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Immagine di copertina

'La caduta del cielo' e altri libri che trasformano il mondo

Di Andrea Cafarella • ottobre 21, 2020

Cercate di immaginare una casa editrice come un unico testo formato non solo dalla somma di tutti i libri che vi sono stati pubblicati, ma anche da tutti gli altri suoi elementi costitutivi.

scrive Roberto Calasso nel suo emblematico «L’editoria come genere letterario» (L’impronta dell’editore, Adelphi, 2013).

Propongo di accogliere questa immagine considerando quell’«unico testo» come l’intera opera di un autore, ovvero l’insieme dei libri che ha scritto. Cosicché – considerando per esempio ogni libro parte dell’opera omnia di questo autore/editore come una collana – ve ne possa essere anche uno un po’ diverso dagli altri. L’intera opera/catalogo sarà formata da più libri simili o scritti con uno stile riconoscibile, un’idea di fondo comune e che formano insieme un discorso più o meno coerente. Diventa molto interessante guardare al catalogo di un editore in questo senso. Vi possono essere editori con un’idea molto precisa di quanto vogliono dire che la mettono in pratica tramite un catalogo uniforme a sé stesso; come possono esserci case editrici che esprimono due o più sfaccettature di una stessa attitudine. Oppure può implementarsi, col tempo, il desiderio di trattare un argomento ancora lontano, di esplorare un ambito nuovo. Le case editrici possono avere una vita più lunga degli uomini e cambiare “testa” più volte nell’arco della loro esistenza. Non per questo esse perdono la loro identità, crescono, come un qualsiasi organismo e prendono forme diverse.

Un caso esemplare è costituito da nottetempo. Nata nel 2002 dalle straordinarie sensibilità editoriali di Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi è oggi guidata da Andrea Gessner. Le otto collane che la costituiscono spaziano su un territorio molto vasto, pur conservando una prospettiva precisa che dà un aspetto organico al catalogo formatosi nei quasi venti anni di attività dell’editore.

Vi è poi una sottotraccia molto interessante che ha attraversato gli ultimi anni di pubblicazioni esprimendosi in libri come In territorio selvaggio di Laura Pugno, Esiste un mondo a venire? di Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro o nella collana dedicata agli animali: «Animalía».

Tutto il lavorio fatto in questo senso, abbracciando un punto di vista laterale e diverso, ha visto nascere i suoi frutti da e in un libro eccezionale da molti punti di vista: La caduta del cielo di Davi Kopenawa e Bruce Albert. Dal quale è nata la collana editoriale «Terra»: «Saggi che propongono al lettore prospettive radicalmente nuove per rapportarsi al vivente e alla terra che tutti abitiamo».

Quando Calasso parla di “elementi costitutivi” dei libri che formano l’opera dell’editore, si riferisce a tutte le caratteristiche, anche commerciali, che lo rendono tale: «le copertine, i risvolti, la pubblicità, la quantità di copie stampate e vendute, o le diverse edizioni in cui lo stesso testo è stato presentato». Capiamo bene allora come, già da sola, la presentazione di questa collana diventa un’espressione, un’azione, un operare.

Vorrei quindi iniziare la mia conversazione con l’editore, Andrea Gessner, a partire proprio da questo libro. La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami si presenta nella sua prima, e ancora unica, edizione nella collana «figure». La collana di saggistica più autorevole della casa editrice, accanto ai libri di Giorgio Agamben, Byung Chul Han e Judith Butler, tra gli altri. Tuttavia, viene pubblicato con una veste grafica molto diversa rispetto ai suoi compagni: copertina verde prato (il resto della collana segue tonalità del blu e del celeste) e un numero di pagine molto superiore alla media.

Quale è la storia editoriale di questo libro? Come lo avete trovato e scelto e inserito in questa collana? Perché tutte queste caratteristiche singolari? E cosa ha significato questa pubblicazione quanto al discorso più ampio che la casa editrice sembra voler abbracciare e trattare in profondità?

