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Non è un Paese per donne

Di Rosa Carnevale • marzo 08, 2021

Non sarai mai prigioniera finché ti abita la libertà in persona.

Emily Dickinson

Qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati dell’indagine “La condizione economica femminile in epoca di Covid-19” realizzata da Ipsos per WeWorld, organizzazione italiana che difende da 50 anni i diritti di donne e bambini in 27 Paesi del mondo inclusa l’Italia. La fotografia è quella di un Paese che soffre e che lascia le donne ai margini della propria società. Una fotografia che purtroppo si è aggravata nel 2020 ma che già precedentemente era drammatica.

Sono infatti le donne, senza distinzioni di età e area geografica, le principali vittime economiche e sociali della pandemia: 1 su 2 ha visto peggiorare la propria situazione economica negli ultimi 12 mesi; tra le occupate, 1 su 2 teme per il futuro di perdere il lavoro; tra le disoccupate, 1 donna su 4 dichiara che a causa del Covid ha rinunciato a cercare un’occupazione. Il dato sul peggioramento della condizione economica, inoltre, supera il 60% se si prende in considerazione la fascia di età 25-34 anni (6 donne su 10). I dati rilevano una situazione allarmante, raccontando la condizione di esclusione delle donne, un fenomeno che ha radici profonde, ma che si è amplificato senza dubbio nell'ultimo anno.

Oggi, otto marzo 2021, in molte città italiane le scuole sono chiuse e la didattica si è trasferita, come durante lo scorso lockdown, tra le mure domestiche. Anche in questo caso sono quasi sempre le donne a farne le spese. La pandemia ha avuto infatti un forte impatto anche sul lavoro sommerso, soprattutto di cura/assistenza domestica.

Per questo, adesso più che mai, è importante parlare di otto marzo e di donne.

La “festa delle donne” non è una festa, è una giornata da dedicare alla riflessione sulla condizione lavorativa, familiare, personale delle donne nel quotidiano. Oggi come ieri e più di ieri. Una giornata simbolica di lotta per cercare di fare qualche passo avanti verso la parità di genere, ancora così lontana. Si tratta infatti di parlare di diritti, discriminazione, parità. L’otto marzo è una giornata importante, da estendere a molte altre giornate per trattare temi che dovrebbero essere una priorità anche nell’agenda politica.

E se una parte del Paese combatte ogni giorno gli stereotipi di genere, lotta per una visione più giusta e più fluida della sessualità, allontana pregiudizi e cerca di avvicinarsi a una parità ancora solo sognata, c’è un’altra parte che non comprende o che nega addirittura il problema.

Succede anche proprio in questi giorni sul palco di una kermesse importante come Sanremo, con siparietti sui fiori da offrire solo alle artiste donne o monologhi di importanti giornaliste che ci fanno ripiombare in un attimo indietro nel tempo. Se dalla Tv nostrana ancora arrivano segnali preoccupanti, pensiamo invece che un buon antidoto all’uniformità sterile con cui generalmente viene festeggiato l’otto marzo sia quello di leggere quello che le donne scrivono, ascoltare le loro storie, immergersi e conoscere le loro battaglie quotidiane e le loro preziose visioni. Soprattutto, farle proprie.

Ecco perché abbiamo deciso di segnalare dieci importanti volumi, vecchi e nuovi, per mettersi in ascolto delle voci delle donne. Si tratta di libri potenti e provocatori, che scardinano alcuni dei pregiudizi e degli stereotipi in cui siamo ancora incastrati. A partire da quelli linguistici.

Nel suo Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, uscito da pochi giorni per Einaudi, Michela Murgia ci mette in guardia: per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica.

Succede quando ci rifiutiamo di usare termini come avvocata, sindaca, architetta o direttrice di orchestra (vedi sempre Sanremo 2021 con l’uscita poco felice di Beatrice Venezi, "Non chiamatemi direttrice, la parità è un’altra cosa”), quando subiamo mansplaining, la somministrazione (e il termine, che fa pensare all’amarezza di certe medicine, è voluto) di spiegazioni non richieste e paternalistiche fatte da uomini, quando qualcuno risponde a una donna con un “stai zitta” oppure un “dovresti scopare di più”, “calmati”. Ancora, succede ogni volta che chiamiamo una donna per nome e non per cognome (anche quando si tratta della vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala e non Harris).

Il messaggio che veicolano certe frasi e l’uso di alcune parole piuttosto che altre è estremamente importante. Soprattutto quando queste servono per silenziare un pensiero. “Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la piú sovversiva”, dice Murgia.

