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Immagine di copertina

Libri unici. Come Adelphi ha trasformato l’editoria italiana

Di Federico di Vita • ottobre 17, 2019

“Libri unici. Perché Adelphi ha trasformato l’editoria italiana”, ecco la richiesta che è giunta stavolta sul mio immaginario tavolo di lavoro da parte di Niccolò de Mojana, il responsabile del blog di Kobo. È successo mesi fa, prima dell’estate, ed è un bel garbuglio. A dirla tutta all’inizio mi sembrava un’impresa superiore alle mie possibilità, fosse solo perché – pur essendo Adelphi certamente la casa editrice più rappresentata tra gli scaffali della mia libreria – non ritengo di conoscerne il catalogo al punto di poter azzardare un quadro che possa considerarsi davvero esaustivo a riguardo. O almeno, non avrei potuto farlo senza consultare qualcuno che quella casa editrice conosce molto bene. Avrei dovuto parlare con qualcuno... qualcuno che conosce Adelphi come le sue tasche e che l’abbia seguita, anzi, che le abbia dato forma sin dai primi passi. Per farla breve: c’era da intervistare Roberto Calasso. Certo avrei potuto (forse), oppure... Be’, oppure avrei potuto consultare un prezioso libello che fortunatamente avevo avuto modo di leggere e in cui tutto ciò si trovava già spiegato col dettaglio più esatto che potessi sperare, proprio da Roberto Calasso. La strada dunque era segnata e prelevato il volumetto – L’impronta dell’editore​ – ecco le risposte di cui avevo bisogno investirmi come rivelazioni sin dal titolo della prima parte: ​I libri unici​.

L'impronta dell'editore di Roberto Calasso

La vera storia dell'editoria è in larga parte orale – e tale sembra destinata a rimanere. Una teoria dell'arte editoriale non si è mai sviluppata – e forse è troppo tardi perché si sviluppi ora. Andando contro a questi dati di fatto, ho provato a mettere insieme due elementi: qualche passaggio nella storia di Adelphi, quale ho vissuto per cinquant'anni, e un profilo non di teoria dell'editoria, ma di ciò che una certa editoria potrebbe anche essere: una "forma", da studiare e da giudicare come si fa con un libro. Che, nel caso di Adelphi, avrebbe più di duemila capitoli. R.C.

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Non nascondo che per un certo tempo sono stato tentato di costruire questo articolo grazie alla semplice giustapposizione di frasi pescate nel suddetto libello, ma forse sarebbe stato un approccio troppo radicale per il luogo che mi ospita, così ho deciso di modulare il mio approccio in modo più morbido, certo, citerò molto da ​L’impronta dell’editore​​, e lo userò come palinsesto per argomentare dall’inizio alla fine questo articolo, ma per offrire un quadro più piano interverrò a mia volta nell’organizzazione del discorso e anche nell’indicazione di alcuni dei volumi che illustrano l’essenza (almeno quella che ne percepisco io, da accanito lettore adelphiano) della casa editrice (e sì, i libri di cui compare la copertina servono sia a corredare il testo che come appassionati consigli di lettura).

Inoltre non potevo ignorare che su Adelphi è uscito l’anno scorso un articolo notevole di Andrea Zanni, intitolato non per caso​ ​L’impronta dell’editore. La forma numerica di Adelphi​, che ricostruisce la vicenda della casa editrice partendo da accuratissime rilevazioni statistiche, illustrate da dei grafici utili a mostrare in un colpo d’occhio molte delle caratteristiche della storia editoriale di Adelphi a partire dalle sue origini (colgo qui l’occasione per ringraziare Andrea che mi ha permesso di usare alcuni dei suoi schemi a corredo del testo). Le rilevazioni di Zanni si fermano al febbraio 2018, dunque i dati che citerò si arrestano a quel momento, ma partendo dal 1963, data di fondazione della casa editrice, ci consentono di riconoscere con un ottimo grado di approssimazione quella che è stata la produzione editoriale di Adelphi lungo i suoi primi 55 anni di attività. Per prima cosa dunque diamo un’occhiata all’insieme statistico delle pubblicazioni di Adelphi. In questo lasso di tempo la casa editrice ha pubblicato 3818 libri, divisi in 37 collane e scritti da 882 autori diversi.