La storia di questo libro è unica e al contempo molto comune: nel libro di Danowsky/Viveiros De Castro che ha citato si fa riferimento a questo testo, che prima non conoscevo. Un giorno, stavamo ancora a Roma, vennero a trovarmi i due traduttori di Esiste un mondo a venire?, per festeggiarne l’uscita in libreria. Sono Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri, con quest’ultimo che dallo zaino, a un certo punto della conversazione, estrae la sua copia di La chute du ciel, il libro di Davi Kopenawa (e Bruce Albert) e me ne parla in termini unici. Incuriosito, faccio finta di niente, perché mi pare un’operazione quasi impossibile data la mole del volume e la differenza rispetto alla ricerca che fino ad allora noi di nottetempo avevamo portato avanti. Alla fine del colloquio me ne procuro immediatamente una copia, che comincio a leggere senza perdere tempo. Dopo un paio di giorni mi convinco che questo libro non poteva non essere tradotto, e ne acquisiamo i diritti (tralascio di descrivere a quel punto la mia ansia dovuta alla possibilità che qualche altro editore ci precedesse). Una volta acquisiti i diritti era naturale affidarne la traduzione agli stessi Palmieri e Lucera, che ci hanno lavorato con infinita passione per quasi un anno; ci sono poi voluti altri mesi di revisione editoriale – si tratta di un libro complesso sotto molti punti di vista. Il Centre National du Livre (CNL) ci ha supportato sostenendo parzialmente i costi di traduzione e di acquisizione dei diritti. A quel punto avevo cominciato a parlarne ai librai, riscontrando grande interesse e comprensione dell’operazione. Ne stampammo una prima edizione di 2.500 copie che ritenevo potessero essere vendute nel giro di qualche anno: ebbene, dopo soli 5 mesi abbiamo dovuto ristampare il volume tale era stato l’interesse dei lettori italiani. Davvero una bellissima esperienza per tutti, una vicenda che ha anche creato delle amicizie personali. Lo abbiamo inserito in Figure, la nostra collana più nota nella saggistica, perché in ogni caso, pur essendo un libro diverso dagli altri, si tratta del pensiero originale di un pensatore: in occidente chiameremmo Davi Kopenawa un intellettuale e un filosofo. Per questo ci è sembrato piuttosto naturale avvicinarlo al pensiero dei filosofi che pubblichiamo. Ho lavorato molto sulla confezione, ho vagliato moltissime caratteristiche: il colore della copertina, la carta dell’interno, la copertina stessa. Ci è sembrato adeguato differenziarlo perché si tratta comunque di un libro unico, un libro che ha rivoluzionato gli studi antropologici, ed è allo stesso tempo una narrazione appassionante: quindi abbiamo scelto il verde come colore dominante con un disegno di foglie di monstera che fa riferimento al fatto che tramite le parole di Kopenawa è la stessa Foresta che sembra prendere la parola. Malgrado la mole, non abbiamo voluto tradire la nostra caratteristica di offrire al lettore un’esperienza di lettura “comoda” grazie all’utilizzo di un carattere leggibile, volevamo che il libro risultasse leggero anche nel peso, infatti è l’edizione del libro meno pesante che esista al mondo, per il momento. Questa pubblicazione soprattutto ha significato esplicitare una vena che nottetempo ha seguito fin dai primi anni di vita. Voglio ricordare che la prima volta che abbiamo pubblicato la parola «antropocene» correva l’anno 2003 e l’aveva scritta Gianfranco Bettin, all’epoca prosindaco di Venezia e da sempre impegnato coi Verdi e per le lotte ambientaliste (un’espressione che non rende giustizia al tema, io penso che si tratti di una lotta esistenzialista, umanista) in un pamphlet che si intitola «Il clima è fuori dai gangheri»; avevamo pubblicato Il pianeta malato di Guy Debord, Il partito preso degli animali di Jean-Cristophe Bailly, e anche nella narrativa c’erano state incursioni sul tema, come Animali e altri attori, un libro sorprendente di Franca Valeri. Dopo la pubblicazione de La caduta del cielo, questa vena è venuta con più forza alla luce: era nata da poco Animalìa, la nostra collana dedicata a monografie su singoli animali, e poi più recentemente Terra, la collana esplicitamente legata a temi di riflessione sul pianeta di cui siamo ospiti e al nostro rapporto con la nostra casa.