A raccontare l’episodio da cui è nata l’idea di questo libro è la stessa scrittrice nell’incipit di Stai Zitta.

“Nel maggio del 2020, durante la trasmissione radiofonica che conducevo a Radio Capital insieme a Edoardo Buffoni, avemmo ospite lo psichiatra Raffaele Morelli. La ragione erano certe sue dichiarazioni discutibili rilasciate nei giorni precedenti, che erano state da più parti indicate come sessiste. Nel corso dell’intervista in cui avrebbe dovuto spiegare l’eventuale equivoco, il professore confermò invece le sue affermazioni e mentre lo incalzavo chiedendogliene conto, accadde una cosa che né io né Buffoni avevamo previsto: Morelli perse completamente le staffe e all’improvviso mi intimò «Zitta! Zitta! Zitta e ascolta! Sto parlando e non voglio essere interrotto!». Il video, ancora reperibile in rete, divenne virale e per giorni si parlò di quell’episodio con incredulità, come se fosse un unicum comportamentale, il caso straordinario di un uomo dai nervi poco saldi che non aveva potuto sopportare di essere contraddetto da una donna”.

Mettere a tacere le donne significa spesso renderle invisibili nella società. È quello che ha evidenziato Caroline Criado Perez nel suo Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano. L’attivista inglese illustra in maniera precisa tutto quello che dovremmo sapere sul gender gap, evidenziando in particolare modo il data gap, cioè la mancanza di dati, in ogni campo, da quello sanitario a quello economico, sulle donne. Numeri alla mano si comprende come non ci siano sufficienti studi sulle donne e come il mondo sia costruito e pensato a immagine e somiglianza dell’uomo. Dagli smart-phone alle tastiere dei pianoforti che vengono progettati pensando alla misura delle mani di un uomo medio. Dalle automobili ai mezzi pubblici, costruiti tenendo conto delle dimensioni e delle forme del corpo maschile. Fino ai test sulla ricerca medica, che ignorano il corpo femminile per banale semplificazione.

Lo dicono quindi i dati: non è un mondo per donne ma un mondo costruito dagli uomini per gli uomini.

A questo punto sarebbe molto interessante rilevare un altro dato: quanti uomini leggano veramente questi testi, fondamentali per conoscere la prospettiva e il punto di vista femminile. Una cosa che negli anni mi ha sempre fatto pensare è che spesso l’editoria nostrana scelga per presentare questi libri in Italia copertine dal colore rosa, come se volesse indicare in qualche modo la destinazione di genere.

È il caso per esempio del fumetto di Emma Bastava chiedere, 10 storie di femminismo quotidiano, pubblicato l’anno scorso da Laterza e che in Francia aveva invece una bella copertina rossa fiammante. Dai dati eclatanti che dimenticano il mondo delle donne, si passa qui ad analizzare un esercizio di maschilismo più subdolo e strisciante ma non meno pericoloso. La blogger francese, laureata in ingegneria informatica, racconta storie che ha vissuto sulla propria pelle e di cui molte donne sono protagoniste ogni giorno. Con pochi tratti decisi e un disegno semplice illustra quello che oggi chiamiamo il “carico mentale” delle donne e cerca allo stesso tempo di rivedere alcune posizioni femministe storiche per ripensarle in termini più rivoluzionari e inclusivi. Per chi non lo sapesse il “carico mentale” domestico è quel fenomeno per cui le donne, all'interno di una coppia e ancora di più nella gestione della famiglia e della casa, si trovano a dover pensare in autonomia a ogni minimo particolare della quotidianità (dalle cene all’organizzazione delle attività dei figli) e a prendere spesso la maggioranza delle decisioni. È un lavoro di gestione, pianificazione e anticipazione che si somma a quello che già si svolge ormai quasi sempre fuori casa. Un lavoro faticoso e non retribuito. Più o meno quando sentiamo le frasi “dimmi se hai bisogno di aiuto” oppure “bastava che chiedessi e ti avrei aiutata” dobbiamo sentire odore di “carico mentale”. Nel suo volume Emma racconta poi anche di un altro carico, quello “emotivo”, che molte donne si addossano in maniera più o meno inconscia. Un peso enorme che porta a pensare al benessere di chi le circonda (bambini, compagni, familiari anziani in primis) senza che spesso questi possano o vogliano restituire almeno una parte di quello che gli viene donato gratuitamente. Interessarsi agli altri, far loro piacere, sostenerli quando è necessario è una cosa bella di per sé. Non bisogna però mettere in secondo piano i propri bisogni. Ecco perché è necessario che ci sia una cura reciproca. Ridistribuire il lavoro domestico ma anche quello emozionale è una necessità ormai imprescindibile. E sono gli uomini a doversi sforzare, cercando di diventare più empatici nel comprendere e soddisfare i bisogni di chi gli sta vicino.

