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Non abbiamo più diritto all'infelicità

Di Rosa Carnevale • novembre 20, 2019

Non esiste nessuna buona ragione per morire eppure, a volte, sembra difficile trovarne una per vivere. Svegliami a Mezzanotte, il nuovo libro di Fuani Marino, napoletana, classe 1980, autrice già di Il panorama alle spalle, pubblicato dalla casa editrice Scatole Parlanti, racconta di un suicidio annunciato da una terribile malattia. E lo fa da un punto di vista inedito: quello di chi a questo suicidio è sopravvissuto, pur non volendolo. In un memoir asciutto ed onesto, la scrittrice ripercorre un avvenimento autobiografico, narrando la caduta di chi prova, all’improvviso e senza scampo, l’irruenza dell’Assurdo che giunge a scardinare il meccanismo della propria esistenza quotidiana. A guidare il gesto del suicida c’è la disperazione di chi non ha più paura, di chi sente che quello a cui può andare incontro non è niente in confronto a quello che già sta vivendo. Inutile cercare un perché o un motivo concreto. Le cause che portano a desiderare la morte non sono infatti quasi mai evidenti. Quel 26 luglio 2012, madre da pochi mesi della piccola Greta, schiacciata dalla depressione, Fuani Marino si butta dal balcone di un’abitazione in una stradina assolata di Pescara.

Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino

Un tardo pomeriggio di luglio in un'anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all'ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto. Perché l'ha fatto, perché ha voluto suicidarsi? Non lo sappiamo. E forse, in quel momento, non lo sa nemmeno lei. Ma quel tentativo di suicidio non ha avuto successo e oggi, quella giovane donna, vuole capire.

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“Allora ho preso coraggio e mi sono buttata”, scrive nel libro.

“E poi sono caduta, ma non sono morta”.

Ci vogliono degli spazi nella pagina che contiene queste due frasi, degli intervalli bianchi tra la sequenza di lettere che formano le parole per immaginare l’intensità del dolore che diventa più forte del terrore della morte. E poi l’aria che si ferma, il tempo che non conta più niente, la vita prepotente che decide e il salto nel vuoto per andare da qualsiasi altra parte ma non qui. Il sollievo di poter invocare una fine.

“Non posso dire che il volo sia stato breve. Ricordo perfettamente la vertigine, la forza di gravità che da concetto astratto diventa sensazione. (…) A differenza di quanto si crede, non mi è sfilata davanti tutta la vita, non l’ho vista, era come se non ci fosse mai stata. C’ero solo io che precipitavo perché volevo farlo, perché quel volo era un mezzo per raggiungere la fine, mi sono detta questo: Sta per finire”.

Da quel giorno, le cicatrici sono diventate una sorta di traccia da ripercorrere e la scrittura un’opportunità con cui raccontare e indagare il proprio dolore. Perché, spesso, la risposta al dolore è nel dolore stesso. Bisogna attraversare il male per poter riemergere.

E bisogna leggere molto per capire di non essere soli. Da Durkheim con il suo Il suicidio. Studio di sociologia del 1897, passando per Sylvia Plath, scrittrice e poetessa morta suicida a trent’anni, fino ad arrivare ai giorni nostri con i romanzi di Miriam Toews (I miei piccoli dispiaceri), o di Sarah Manguso (Il salto), la letteratura è costellata di grandi testi che ci hanno avvicinato alla malinconia, alle sensazioni che precedono le morti volontarie, a quelle che invece seguono le perdite e i lutti. Fuani Marino interroga i suoi autori e li cita ad uno ad uno, offrendoci una dettagliata bibliografia di tutto quello che possiamo leggere sui temi del suicidio e della malattia mentale. E insegnandoci che dopo una caduta del genere ci si abitua a tutto e, piano piano, ci si rialza. Nel frattempo, però, soffermarsi e scandagliare questo evento indicibile e inspiegabile regala la possibilità di riflettere su alcuni degli argomenti più complessi che riguardano l’essere umano.

Quanto la malattia mentale è ancora un tabù? Esiste un diritto all’infelicità?

In uno dei suoi interventi pubblici Ian Burama, saggista e accademico olandese, esperto internazionale di culture orientali, sottolineava “come la ricerca della felicità sia un diritto riconosciuto dai padri fondatori degli Stati Uniti. È una possibilità legittima, nonché auspicabile, che tuttavia rischia di condizionare molto la percezione di fenomeni sociali e culturali come il raggiungimento dei propri obiettivi e la realizzazione personale. Il rischio è che passi l’idea che il successo non vada solo perseguito, ma anche simulato quando non presente. Insomma, alla lunga essere felici può diventare un dovere, più che un diritto”.