La caduta del cielo è un libro unico: la testimonianza diretta del pensiero e dell’esistenza dello sciamano yanomami Davi Kopenawa. Un libro in grado di spingerci a guardare con occhi altrui, chi siamo. Le parole di Kopenawa possono farci riflettere profondamente su cosa stiamo facendo e cosa abbiamo fatto fino a oggi. Possono cambiare il nostro modo di vedere le cose e arricchire la nostra cosmologia attraverso l’espressione di un’ontologia diversa e ancora inascoltata. Probabilmente è per questi motivi che le attività legate a questo libro sono state tante e – immagino – abbiano generato momenti di grande arricchimento. Potrebbe raccontarci questo aspetto della diffusione del libro e qualche aneddoto relativo al potere trasformativo delle parole di Davi Kopenawa?

Nella diffusione di questo libro ho potuto capire quanto il lettore italiano, di solito bistrattato e spesso mal considerato, sia in realtà molto attento e curioso: sono i lettori ad aver capito immediatamente l’importanza di questo testo, e io penso che tra chi l’ha letto ci siano lettori anche molto diversi tra loro, che forse non sempre condividono gli interessi. Le parole di Kopenawa trasformano perché ci mettono di fronte a una cultura che vive con un altro sistema di valori, di logica. Si tratta di una ventata di aria fresca: esiste altro ed è vitale! Non siamo noi l’ombelico del mondo: ci siamo noi con la nostra bellissima cultura, ma ci sono tante altre culture che possono insegnarci tanto. Non c’è competizione in questo, e anche questo insegna Kopenawa, per il quale, ad esempio, la competizione non è un valore, non è niente. Noi viviamo nella competizione, nel voler essere i migliori, vincente e perdente sono basi valoriali molto forti. Per Davi, semplicemente, non esiste tutto questo. Ognuno ha il suo ruolo, il pianeta è collaborazione: gli esseri umani, gli altri animali, le piante, vivono sostenendosi vicendevolmente. Exploitation, sfruttamento, è un concetto brutto, volgare, distruttivo. Incontrare le parole di Kopenawa è in sé “curativo”, per me ma credo anche per tanti altri che nella società dell’essere “imprenditori di se stessi” si trovano scomodi, a disagio: è possibile vivere in modi diversi, più connessi.

Racconto un aneddoto: Davi ha visitato l’Italia l’ultima volta a settembre 2018. Un giorno eravamo in una piccola casa nel bosco che ho nel triangolo lariano, e stavo accendendo il fuoco perché faceva un po’ freddo e mi piaceva anche cucinare sulle braci. Eravamo io e Davi in cucina e lui mi chiese: «Andrea, come avete avuto il fuoco?», io, pieno del mio illuminismo e sbuffando di fronte a una domanda così ingenua, risposi: «Davi, cosa vuoi che ti dica, ci sarà stato un fulmine che ha colpito un albero e noi abbiamo capito come utilizzare la legna che brucia». Lui stette zitto un attimo e poi mi disse: «che istoria pobre» (che storia povera). Allora compresi davvero quello che voleva dire e gli raccontai il mito di Prometeo. Alla fine Davi mi disse: «Così è molto più interessante, ma vedo che avete una mania per le punizioni, nella vostra cultura!» e poi mi raccontò come il suo popolo ha avuto il fuoco, ma questo ve lo lascio scoprire leggendo il libro. Ecco, lì capii come il nostro modo “normale” di ragionare appiattisca tutto a funzioni, azioni e reazioni, utilitarismi. Una cosa triste da pensare in un pianeta così incredibilmente unico e magnifico. Mi sono sentito come se gli avessi detto che vivevo su un pianeta brullo e privo di vita, e come se fossi ben soddisfatto di quello. Davi Kopenawa è una presenza di vita, questo è chiaro quando lo leggi.

