Skip to Main Content
Immagine di copertina

Perché dobbiamo (e possiamo) essere tutti femministi

Di Eugenia Durante • marzo 06, 2020

Chi di voi segue le news e i gossip che riguardano il mondo dei libri ricorderà sicuramente la polemica innescata da un articolo pubblicato su un noto quotidiano nazionale all’inizio di quest’anno. Volutamente provocatorio, il giornalista si scagliava sornione contro le book influencer, in un’escalation di maschilismo che ha disgustato – ma non certamente stupito – molte lettrici (e, a onor del vero, anche numerosi lettori). Personalità apprezzate e seguite come Stefania Soma, in arte Petunia Ollister, Carolina Capria, conosciuta per il profilo @lhascrittounafemmina, Giulia De Martini, ovvero Julie Demar, e Veronica Giuffré, ovvero @Icalzinispaiati, vengono liquidate in poche righe come “nuove meravigliose professioniste del nulla”. Non solo: vengono accusate furbescamente di “sessismo” perché, secondo l’autore, parlerebbero solo di scrittrici donne - vero solamente per Capria, che ne ha fatto d’altronde il suo piano editoriale con un obiettivo ben preciso e lungi dall’essere sessista, anzi.

L’articolo ha rivelato non solo l’evidente pregiudizio del giornalista in merito ai book influencer (sì, esistono anche i maschi), quanto l’altrettanto palese ignoranza dello stesso in materia di marketing. Chiunque abbia un profilo Instagram e abbia mai cercato di farsi notare nel mare magnum dei post e delle stories a tema libri sa che non basta fare foto “carine, carinissime” per diventare influencer. Oltre alle già citate prendiamo come esempio Francesca Crescentini, in arte @Tegamini: 95,4 mila follower, traduttrice, esperienza nel settore dell’editoria e della comunicazione, un umorismo irresistibile, una libreria da capogiro e un lavoro costante non solo per produrre contenuti di qualità, ma anche per intrattenere una relazione costante con una folta community di lettrici e lettori.

Ridurre i book influencer a un gruppo di femmine “social, sessiste e modaiole” non solo alimenta un discorso di stampo maschilista, disinformato e anche un pochino anacronistico, ma non fa bene al mondo dell’editoria. In un momento delicato in cui i grandi gruppi editoriali resistono e le piccole case editrici cercano di rimanere a galla, quello degli influencer è un settore importante che non può essere ignorato: secondo il rapporto dell'Associazione Italiana Editori, la percentuale di chi sceglie un libro grazie ai consigli di social e community è passata dal 14% del 2017 al 16% del 2019, contro il 9% dei media tradizionali e il 10% dei librai. Gli influencer, dunque, servono eccome, e lo sanno bene le case editrici, che collaborano sempre di più con queste figure dinamiche e capaci di gestire uno strumento solo all’apparenza semplice. In poche parole, ci vuole ben altro che foto carinissime per conquistare migliaia di follower.

L’articolo è utile anche per riflettere sulla narrazione delle donne in un settore dove la presenza femminile è altissima – tranne che ai vertici. Parliamo ovviamente non solo di influencer, ma anche uffici stampa, correttrici di bozze, editor, traduttrici e scrittrici. Fortunatamente queste ultime stanno conquistando terreno: nel 2019 le autrici italiane si sono imposte sul mercato italiano, piazzandosi spesso in vetta alle classifiche nazionali (ricordiamo, ad esempio, il successo de I leoni di Sicilia di Stefania Auci e Addio fantasmi di Nadia Terranova) e conquistando anche il mercato estero, dove si parla di “Ferrante Effect”. La traduzione della serie dell’Amica Geniale negli Stati Uniti, infatti, ha solleticato la curiosità dei lettori oltreoceano nei confronti delle nostre penne, risultando non solo nella traduzione di nuovi romanzi contemporanei (L’arminuta di Donatella di Pierantonio diventa A Girl, Returned), ma anche nella riscoperta di vecchi capolavori del passato (il Lessico famigliare della Ginzburg e L’isola di Arturo della Morante, per citare due titoli).

Eppure facciamo ancora tanta fatica a riconoscere che la letteratura fatta dalle donne non è solo letteratura destinata alle donne. Siamo ancora così tanto legati all’idea di Canone Occidentale di Harold Bloom da opporre resistenza? Scomodiamo Simone De Beauvoir che, come citato ne Il Libro del femminismo edito da Gribaudo nel 2019, diceva: “L’uomo è definito come essere umano e la donna come femmina: ogni volta che si comporta da essere umano si dice che imiti il maschio.” Da sempre, le donne devono dimostrare di essere belle, intelligenti (non troppo, per carità) e, allo stesso tempo, un passo indietro rispetto agli uomini (vi ricorda qualcosa?). Se disgraziatamente una scrittrice di successo pensa di intrattenere una relazione o addirittura convolare a nozze con uno scrittore, è bene che si abitui subito all’idea che sarà spesso etichettata come “la moglie o la compagna di”: è successo alla già citata Elsa Morante, a Mary Shelley e a Siri Hustvedt, e succederà a tante altre, se non cambiamo prospettiva.