Roberto Bazlen

Prima di cercare di capire cosa siano i fantomatici​ libri unici ​di Adelphi è necessario farsi accompagnare da Roberto Calasso al tempo in cui la casa editrice era solo un progetto, un’idea allora animata più che dallo stesso Calasso, a quel tempo ventenne, da uno dei personaggi più misteriosi e col senno di poi possiamo dire influenti dell’editoria italiana del Novecento: Roberto Bazlen. Così ne parla Calasso e riferendosi a lui, come vedremo, sembra riferirsi alla forma stessa che avrebbe avuto il catalogo della casa editrice: “le sue letture erano sterminate, ma in fondo un solo genere di libri lo appassionava, qualsiasi forma avesse e a qualsiasi epoca o civiltà appartenesse: quel genere di libri che sono un esperimento della conoscenza, e come tali possono trasmutarsi nell’esperienza di chi li legge, trasformandola a sua volta”. E ancora, passando al progetto dell’Adelphi nascente e alle letture di Bazlen:

“Quando mi parlò per la prima volta di quella nuova casa editrice che sarebbe stata Adelphi – posso dire il giorno e il luogo, perché era il mio ventunesimo compleanno, maggio 1962, nella villa di Ernst Bernhard a Bracciano, dove Bazlen e Ljuba Blumenthal erano ospiti per qualche giorno –, evidentemente accennò subito all’edizione critica di Nietzsche e alla futura collana dei Classici. E si rallegrava di entrambe. Ma ciò che più gli premeva erano gli altri libri che la nuova casa editrice avrebbe pubblicato: quelli che talvolta Bazlen aveva scoperto da anni e anni e non era mai riuscito a far passare presso i vari editori italiani con i quali aveva collaborato, da Bompiani fino a Einaudi. Di che cosa si trattava? A rigore, poteva trattarsi di qualsiasi cosa. Di un classico tibetano (Milarepa​) o di un ignoto autore inglese di un solo libro (Christopher Burney) o dell’introduzione più popolare a quel nuovo ramo della scienza che era allora l’etologia (​L’anello di Re Salomone​) o di alcuni trattati sul teatro Nō scritti fra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo. Furono questi alcuni fra i primi libri da fare che Bazlen mi nominava. Che cosa li teneva insieme? Non era chiarissimo. Fu allora che Bazlen, per farsi intendere, si mise a parlare di libri unici”.

Ecce homo di Friedrich Nietzsche

Nell’autunno del 1888, nelle febbrili settimane che precedettero l’«euforia di Torino» e il successivo, definitivo silenzio, vennero scritte queste pagine che rimangono una delle vette stilistiche di Nietzsche e insieme un tentativo senza precedenti (e senza conseguenti) di capire se stessi non già sciogliendo gli enigmi, ma moltiplicandoli.

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I libri unici

La misteriosa alchimia di Adelphi fa ancor oggi sì che libri di segno molto diverso appaiano per qualche ragione contigui, e trovino in modo a un primo colpo d’occhio paradossale posto nella stessa collana, uno dopo l’altro. Come abbiamo visto la singolare radicalità di tale impostazione risale sino alla preistoria della casa editrice stessa, che è nata sotto il segno di una mercuriale eppure coerente varietà. “Fra libri a tal punto disparati, quale poteva essere allora il requisito indispensabile, quello che comunque si doveva riconoscere? Forse soltanto il «suono giusto», altra espressione che Bazlen talvolta usava, come argomento ultimativo”. Inoltre, spiega ancora Calasso “i libri unici erano anche libri che molto avevano rischiato di non diventare mai libri”, a tale riguardo un esempio perfetto sembra essere già il primo volume della collana ammiraglia: la Biblioteca Adelphi: “L’esempio più eloquente è il numero 1 della Biblioteca: L’altra parte​ di Alfred Kubin. Unico romanzo di un non-romanziere. Libro che si legge come entrando e permanendo in una allucinazione possente. Libro che fu scritto all’interno di un delirio durato tre mesi. Nulla di simile, nella vita di Kubin, prima di quel momento; nulla di simile dopo. Il romanzo coincide perfettamente con qualcosa che è accaduto, un’unica volta, all’autore. Ci sono solo due romanzi che precedono quelli di Kafka e dove già si respirava l’aria di Kafka: ​L’altra parte​ di Kubin e ​Jakob von Gunten​ di Robert Walser. Entrambi avrebbero trovato il loro posto nella Biblioteca. Anche perché se, in parallelo all’idea del libro unico, si dovesse parlare di un autore unico per il Novecento, un nome si imporrebbe subito: quello di Kafka”.

Jakob von Gunten di Robert Walser

«Kafka è un caso particolare del tipo Walser», scrisse Robert Musil nel 1914, frase evidentemente ingiusta, ma che pure coglie un nesso essenziale. Grande scrittore che fu amato subito da altri grandi scrittori, come Kafka, Musil o Walter Benjamin, e poi con lentezza, ma sicuramente, ha continuato a conquistarsi lettori fino a oggi, Robert Walser (1878-1956) è, nel nostro secolo, un autore insieme centrale e appartato.

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Un altro esempio di libro unico? Calasso suggerisce di pensare a ​Cella d’isolamento​ di Christopher Burney (numero 18 della Biblioteca), in cui l’esperienza dell’isolamento totale si elabora per diventare scoperta di qualcos’altro, in un romanzo raccontato con sobrietà e nitidezza. “E l’autore, dopo quel libro, sarebbe tornato a confondersi nell’anonimato. Forse perché non intendeva essere scrittore di un’opera ma perché un’opera (quel singolo libro) si era servita di lui per esistere”.