L’appello, ancora di grande attualità, è quello che faceva alcuni anni fa Chimamanda Ngozi Adichie nel suo pampleth Dovremmo essere tutti femministi.

L’emancipazione femminile non è più una questione che è possibile rimandare, è un fattore decisivo nella costruzione di una vita qualitativamente migliore per l’intera società civile.

Il pericolo nel non ascoltare e non raccontare le donne è anche quello di un’unica storia. Un’unica narrazione sorda che non tenga conto di metà del genere umano.

Anche quando parliamo di guerre, per esempio, “sentiamo solo metà della storia”. A denunciarlo è Christina Lamb, giornalista impegnata da oltre trent'anni in zone di conflitto, in libreria dal nove marzo con I nostri corpi come campi di battaglia. Storie di donne, guerra e violenza, edito per Mondadori. Le voci femminili, anche nei contesti di violenza e conflitti, sono troppo spesso dimenticate, e quando vengono ascoltate accade sempre in qualità di vedove e madri in lutto. In questo libro, invece, Lamb dà voce a quelle donne dimenticate, raccogliendo testimonianze intime e private, incredibili storie di eroismo e resistenza: dalle rifugiate yazide sfuggite all'ISIS alle profughe rohingya dello Stato di Rakhine, dalle tutsi violentate durante il genocidio ruandese alle attiviste argentine alla ricerca dei "desaparecidos" e dei loro «bambini rubati».

La narrazione delle donne passa anche da modalità diverse, attraversando tutti i campi della nostra vita e della cultura.

Ne sono un esempio Marina Pierri con il suo Eroine e Elisa Cuter con Ripartire dal desiderio.

Il primo ribalta finalmente il celebre viaggio dell’eroe (da Campbell a Vogler) trasformandolo in un viaggio delle eroine e adattandolo a una forma di narrazione tipica della nostra contemporaneità, quella delle serie tv.

Il secondo offre un punto di vista originale e a tratti contro corrente su argomenti centrali nel dibattito pubblico di oggi, partendo da Non è la Rai, passando per il #metoo, gli incel e l’educazione sessuale. Segno che il racconto delle donne è sempre più animato e vivace e che la sfida, sempre più ambiziosa, è quella di metterlo al centro per fare in modo che le domande che lo affollano possano trovare risposte. Proprio da queste nuove proposte dovremmo partire per fare in modo che l’otto marzo non sia solamente una giornata ma diventi un modo di comunicare e analizzare l’oggi con lenti finalmente nuove.

Senza mai dimenticare le parole di alcune grandi scrittrici (da Natalia Ginzburg a Simone de Beauvoir) che hanno gettato le basi per cui di femminile si parlasse, soprattutto nei libri e soprattutto con la voce e le parole delle donne.

Così scriveva nel 1906 Sibilla Aleramo nel suo Una donna, definendo già la complessità del discorso di genere: “..ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicar se stessa, ch'ella sola può rivelar l'essenza vera della propria psiche, composta, si, d'amore e di maternità e di pietà, ma anche di dignità umana!”.

Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia

Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse.

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Ripartire dal desiderio di Elisa Cuter

Fin dalla storica domanda di Sigmund Freud «cosa vuole la donna?», la questione del desiderio è intrinsecamente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Un femminile basato proprio sull’impossibilità di rispondere a tale domanda: un oggetto misterioso, un «altro» su cui ci si interroga. Partendo da Non è la Rai, passando per il #metoo, gli incel e l’educazione sessuale, Elisa Cuter indaga quella che viene percepita come l’attuale «guerra tra i sessi», e arriva a ribaltare alcuni luoghi comuni del femminismo mainstream, chiedendosi se abbia ancora senso rivendicare un’identità storicamente costruita come subalterna.

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Eroine. Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire di Marina Pierri

Una serie TV può cambiare la percezione di intere nazioni su tematiche sociali, scientifiche, politiche, relazionali, dando voce a persone che nella nostra società sono ancora invisibili, a cui non viene mai data la parola. Il grande merito di Marina Pierri è la capacità di mettere insieme mondi che fanno fatica a parlarsi: quello del femminismo intersezionale e quello della psicologia del profondo. In Eroine, Marina Pierri prende il testimone da una vasta letteratura filosofica, cinematografica e psicologica, e compie un’operazione ancora inedita: pur parlando del potere delle storie, mette al centro proprio la potenza dei personaggi delle serie TV, mostrando il loro valore archetipico.

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Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.



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