La collana «Terra» è discendente diretta di questo grande libro. Lo si nota già dal colore della copertina, in quanto ritornano le tonalità del verde. I libri che ne fanno parte a tutt’oggi, però, sono molto diversi tra loro. Al momento sono: Sulla pista animale, del filosofo francese Baptiste Morizot; Forest Law / Foresta giuridica, un progetto a più mani, di Ursula Biermann e Paulo Tavares; e Quattro capanne o della semplicità di Leonardo Caffo. Come nasce specificamente «Terra» e come siete arrivati a queste tre pubblicazioni?

Sono tutti e tre colpi di fulmine. «Terra» nasce dall’urgenza di fare qualcosa, perché da quando sono bambino, e ormai sono passati dei decenni (parliamo degli anni ’70), so che abitiamo questo pianeta in maniera innaturale, che la nostra azione provoca estinzioni e scomparse e scompensi, e per ora l’unico cambiamento è che abbiamo sempre più fame, che sfruttiamo le risorse a ritmi sempre più incredibili, che stiamo facendo terra bruciata. È questo che vuol dire progresso? Qual è la fine (o il fine) del progresso? La desertificazione della nostra casa? Dal libro di Kopenawa mi sono reso conto di quanto poco avessi fatto, se non a parole, e ho pensato che era il momento di proporre al lettore italiano pensatori – soprattutto occidentali – che stanno cercando una maniera diversa di ragionare, di vedere il pianeta, e credo che questo sia un forte tratto comune sia di questi tre libri, sia di quelli che seguiranno. Abbiamo usato i mezzi che conosciamo per portare il nostro granello di sabbia, come formiche.

«Uno dei temi che si va affermando oggi è quello riguardante il nostro ruolo di esseri umani nel mondo, nell’ambito di una riflessione intorno ai nostri rapporti con gli altri esseri viventi». Così si apre la quarta di copertina di Sulla pista animale. E, in modo del tutto originale e illuminante, è il tema su cui si concentra il libro. Perché questo tema diventa così urgente, oggi?

Se pensa bene alla frase che ha citato c’è un dettaglio importantissimo: l’espressione “altri esseri viventi”: ciò significa che non siamo troppo diversi da loro, che non solo noi abbiamo lo status di “vivente”, di “senziente”. Tutti gli animali e le piante si formano una rappresentazione del pianeta che abitiamo, e tra questi anche noi. È tutta da dimostrare la nostra così scontata superiorità.

C’è un messaggio diretto in questo libro, concreto e istruttivo. Cosa comporta la responsabilità di aver dato spazio a questa voce?

Comporta proprio la responsabilità di avere un passo leggero, o “diplomatico” per citare Morizot stesso. Comporta la responsabilità di ridefinirsi in relazione agli altri e smontare quotidianamente il nostro narcisismo, che è uno degli aspetti più vistosi della cultura dominante in cui siamo immersi.

Pensa che sarebbe bene se anche ogni editore e libraio (e forse soprattutto promotori e manager della distribuzione) faccia pratica dell’inforestarsi, nella speranza che «ritorni trasformato, tranquillamente inselvatichito»? Lei va a inforestarsi ogni tanto?

Non so rispondere, sicuramente non voglio imporre nulla a nessuno. So che tanti lo fanno, basta vedere le foto che circolano nelle reti sociali, e leggere i commenti in calce a queste immagini per capire l’importanza che ha per moltissimi di noi il cercare di riconnettersi a chi ci ha dato la vita, ossia il pianeta. Personalmente lo faccio appena posso. Ma inforestarsi è un esercizio molto piacevole che si può fare anche camminando in città, cercando le voci degli uccelli, per esempio, o guardando chi abita con noi, chi convive con noi e trattandolo con rispetto (zanzare escluse). Le faccio un esempio: io vivo a Milano e assai spesso frequento il Parco Sempione: e qui si può notare facilmente come sta cambiando la situazione climatica, perché il parco è pieno di tartarughe d’acqua americane e negli ultimissimi mesi si è riempito di pappagallini verdi che fanno un gran rumore. Fino a poco tempo fa non c’erano. Noto anche che ci sono meno passeri. Insomma, inforestarsi è lasciare che l’ambiente entri dentro di noi, è connettersi a esso. Chiaro che mi procura molto più piacere farlo in campagna, in collina, in montagna, al mare, specie se c’è selva, in un luogo il meno antropizzato possibile. Ma non sempre è possibile. Cerco di connettermi a una sorta di concentrazione, a uno stato d’animo di apertura verso ciò che mi circonda.