Romanzi fantastici, letteratura mitteleuropea, psichedelia, racconti umoristici, inni vedici, testi mitologici, tutto poteva sin dall’inizio essere accolto nella Biblioteca Adelphi e tutto misteriosamente collaborava a tesserne una ineffabile coerenza. Una delle caratteristiche che accomunava questi libri era il loro essere stati fino a quel momento in gran parte ignorati dall’editoria italiana del Novecento.

“I libri unici erano simili al residuo, śesa, ucchista,​ su cui non cessavano di speculare gli autori dei Brāhmana e a cui l’​Atharva Veda​ dedica un inno grandioso”.

E anche i volumi che oggi potrebbero sembrarci tra i meno inusuali all’interno di una collana di un editore che pubblica anche molta narrativa, allora potevano apparire tali: “A distanza di qualche decennio può far sorridere e suscitare incredulità, ma chi ha buona memoria ricorda che il fantastico in sé era considerato sospetto e torbido. Già da questo si capirà che l’idea di avere al numero 1 della Biblioteca Adelphi un romanzo come ​L’altra parte​ di Kubin, esempio di fantastico allo stato chimicamente puro, poteva anche suonare provocatorio. Tanto più se aggravato dalla vicinanza, al numero 3 della collana, di un altro romanzo fantastico: il ​Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (e non importava se in questo caso si trattava di un libro che, guardando alle date, avrebbe potuto essere considerato un classico).” E ancora nel novero dei libri unici qualche accenno lo meritano i libri di materia mitologica: “E non c’è pericolo che queste storie, spesso immensamente remote nel tempo e nello spazio, ci risultino estranee o inavvicinabili. Tutte le storie mitiche, qualunque sia la loro origine, hanno a che fare con qualcosa che ci è molto vicino, anche se spesso lo ignoriamo. [...] Il punto vero è il viaggio, anzi: il viaggio improbabile. Un viaggio improbabile perché porta lontano, in un luogo incongruo – e soprattutto affidandosi, con un gesto di ​śraddhā,​ a qualcosa che per definizione è elusivo e non dà garanzie: un sogno”.

Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki

«Discendente di un’illustre famiglia polacca, contemporaneo di grandi avvenimenti, cui talvolta prese anche parte direttamente, il conte Jan Potocki (1761-1815) acquista durante la sua vita una strana reputazione di eccentrico e di erudito. Sale in pallone con l’aeronauta Blanchard, impresa di minore importanza ma di maggior eco che non quella di annotare, per primo, il linguaggio segreto dei principi circassi...» (Roger Caillois)

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La Grafica

Uno degli ingredienti capaci di rendere riconoscibili immediatamente i libri Adelphi è sin da subito il loro aspetto grafico, certamente evolutosi nel corso dei decenni ma senza tradire mai alcuni principi chiave da subito individuati in quella che era la ghiandola pineale della casa editrice allora in gestazione. È il caso di lasciare ancora una volta la parola a Roberto Calasso: “Concordammo subito su che cosa volevamo evitare: il bianco e i grafici. Il bianco perché era il punto di forza della grafica Einaudi, la più bella allora in circolazione – e non solo in Italia. Era perciò d’obbligo tentare di differenziarci al massimo. Così puntammo sul colore e sulla carta opaca (il nostro ​imitlin,​ che ci accompagna da allora)”.

Dai grafici i fondatori di Adelphi volevano stare alla larga perché “bravi e meno bravi – erano accomunati da un vizio: qualsiasi cosa facessero, appariva subito come ideata da un grafico, secondo certe regole un po’ bigotte che osservavano i seguaci della vulgata modernista. Pensavamo che ci fossero altre vie”. Senza contare che fare a meno di un forte impianto grafico significava lasciare spazio a un elemento che avrebbe così acquisito una centralità decisiva: l’immagine. “Che cosa doveva essere quell’immagine sulla copertina?”, si chiede l’editore, per subito rispondersi: “Il rovescio dell’ecfrasi – proverei a definirla oggi”. Una questione chiave divenne subito dunque trovare tra lo sterminato repertorio di immagini esistenti quella che avesse la duplice funzione di mostrare una elevata affinità col libro essendo al tempo stesso un valido biglietto da visita nei confronti dei lettori. “Perciò non abbiamo mai commissionato una copertina”, dice Calasso, anche se forse questo non è del tutto vero, credo ad esempio facciano eccezioni i bellissimi (a partire dalla veste grafica) libri della serie di 007 di Ian Fleming.