Una visione che contribuisce a rendere ancora più difficile l’accettazione di condizioni di malattia e depressione. Su questo e su altri temi indaga Fuani Marino, convinta della necessità di mettere a nudo la sua storia e la vicenda durissima della sua depressione, anche per dare un senso a quel gesto, per farne materia viva di un racconto che possa servire ad altri. Fare coming out, non nascondersi dietro a una costante negazione di sé e delle proprie patologie diventa allora un vero e proprio imperativo.

La scelta di scrivere addirittura un libro sulla propria caduta, un’operazione coraggiosa e ineluttabile. Come ha riassunto perfettamente lo scrittore americano Denis Johnson in un’intervista, infatti, non giova a nessuno nascondere la verità. “All’epoca - confessa in un’intervista - pensavo fosse importante nascondere che non ci sto con la testa. E poi sono cresciuto e cinque anni dopo ho pensato: che differenza fa? Le persone che incontro lo capiscono dopo pochi secondi. Non ci si può nascondere: nessuno può nascondersi per sempre. Alla fine, saremo sempre smascherati”.

Meglio guardare le cose in faccia, allora. Rivederle, analizzarle, dar loro un valore. Pur nell’accettazione che ogni suicidio sia destinato a rimanere un enigma irrisolvibile. Perché, come ha spiegato bene Sigmund Freud, risolvere l’enigma del suicidio, significherebbe “risolvere l’enigma della vita”.

Il romanzo si apre con una caduta, la tua. Il tuo tentativo di suicidio, a cui sei sopravvissuta nel 2012 saltando dal quarto piano di un palazzo, fa da spartiacque nel libro al racconto di un prima e di un dopo. Chi è Fuani Marino oggi?

Il mio personaggio attinge molto dalla mia storia personale, eppure vale la pena ricordare che, come afferma la scrittrice americana Mary Gaitskill, ogni volta che raccontiamo un episodio la nostra immaginazione entra in gioco comunque, anche se quell’episodio è realmente accaduto. La stessa Natalia Ginzburg pone un’avvertenza all’inizio del suo Lessico famigliare: “benché tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come se fosse un romanzo (…) perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”. Detto questo, sono senz’altro una persona diversa rispetto a quella che ero prima di ammalarmi.

Cosa significa attraversare la notte?

È un attraversamento, anche metaforico, del buio, che definirei come perdita di senso e agonia, cui però segue qualcosa di inaspettato, un po’ come è successo a me con la pubblicazione di questo libro.

In uno dei capitoli iniziali del libro, Ritratto della suicida da giovane, ti soffermi sull’origine del tuo nome, Fuani, l’unione dei nomi dei tuoi genitori FUrio + ANIta. Credi che già questo nome simbolicamente possa annunciare e rappresentare una frattura, qualcosa di lacerato e poi ricomposto?

Tutti noi racchiudiamo più identità, alcune manifeste e altre meno evidenti. Più che una frattura, il mio nome è sempre stato un segno di distinzione, mi ha fatto sentire diversa dagli altri sin dall’infanzia.

“Nessuno […] è in grado di capire un suicidio. Per lo più non lo capisce neanche il suicida”, scrive Primo Levi. Come guardi adesso a quella caduta?

Resta un mistero col quale ho dovuto imparare a convivere, così come accade di dover accettare degli eventi inspiegabili. La pubblicazione di questo libro significa dichiarare che quel gesto - per quanto terribile -, fa parte della mia storia, non lo potrò cancellare.

Qualcosa di più forte di te ti ha spinto a scrivere questo libro ed è qualcosa che ha a che fare - così racconti nel finale - “con il concetto di pride, lo stesso sentimento di appartenenza e rivendicazione che fa scendere in piazza la comunità LGBT per dire finalmente, dopo secoli di vergogna e silenzio: IO SONO COSÍ”. Il disagio psichico continua a rappresentare un tabù?

Rivendicare una condizione (che sia un orientamento sessuale o una patologia) non equivale tanto ad esserne fieri quanto a non rinnegarla. Le reazioni registrate finora mi dicono che forse ammettere oggi di avere un vissuto di disagio psichico - perché il suicidio o altri comportamenti distruttivi non ne sono altro che una conseguenza - è meno difficile rispetto al passato. Molte persone di cui temevo il giudizio mi hanno manifestato empatia, perché in fondo si tratta di problemi che in maniera diretta o indiretta riguardano tutti.