Forest Law / Foresta giuridica è sicuramente il più singolare tra i libri pubblicati in questa collana. In doppia lingua, inglese e italiano. Una foto copre l’intera copertina, fronte e retro: fogliame e un tavolino ricolmo di strumenti; è una fotografia che ritroviamo anche all’interno del testo, dove l’impaginazione è davvero elaborata: fotografie, mappe, citazioni a tutta pagina. La sua forma esprime perfettamente il suo contenuto: un insieme variegato di testi e immagini che formano una costellazione polimorfa di voci e sguardi in grado di dipingere una situazione complicata nel modo più chiaro possibile, senza alcun filtro, senza un’interpretazione troppo spesso fuorviante o comunque sempre arbitraria e parziale. Come avete incontrato questo progetto così interessante e come è diventato un libro di tale complessità?

Ho incontrato il progetto, di cui il libro è uno dei portati, grazie a «Broken Nature», la XXII Triennale internazionale curata da Paola Antonelli nel 2019. Biemann era stata invitata a tenere una conferenza e lì ho avuto modo di conoscerla e di cominciare a lavorare sulla traduzione del libro, che già esisteva in edizione bilingue inglese e spagnola. Abbiamo mantenuto il progetto grafico originale, che mi convinceva appieno. Lo trovo un libro interessantissimo per vari motivi, ne dico due: in primo luogo perché porta il discorso dello ius all’interno del mondo vivente – parla della Foresta come di una polis, di un coro di voci mute al nostro sordo udito ma che hanno diritto ad avere diritti perché sono viventi –, e in secondo luogo perché rompe lo schema della specializzazione. Il libro è multicentrico e polifonico, Ursula Biemann è artista, mentre Paulo Tavares, l’altro autore, è urbanista, eppure entrambi vanno al di là della loro specializzazione, con grande rigore e coraggio. Trovo che spesso la specializzazione nei saperi, che è nostra caratteristica, se da un lato ci fa approfondire moltissimo le cose, dall’altro ci rende miopi, ci toglie la visione complessiva.

Leonardo Caffo è l’ultimo autore pubblicato e il primo italiano. Il suo libro, Quattro capanne, sarebbe particolare già prendendo in esame il primo strato della sua costituzione: Caffo parla di quattro personalità che hanno scelto la via dell’isolamento in una capanna. Poi c’è il secondo livello, ovvero l’analisi filosofica, il ragionamento e il progredire di un discorso. Infine, così come per gli altri libri già menzionati, viene l’esperienza pratica, di vita, ciò che genera e alimenta il carattere profondamente trasformativo del libro. Un’urgenza autobiografica che testimonia un mettersi in discussione in prima persona, una filosofia pratica espressa, nel caso di questo libro, attraverso un diario perpetuo che attraversa tutta la stesura del testo. Per questa e per altre ragioni ancora, anche questo testo straordinario ha generato un operare concreto, sul territorio, mediante il progetto «Una capanna nel bosco». Cosa è questo libro, nell’interezza delle sue ramificazioni e dei progetti che sono a esso collegati? Come lo avete costruito e cosa ha poi reso possibile?

Anche questo libro è un rischio e un esperimento: si tratta di un saggio molto delicato, molto personale, che parla di fallimenti e di cosa si può invece salvare. Semplicità è una parola affascinante, e molto complessa. Arrivare alla semplicità può essere molto difficile, molto doloroso a volte. A partire dal libro, quasi per gioco, mi è venuta l’idea di costruire una capanna, di rendere pratico quello che avevo letto, di sperimentare quella dimensione, di non lasciarla alla sola dimensione di idea. Ne abbiamo parlato con Caffo che ne è rimasto contento, e così, progettata da Azzurra Muzzonigro e Emanuele Braga, ha preso forma una capanna che sembra un LEM, un modulo lunare, che prende le mosse da un movimento culturale africano che si chiama afrofuturismo e che venne creato da Sun Ra. La capanna sembra davvero un modulo che arriva da un altro pianeta, perché quando visitiamo altri corpi celesti (come la Luna, o tra poco Marte) ci muoviamo con delicatezza e cautela, ed è lo stesso passo che vorremmo trovare su questo nostro magnifico pianeta, un passo delicato, leggero, come dicevo prima. La costruzione ha coinvolto altri soggetti, tra cui un gruppo di richiedenti asilo dal Ghana, è stato davvero un momento coinvolgente a vari livelli, un momento trasformativo e performativo.