In ogni modo, la domanda cruciale per quanto riguarda le immagini di copertina è: venderà? “Se la si osserva da vicino – afferma Calasso – la domanda è più affine a un ​kōan​ che a qualsiasi altra cosa. Vendere indica qui un processo alquanto oscuro: come suscitare desiderio per qualcosa che è un oggetto composito, in larga parte sconosciuto e in altrettanto larga parte elusivo?” E la risposta pare sia da cercarsi ancora una volta in quel senso di affinità, che oltre a legare i libri tra loro affianca a volte anche alcuni pittori a certi autori, come è successo più volte nel caso di Thomas Bernhard e Spilliaert (spesso, per combinazione ancor più misteriosa, adattissimo anche a illustrare un autore molto lontano dall’austriaco: Simenon). A testimonianza di quanto potesse essere significativa e profonda una tale affinità Calasso cita un ricordo illuminante: “A distanza di poco tempo dalla sua morte, nel luglio del 1989, mi arrivò dall’editore Residenz il volume di Bernhard ​In der Höhe​. Forse l’autore non aveva fatto in tempo a vederne una copia finita. Il libro mi colpì come un ​déjà vu. L’impostazione tipografica della pagina era uguale a quella della collana (Narrativa contemporanea) dove erano apparsi, da Adelphi, i primi volumi dell’autobiografia di Bernhard. Telefonai a Residenz, chiesi come si spiegasse quel cambiamento per cui quel libro era dissimile da tutti gli altri della casa editrice. Mi dissero che era stata una precisa volontà di Bernhard. Anzi, aveva posto come condizione che il libro si presentasse in quel modo. Lo presi come un saluto".

Estinzione di Thomas Bernhard

Ultimo fra i romanzi di Thomas Bernhard, "Estinzione" è anche quello dal respiro più vasto, dove l’orchestrazione sottile e ossessiva della sua prosa raggiunge l’esito supremo. Come se Bernhard avesse voluto riprendere, una volta per sempre, tutto ciò che aveva oscuramente nutrito la sua «arte dell’esagerazione». E già nel titolo si può avvertire tale furia liquidatoria.

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Austria-Mitteleuropa

Parlavamo di affinità... “Adelphi, come dice già il nome, è un’impresa fondata sull’affinità: affinità fra persone come fra libri. E per ragioni di affinità ci siamo rivolti così spesso a opere di ambito austriaco”... e, come dice Calasso, se c’è un’affinità tra quelle delle varie letterature mondiali che ha caratterizzato in modo deciso le uscite della casa editrice, questa va cercata indubbiamente tra gli autori mitteleuropei e austriaci in particolare. “Il nesso adamantino fra il nome Adelphi e la Mitteleuropa si stabilì fra il 1970 e il 1980, soprattutto attraverso un certo numero di titoli della Biblioteca. Fu l’​Andrea​ di Hofmannsthal a dare l’avvio, seguito nella collana da Kraus, Loos, Horváth, Roth, Schnitzler, Canetti, Wittgenstein”. Quello che lega questi autori, al di là della nazionalità – incidente episodico ma significativo, tutt’altro che casuale – è il loro modo di dar forma a un pensiero. Lasciamo ancora la parola a Calasso: “Ciò che li legava era molto più forte – e solo ora cominciava ad affiorare. Detto nella formulazione più elementare: in nessun altro luogo si erano poste così lucidamente come a Vienna le domande ultime sul linguaggio (che poteva essere la lingua, di ogni giorno e dei giornali, per Kraus; o i sistemi formali, per Gödel; o il sistema tonale, per Schönberg; o i rebus onirici, per Freud). La fortuna della Biblioteca cominciò a cristallizzare quando un certo numero di lettori scoprì, libro dopo libro, che quella costellazione si stava disegnando, senza preclusioni di generi e all’interno della stessa collana. Il fenomeno si può seguire dalle reazioni a Joseph Roth”. Tornando per un momento alle osservazioni statistiche di Andrea Zanni possiamo osservare in questo grafico le nazionalità degli autori pubblicati nel tempo da Adelphi, e notare come gli insiemi degli autori mitteleuropei (e di quelli in lingua tedesca) siano forse più grandi di quanto non ci saremmo aspettati (e lo sembrerebbero ancora di più se li sommassimo, come in molti casi sarebbe forse opportuno fare).

Non solo libri unici

Ma come tutti sanno Adelphi è nota, oltre che per i fantomatici libri unici, per aver pubblicato l’opera integrale di diversi autori, un atteggiamento in linea con quello di tutti i grandi editori che scelgono di seguire il lavoro dei loro maggiori scrittori proponendolo in modo complessivo al pubblico nel tempo. Questa prassi è però inusuale e episodica nel caso di Adelphi, che lo fa solo alcune volte e solo per alcuni autori. Sono molti i controesempi possibili nel catalogo adelphiano, uno che mi viene in mente è lo statunitense Paul Collins, di cui la casa editrice milanese ha pubblicato tre libri, tutti molto belli e molto diversi tra loro, non proseguendo però nel lavoro di traduzione dell’autore.