Ancora oggi prevale l’idea che se non ci sono motivi contingenti di malessere, quest’ultimo non debba esistere…

Purtroppo la depressione continua a non essere percepita come una vera e propria malattia, con delle cause organiche e degli squilibri chimici in grado di alterare il nostro comportamento. Questo è rischioso perché si tende a colpevolizzare chi ne è affetto attribuendogli mancanza di volontà o egoismo. Credo che la mia storia sia molto emblematica in questo senso, perché di fatto ero una persona a cui prima di ammalarsi non mancava nulla, almeno oggettivamente.

La maternità è un tema laterale ma importante del tuo libro. Quando sei caduta dal balcone tua figlia Greta era nata da soli tre mesi. In questi anni sono usciti anche in Italia dei libri molto importanti che raccontano la maternità in un modo nuovo, lontano dalla mistica che per secoli ci hanno proposto e che ancora impregna la nostra società. Penso per esempio a Cattiva di Rossella Milone, a Maternità di Sheila Hati o al saggio prezioso A Life’s Work: On Becoming a Mother (tradotto da Mondadori con Puoi dire addio al sonno: cosa significa diventare madre) di Rachel Cusk. Quanto c’è ancora da dire su questo tema?

Moltissimo, perché si tratta di pubblicazioni recenti che da sole non bastano a cancellare secoli in cui la maternità era considerata l’unica scelta possibile per noi. Trovo fondamentale arrivare a quest’ultima in maniera consapevole, conoscendone i diversi aspetti. Purtroppo viviamo in una società in cui atteggiamenti patriarcali e sessisti continuano a rendere la vita delle donne molto difficile.

In che modo ti ha nutrita e cresciuta la parola altrui? Gli autori che citi così frequentemente tra le pagine del tuo Svegliami a Mezzanotte (da Peter Handke a Miriam Toews, da Susan Sontag a Sylvia Plath) ti sono stati di aiuto nel tuo percorso?

Non a caso la bibliografia è inserita nei ringraziamenti del libro. Di fatto ho cominciato ad approfondire i temi del disagio psichico e del suicidio giù durante i miei studi universitari in psicologia, molto prima quindi di ammalarmi; durante la mia ripresa, poi, mi sono circondata di storie in cui potevo identificarmi.

E la scrittura ha qualcosa di curativo e terapeutico per te? Quando hai iniziato a scrivere?

Ho cominciato a scrivere assiduamente durante l’adolescenza, tenevo costantemente un diario da cui ho anche attinto alcune parti del libro. In seguito sono diventata giornalista cimentandomi in un tipo diverso di scrittura, ma credo che quest’ultima abbia sempre fatto parte di me.

Partendo da La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen, Raffaele Alberto Ventura ha formulato qualche anno fa nel suo Teoria della classe disagiata una teoria sociale che racconta molto del nostro paese oggi. La realtà che descrive è quella di una classe sociale media che non può permettersi di realizzare le proprie ambizioni ma, allo stesso tempo, non vuole rinunciare a lavorare nella cultura, rincorrendo posizioni “intellettuali” che ormai sembrano destinate ad estinguersi. Come racconti approfonditamente nel tuo libro, hai lavorato nella redazione di un giornale e come critica d’arte free lance. Quanto ha influito sulla tua salute il peso di questo lavoro? Credi che ci siano effettivamente delle condizioni logoranti e deprimenti a cui sottostare in questo settore?

Penso abbia avuto un ruolo determinante, sia in termini di stanchezza e frustrazione accumulate come giovane precaria che per via del mio carattere poco adatto a rispettare le gerarchie.

Esiste un diritto all’infelicità?

Credo vada rivendicato, nel senso che bisogna cercare di sottrarsi all’imperativo che ci vuole a ogni costo vincenti e con un sorriso stampato in faccia.

Se quel giorno d’estate del 2012 tu fossi morta, te ne saresti andata senza lasciare un biglietto per nessuno dei tuoi cari. In chiusura del libro, quasi una piccola postilla, hai inserito una lettera per tua figlia. “Ti diranno che tua madre è pazza, un’egoista, tu stessa avrai una moltitudine di cose di cui accusarmi, e a ragione”. Perché hai sentito questa necessità e quanto c’entra (o quanto le persone pensano che c’entri) l’egoismo in questa storia?

In quel momento mi sembrava di essere solo un peso per la mia famiglia ed ero certa che sarebbe stato meglio per loro se io fossi morta. La stessa Virginia Woolf scrive qualcosa di simile nella sua lettera di addio a suo marito Leonard. Raccontare pubblicamente la mia storia significava esporre anche mia figlia, e questo potrebbe apparire egoista, ma è anche un modo per condividere con gli altri la mia esperienza, un gesto di apertura e generosità. La lettera che le dedico è una sorta di corollario al gesto e al testo, perché spero che un domani potrà comprendere.

Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

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