Qual è il futuro di «Terra»? Cosa potrebbe e vorrebbe diventare nei prossimi anni? Quali libri vorreste pubblicare e quali discorsi mettere in luce? Cosa vorreste dirci davvero?

Abbiamo in cantiere altri tre libri che vedranno la luce nel 2021: Linguaggi animali di Eva Meijer, figura interessantissima di scrittrice, artista e cantante, molto conosciuta all’estero e che noi siamo onorati di portare in Italia, Come parlano le foreste di Eduardo Kohn, un libro di filosofia del linguaggio che è considerato un classico e un caposaldo, e un libro del botanico e biologo francese Francis Hallé, Apologia dell’albero, un libro bellissimo che scoprirete tra un anno circa. Il titolo italiano è ancora provvisorio. Ovviamente ci piacerebbe diventare un punto di riferimento nel campo del pensiero ambientalista e soprattutto ci piacerebbe contribuire a cambiare il modo in cui intendiamo il pianeta e lo sfruttiamo senza pietà. Il discorso fondamentale è che non abbiamo molto tempo a disposizione, come dice anche Stefano Mancuso. Dobbiamo cominciare oggi a piantare alberi e a pensarci in maniera differente. Se avremo contribuito a modificare la nostra mitologia nel senso della nonviolenza e della diplomazia verso l’altro, avremo fatto il nostro piccolo. Piantiamo alberi, piantiamo alberi, piantiamo alberi. E rispettiamo la vita. Onoriamo la vita e apriamoci a essa.



La caduta del cielo di Davi Kopenawa, Bruce Albert

La caduta del cielo è uno straordinario resoconto della vita e del pensiero cosmo-ecologico di Davi Kopenawa, sciamano e portavoce dell’Amazzonia brasiliana. Rappresentante di un popolo la cui esistenza è minacciata dall’estinzione, Kopenawa traccia un indimenticabile quadro della cultura yanomami nel cuore della foresta pluviale - un mondo in cui l’antica conoscenza indigena combatte con la geopolitica globale e i suoi interessi mercantili.

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Sulla pista animale di Baptiste Morizot

In una vera avventura filosofica, Baptiste Morizot, richiamandosi alla sua passione per la pratica del tracciamento, ci trasporta, con una scrittura chiara e coinvolgente, attraverso boschi e foreste, come un detective che, una volta assunto il principio che qualunque vivente lascia traccia di sé, va alla scoperta di queste domande essenziali: chi vive qui? come? come possiamo creare un mondo diverso assieme agli altri viventi?

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Quattro capanne o della semplicità di Leonardo Caffo

Cos’hanno in comune un pensatore-scrittore con la passione per la natura e il vagabondare, un enigmatico terrorista ex professore di matematica a Berkeley, un architetto pioneristico e un geniale filosofo che hanno rivoluzionato i linguaggi e le prospettive non solo delle loro discipline, ma della cognizione moderna del mondo? Quattro capanne.

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Andrea Cafarella collabora abitualmente con «Cattedrale», «Altri Animali», «L’Indiscreto» e «Stanza 251» dove scrive critica letteraria, filosofia e narrativa. Conduce la rubrica «Teriantropica. Uno spazio non-filosofico». Ha scritto e scrive anche per diverse altre riviste. Un suo testo è entrato a far parte della raccolta Piccola antologia della peste (Ronzani, 2020 – curata da Francesco Permunian e con illustrazioni di Roberto Abbiati). Ha curato l’introduzione alla prima traduzione in italiano (di Damiano Abeni) della raccolta poetica Controcielo di René Daumal (Edizioni Tlön, 2020).

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