La follia di Banvard di Paul Collins

Capita, nella vita di tutti, che qualcosa vada storto, magari proprio quando fortuna e gloria erano appena state assaporate, o sembravano a portata di mano. E, a volte, a determinare la differenza tra successo e fallimento è un capriccio di troppo.

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Come detto però questo è un controesempio, mentre qui intendo occuparmi di quando invece Adelphi – contravvenendo in qualche misura al suo ​animus​ – si è comportata in modo diverso, Calasso racconta che c’è stato un momento preciso in cui si decise di rompere quest’uso, almeno in certi casi: “Fu con Joseph Roth che operammo una netta, decisiva correzione di rotta. Nella sua versione più radicale, l’idea bazleniana del libro unico si opponeva persino a quella di opera. A Bazlen importava molto più il momento, la singola concrezione che non l’opera nelle sue ramificazioni. [...] Così avvenne che, a partire dal 1974 fino al 1994, anno per anno, pubblicammo tutta l’opera narrativa di Roth (poi proseguendo con i suoi magnifici articoli giornalistici). E di fatto era un procedimento che da allora avremmo applicato, appena la situazione dei diritti lo permise, anche ad alcuni altri scrittori: Blixen, Borges, Nabokov, ma anche Maugham – e infine, con un’espansione impressionante dei titoli: Simenon”. Già che lo tira in ballo Calasso lasciatemi la libertà di consigliarvi almeno una delle splendide raccolte di racconti (il motivo per cui questo scrittore merita di essere letto ancor oggi sono proprio i racconti, e tra questi i più notevoli sono quelle dai Mari del Sud) di Somerset Maugham: Honolulu e altri racconti​, se non l’avete mai letto provate a partire da questo.

Honolulu e altri racconti di W. Somerset Maugham

È impossibile, leggendo i superbi ‘racconti orientali’ qui raccolti, non finire irretiti negli scabri avamposti di un Impero britannico ormai presago della fine.

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Prima di arrivare al caso più esemplare e più noto tra le opere integrali in corso di pubblicazione per Adelphi, diamo un altro sguardo all’insieme del catalogo. Ancora una volta grazie alle osservazioni di Andrea Zanni (che qui prende in considerazione tutti i libri pubblicati da Adelphi fino al febbraio del 2018, dunque anche i doppioni dei tascabili economici e gli ebook – circostanza per cui un autore prolifico potrebbe vendere il libro nella collana principale, e poi vederselo ristampato nei tascabili e in versione digitale) possiamo farci un’idea di quali sono gli autori a dominare numericamente il catalogo, e i numeri – ci avverte Zanni – “sono impressionanti”. L’autore più pubblicato in assoluto è Georges Simenon (con 142 libri), lo seguono Nietzsche (84), Leonardo Sciascia (73), Joseph Roth (54), Giorgio Manganelli (53), Vladimir Nabokov (51), Irène Némirovsky (47), Jorge Luis Borges (46), Sándor Márai (40) e Oliver Sacks (38).

Storia universale dell'infamia di Jorge Luis Borges

Simile a un enciclopedista cinese, Borges volle accostare una sequenza di destini tenebrosi come altrettanti «esercizi di prosa narrativa». Il tono è quello, impassibile, di chi intende «raccontare con lo stesso scrupolo le esistenze degli uomini, siano stati divini, mediocri o criminali», e ritrovarle tutte in una pura «superficie di immagini».

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Per i fanatici delle classifiche vale la pena a questo punto rivelare quella dei dieci libri Adelphi più venduti fino a oggi:

  • Sette brevi lezioni di fisica, ​di Carlo Rovelli
  • Siddharta​, di Hermann Hesse
  • La versione di Barney, ​di Mordecai Richler
  • L’insostenibile leggerezza dell’essere, ​di Milan Kundera
  • Il giorno della civetta​, di Leonardo Sciascia
  • L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, ​di Oliver Sacks
  • Un giorno questo dolore ti sarà utile​, di Peter Cameron
  • L’ordine del tempo,​ di Carlo Rovelli
  • Il più grande uomo scimmia del Pleistocene,​ di Roy Lewis
  • Le braci,​ di Sándor Márai

Il caso più clamoroso di opera omnia pubblicata da Adelphi è certamente quello di George Simenon. Non uno scrittore ignoto in Italia, come racconta Calasso, dei suoi libri “molti ovviamente erano stati pubblicati, a partire dagli anni Trenta, visto che Mondadori era stato, per Simenon, il primo dei suoi grandi editori stranieri. Ma tutti, a poco a poco, erano usciti di circolazione. Simenon non si rendeva conto che tale fosse lo stato delle cose e rimase colpito”. La vicenda editoriale di Simenon all’interno di Adelphi è avvincente e merita di essere ripercorsa.

