. Voglio dire, tra i generi storici è stato riabilitato il fantasy, come può non esserlo la commedia? Non voglio certo mettere in competizione queste forme, c’è spazio per tutti, ma se nel recupero del fantasy si è fatto giustamente riferimento al fantastico delle chansons de geste medievali, o a quello di Boiardo, Ariosto, Tasso (mirabili gli interventi di Edoardo Rialti su L’Indiscreto a riguardo), giungendo infine al fantasy moderno incarnato per primo da Tolkien e che da allora continua a evolversi (anche da noi); può valere la pena cominciare a osservare come l’heritage della commedia propriamente detta non sia certo da meno.

Satyricon di Petronio

Straordinario réportage sulle abitudini di una certa società imperiale piena di arricchiti, di matrone mondane e lussuriose, di poetastri e di parassiti...

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Con la commedia classica possiamo risalire a Plauto, Orazio, Giovenale, Marziale, Petronio, e quindi cominciare la scalata a un Nanga Parbat che ci porta fino a Boccaccio, Sacchetti, Margherita di Navarra, Rabelais, Basile, Swift, e allargando la visuale ci si rende conto di trovarsi su una catena di monti da 8000, ed ecco che qui accanto c’è Shakespeare, un po’ più in là Cervantes, e strizzando lo sguardo (e il concetto) appena un po’ riusciamo addirittura a intravedere un Everest: Dante Alighieri. D’accordo, lasciamolo anche da parte Dante, ma dell’evoluzione che ha portato dalla commedia teatrale alla comedy contemporanea troviamo molto già nel Don Chisciotte.

Non mi illudo certo che le mie osservazioni riusciranno a scalfire almeno un secolo di pregiudizi, ma da qualche parte bisogna anche cominciare a intaccare questa perniciosa pretesa di sempiterno impegno letterario. E un primo passo potrebbe essere quello di trovare anche in Italia una definizione critica relativa ai romanzi/comedy, un’operazione a oggi resa difficile anche dal fatto che ne escono pochi. Potrebbe tuttavia valere la pena provarci. Chissà che un battesimo critico (letteralmente: c’è da trovare perfino il nome a questo tipo di romanzi) non riesca per una volta (come un tempo succedeva) a far crescere un genere che altrove è sano e robusto.

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto, Esquire e Dissapore.

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