Sia chiaro: la mia intenzione non è scatenare una guerra tra donne e uomini in occasione dell’8 marzo, né tantomeno mettere alla gogna la folta schiera di validi scrittori maschi che da sempre popolano il nostro immaginario occidentale (e la mia libreria). Il mio obiettivo, piuttosto, è soffermarmi a pensare se e come questo innegabile divario letterario tra due parti che dovrebbero abbracciarsi e nutrirsi l’una dell’altra non influenzi, invece, il nostro modo di vedere la realtà – e, in un certo senso, ne ostacoli il cambiamento. Ci nascondiamo spesso dietro l’idea che questa sia la nostra cultura e che il bagaglio culturale di un popolo vada difeso come se fosse materia morta in una teca di un museo, un cimelio da mettere in mostra come simbolo di una civiltà minacciata da non si sa quali insidie. Ma la cultura non è statica: è un flusso continuo che muta nutrendosi della realtà, da nutrire con nuovi spunti, stimoli e sforzi congiunti.

Nel suo Dovremmo tutti essere femministi, Chimamanda Ngozi Adichie racconta un aneddoto della sua infanzia. Quando frequentava le elementari a Nsukka, città nel sudest della Nigeria, la sua insegnante assegnò a tutti un compito, dicendo che la persona con il voto più alto sarebbe diventata capoclasse. La futura scrittrice, desiderosa di ricoprire quella carica, prese il voto più alto, ma la maestra assegnò il ruolo a un’altra persona: un maschio. Nel narrare l’accaduto, Adichie commenta: “Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo di pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse debba per forza essere un maschio.” Più avanti, continua: “La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura. Se è vero che la piena umanità delle donne non fa parte della nostra cultura, allora possiamo e dobbiamo far sì che lo diventi.”

Sì, ma come si possono abbattere gli stereotipi di genere in letteratura e in editoria? Ovviamente, non ho la ricetta. Forse potremmo iniziare, ad esempio, a non distinguere i libri “da maschio e da femmina” sin dall’infanzia; a mettere in mano alle bambine libri che parlano di scienza e ai bambini Piccole Donne o, meglio ancora, lasciarli liberi di scegliere. Potremmo evitare di seguire chi pensa che per fare critica basti adottare un linguaggio che sminuisce le donne, riducendo competenze di marketing e non solo a mero “vetrinismo” pseudo culturale. Potremmo chiederci, quando scegliamo un libro, se non lo stiamo scartando a priori perché ha una copertina “troppo femminile” o l’autrice parla di femminismo, che ancora oggi purtroppo è spesso considerato un’esclusiva delle donne. Potremmo domandarci per quale motivo i libri scritti (o consigliati) da uomini non vengono mai etichettati come “letteratura al maschile”, mentre quelli scritti da donne spesso si portano dietro il peso della “letteratura al femminile” o, peggio ancora, della “letteratura rosa”. Potremmo interrogarci sui motivi per cui insegniamo ai nostri figli maschi che un certo immaginario non li riguarda e che a loro è preclusa un’intera sfera emotiva perché non giudicata sufficientemente virile.

Potremmo provare a lasciare fuori dalla nostra libreria e dai nostri ereader i pregiudizi legati al genere che ci portiamo dietro sin dalle antologie scolastiche, per adottare un approccio più universale anche alla lettura. Perché, citando per un’ultima volta Adichie, “il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere come siamo. Immaginate quanto saremmo più felici, quanto ci sentiremmo più liberi di essere chi siamo veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere.”

Buon otto marzo di lotta e lettura a tutte e tutti.

Dovremmo essere tutti femministi di Chimamanda Ngozi Adichie

In questo saggio molto personale, scritto con grande eloquenza - frutto dell'adattamento di una conferenza TEDx dal medesimo titolo di straordinario successo - Chimamanda Ngozi Adichie offre ai lettori una definizione originale del femminismo per il XXI secolo. Attingendo in grande misura dalle proprie esperienze e riflessioni sull'attualità, Adichie presenta qui un'eccezionale indagine d'autore su ciò che significa essere una donna oggi, un appello di grande attualità sulle ragioni per cui dovremmo essere tutti femministi.

Visualizza libro

L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

«Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza».

- Ma la tua mamma qual è? - mi ha domandato scoraggiata. - Ne ho due. Una è tua madre.

Visualizza libro

Il secondo sesso di Simone de Beauvoir

Nel 1949 esce «Il secondo sesso» che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi. In questo saggio l'autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con "le ovaie e la matrice". Affronta temi il tema della sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l'educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l'indipendenza e l'emancipazione.

Visualizza libro

Segui la pagina @kobobooks su Instagram

Hai bisogno di contattarci?

Richieste e assistenza clienti Richieste media

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.