“Il primo Simenon che pubblicammo, nell’aprile 1985, fu ​Lettera a mia madre​, nella Piccola Biblioteca. Non solo perché è un testo bruciante, di altissima intensità, ma per un motivo che riguardava l’autore. Simenon infatti era rimasto offeso perché Mondadori aveva sempre evitato di pubblicare quel piccolo libro, sostenendo che era «troppo corto».” Ma naturalmente, per quanto bruciante, la pubblicazione di un autore prolifico come Simenon non si sarebbe certo potuta interrompere con la pubblicazione di quel libello (né esaurirsi con i libri della serie del commissario Maigret):

"Sapevamo benissimo che la riuscita dell’esperimento Simenon si sarebbe potuta giudicare soltanto sull’esito dei romanzi «non-Maigret». [...] Con lui la regola del libro unico si rovescia: unico non è il singolo titolo, ma il corpus intero dei romanzi, nel loro moltiplicarsi e disperdersi”.

Lettera a mia madre di Georges Simenon

Dopo anni di assenza, Georges Simenon torna a Liegi per assistere agli ultimi giorni della madre novantenne. Nella stanza dell’ospedale due occhi di un grigio slavato lo fissano: «Perché sei venuto, Georges?».

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Il problema era con quale romanzo iniziare la scalata alla pubblicazione di un’opera immensa: “Ne parlai a lungo con Dimitrijević – e alla fine la scelta cadde sulle ​Finestre di fronte​. Innanzitutto perché era uno dei romanzi più perfetti di Simenon, pressoché dimenticato in Francia e ignorato in Italia. Ma c’era anche un altro motivo: pubblicato nel 1933, e ambientato a Batum sul Mar Nero, quel romanzo raccontava la Russia sovietica come nessuno era riuscito sino allora. Quando aveva scritto quel romanzo, Simenon, il mago delle atmosfere, come spesso lo avrebbero chiamato, aveva appena sfiorato l’Unione Sovietica. Nei suoi ricordi dell’anno 1933, Tigy, a quel tempo moglie di Simenon, annota: «A giugno facciamo vela verso la Turchia: Istanbul, Ankara; poi la Russia del Sud: costa del Mar Nero, Odessa, Jalta, Sebastopoli, Batum. Il romanzo ​Le finestre di fronte​ dirà chiaramente fino a che punto l’ambiente russo è deprimente, angoscioso, senza sicurezza. La delazione, la diffidenza sono la regola. Abbiamo rischiato di essere trattenuti e bloccati a Batum. Sembrava che i nostri visti non fossero in ordine. Per fortuna il caviale è formidabile. Intervista con Trockij a Prinkipo». Ma tanto era bastato a Simenon. Con le sue formidabili antenne, aveva sentito l’aria della Russia sovietica, con la pura arte del raccontare era subito entrato nelle vene di quell’immenso sistema poliziesco e persecutorio che, ancora ventiquattro anni dopo, alcuni fra i più rispettabili intellettuali italiani avrebbero definito «Stato guida». Era un caso di precisione visionaria, di cui non molti sarebbero stati capaci.”

Le finestre di fronte di Georges Simenon

Siamo a Batum, sul Mar Nero, nei primi anni di Stalin. Adil bey è il nuovo console turco. Comincia a guardarsi intorno. Entra nel suo ufficio, «sporco di quella sporcizia lugubre che si ritrova nelle caserme e in certi uffici pubblici». Dà un’occhiata fuori e vede due persone affacciate alla finestra di fronte.

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Il problema era indovinare come il pubblico italiano avrebbe nuovamente accolto un autore che sembrava aver iniziato a dimenticare. La circostanza ci aiuta in vitro a osservare come, grazie alla visione editoriale, si costruisce un catalogo e anche come si definisce un pubblico, a riguardo Calasso racconta che decisivo fu un articolo di Goffredo Parise uscito sul Corriere della Sera: “Parise giungeva dritto al cuore del libro: «Scritto intorno agli anni Trenta da un genio, questo breve capolavoro è il romanzo della polizia, del controllo, dell’annullamento totale dell’uomo sotto la più potente, importante e demiurgica dittatura poliziesca che l’uomo moderno abbia mai conosciuto». Poco dopo, con tocco magistrale, Parise accennava a «scene costumi e nomi che paiono coperti dalla cipria bianca della pittura surrealista e metafisica». [...] E l’entusiasmo di Parise – continua Calasso – deve essere filtrato in non pochi lettori se i quarantacinque romanzi successivi si sono stabilizzati su una tiratura iniziale di 50.000 copie”.

Perché questo episodio ci dice molto dell’inserimento in un catalogo coeso di un autore così peculiare e della sua successiva enorme diffusione tra i gusti del pubblico? Perché... lasciamolo dire ancora una volta a Parise e al suo acutissimo elzeviro: “lo legge e scopre che è un capolavoro. Perché tout se tient​? Innanzitutto perché l’editore ha scoperto un vero capolavoro, leggendolo e non dandolo da leggere, e così copertina e risvolto di copertina vengono da sé, seguono il capolavoro ispirati e vitalizzati da esso. Ed ecco il processo per cui il lettore afferra il libro, corre a casa, mette da parte ogni cosa, si immerge nella lettura e scopre a sua volta che è un capolavoro. Semplice, no? E invece pare sia difficilissimo nell’odierna editoria, tanto difficile che quando accade è una festa”.

Come cambiare la tua mente di Michael Pollan

Nella consistente letteratura generata dalla sua scoperta a oggi, l'LSD è sempre stato presentato come una via d'accesso privilegiata - e niente affatto spiacevole - a dimensioni della coscienza che generalmente ci sono precluse. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca scientifica più avanzata lavora su virtù molto diverse degli «acidi», a cominciare dalla loro efficacia contro patologie infide quali le dipendenze, l'emicrania, le fasi acute della depressione.

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La scena editoriale

Per osservare come Adelphi ha cambiato l’editoria italiana – non dimentico che questa era la richiesta iniziale del mio committente – credo sia indispensabile dare un’occhiata a com’era l’editoria a quel tempo, non resta dunque che compulsare ancora una volta ​L’impronta dell’editore​ e scoprire che il nostro panorama editoriale allora era... “Vivace, movimentato, confuso, un po’ incosciente, con grazia. Prevaleva un sentimento di curiosità. Negli anni Cinquanta l’editoria era stata una cosa sola: Einaudi. Alto livello, severo filtraggio. Ma ora tutti erano stufi di filtri. Volevano constatare da soli. E la sensazione dominante era che da qualche parte ci fosse ancora molto da scoprire. «Una vasta parte dell’essenziale» mi capitò di dire una volta. E qualcuno si offese. Ma quella «vasta parte dell’essenziale» mancava in Italia da lungo tempo. Più o meno dal tempo dei primi romantici”. E come detto non c’era solo Einaudi, in continuo aggiornamento, tra le altre realtà degne di nota per Calasso allora spiccavano “il Saggiatore di Debenedetti, Feltrinelli, Boringhieri”.

La politica

Tra le questioni relative al complesso di relazioni e viluppi cui va inevitabilmente a incappare la vicenda di una grande casa editrice merita sicuramente una menzione la politica, per alcuni vero nodo idiosincratico che non ha mancato di generare illazioni e oscure teorie, e dunque: come si inquadrava politicamente Adelphi? “Non si inquadrava, semplicemente. Nulla di più tedioso e sfibrante delle dispute sull’egemonia culturale (o dittatura o regno illuminato) della Sinistra negli anni Cinquanta in Italia”. Non mancarono le contraddizioni a riguardo, ricorda Calasso:

“La stessa casa editrice che veniva accusata di essere di élite sarebbe stata accusata pochi anni dopo, sempre dalle stesse persone, di essere troppo commerciale. E l’esempio era offerto dagli stessi autori in tutti e due i casi. Joseph Roth fu uno tra questi”

La più curiosa tra queste accuse merita un paragrafo tutto per sé, in cui Adelphi era oggetto delle attenzioni niente meno che delle Brigate Rosse, la cui lettura politica del lavoro adelphiano era senz’altro peculiare sebbene fosse molto acuta sul versante prettamente editoriale:

“Nel numero di giugno 1979 «​Controinformazione​» offriva, oltre ai soliti bollettini e proclami dal carcere, un lungo articolo dal titolo impegnativo: ​Le avanguardie della dissoluzione.​ [...] Ma i testi delle Brigate Rosse sono sempre laboriosi nell’avvio. Così, per giungere alla rivelazione, occorreva aspettare fino al nono capitoletto, intitolato ​Il caso Adelphi.​ [...] «Sconcerta la sua capacità di recupero totale che spazia in autori eccellenti – per profondità letteraria e filosofica – al cui fascino si piegano devotamente i rivoluzionari stessi». Seguiva una frase che mi lasciò stupefatto: «Nella catena di produzione dell’Adelphi il singolo autore è un anello, un particolare, un segmento». [...] l’anonimo settario aveva colto qualcosa che i critici ufficiali non avevano ancora saputo percepire: la connessione, non immediatamente visibile ma intensa, che sussisteva fra i titoli adelphiani – ed esemplarmente fra quelli della Biblioteca. [...] A questo punto occorreva additare un esempio di tale eversione dell’eversione. E fu Pessoa: «Sarà conveniente esemplificare le considerazioni su progetti e fini dell’Adelphi accennando all’ultimo colpo di questa banda editoriale: la pubblicazione delle opere di Fernando Pessoa, il grande scrittore portoghese, per la prima volta tradotto in Italia (​Una sola moltitudine)​»”.

Una sola moltitudine di Fernando Pessoa

"L’Occidente scorge in lui il proprio poeta: il poeta che meglio di ogni altro incarna lo spirito di questa fine di secolo". (Pietro Citati)

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Le collane

A dar forma alla casa editrice ha contribuito nel tempo la presenza – piuttosto novecentesca ma nel caso di Adelphi definita in ogni caso con precisione e riconoscibilità mirabili – di un nutrito numero di collane. Tornando ai numeri che ci mette a disposizione Andrea Zanni notiamo come al giorno d’oggi (vale a dire a circa un anno e mezzo fa) la collana più prolifica sia la ​Piccola Biblioteca Adelphi ​(710), seguita dall’ammiraglia della casa editrice, la ​Biblioteca Adelphi (​658), e quindi dalle edizioni economiche: ​Gli Adelphi​ (439). Viene quindi la narrativa di ​Fabula​ (328), e poi le altre collane, meno famose ma ricche di tesori e dal taglio sempre esattissimo, che spesso ruota attorno a un certo argomento o anche una particolare scelta editoriale. Tra queste segnalo ​Il ramo d’oro​ (67), con testi di antropologia e storia delle religioni), ​Saggi. Nuova serie (​78)​, l​a Biblioteca scientifica ​(58), la​ Biblioteca Filosofica (​39)​, La collana dei casi (124),​ Biblioteca minima​ (72)​, L’oceano delle storie ​(24), e anche ​I cavoli a merenda (​32, una collana di libri per l’infanzia, sapevate che Adelphi ne aveva una? Scopritela!)​ e​ le più recenti e raffinatissime ​Imago​ (6, in cui alcuni ambiti artistici vengono indagati, come suggerisce il nome, anche attraverso un uso massiccio di immagini a corredo del testo) e ​Animalia ​(3)​.

La principale tra tutte le collane della casa editrice è da sempre la Biblioteca Adelphi, Calasso la descrive così: “Con seicento libri [ormai andiamo per i settecento, n.d.r.] si potrebbe comporre un paesaggio mentale vasto e variegato. Forse uno di quei paesaggi fiamminghi dove gli eventi più significativi si scoprono in lontananza, in zone poco battute, dove vediamo aggirarsi figure minuscole. È un paesaggio dove sarebbe facile perdersi. [...] Ormai la letteratura o non viene percepita affatto (è la normalità) o difficilmente riesce a distinguersi dal tutto. Anche a questo dobbiamo se quei seicento titoli della Biblioteca si sono potuti accostare senza creare urti e stridori. Passare da uno qualsiasi a tutti gli altri è diventato plausibile per ogni lettore, come lo è stato per chi ha contribuito a farli accogliere entro la stessa cornice. Ed è questo, in fondo, il motivo segreto che anima l’idea di collana – e della Biblioteca più di ogni altra: essere presa alla lettera, in modo che ogni grano rimanga legato a tutti gli altri nello stesso filo”.

Gli adelphiani

Non resta che chiudere l’articolo dedicando qualche riflessione al nutrito gruppo di lettori che si è via via riconosciuto nelle scelte della casa editrice, presentendo l’aura di profonda e insondabile coerenza del catalogo e affezionandosi oltre che al progetto editoriale nel suo complesso ad alcuni titoli capaci di definire con la loro uscita un gruppo sempre più vasto di affini: gli adelphiani. Il processo di definizione di questo gruppo di lettori cominciò quasi subito, quando ancora l’orizzonte della casa editrice era ispirato direttamente dalle indicazioni di Roberto Bazlen. “Totalmente dimenticato in Inghilterra, M.P. Shiel era l’autore della ​Nube purpurea​, che era stata forse l’ultima scoperta entusiasmante per Bazlen, quando cercava libri per Adelphi, e sarebbe anche diventato uno dei primi successi immediati della Biblioteca. Pubblicato nel 1967, magistralmente tradotto e introdotto da Wilcock, fu subito ristampato e divenne presto uno di quei libri – come ​Il libro dell’Es​ di Groddeck – da cui e in cui si riconoscevano i primi lettori adelphiani”.

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig

Questo romanzo è una Grande Avventura, a cavallo di una motocicletta e della mente, è una visione variegata dell’America on the road, dal Minnesota al Pacifico, e un lucido, tortuoso viaggio iniziatico.

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Tuttavia il processo di riconoscimento e definizione del pubblico non aveva nel caso di Adelphi, una casa editrice per sua natura dalle proposta vasta ed eterogenea, alcun sotteso intento formativo, lo dice chiaramente ancora una volta Calasso: “Adelphi non era mai stata incline agli inquadramenti e alla pedagogia, che inevitabilmente andavano insieme con un certo paternalismo verso il lettore”. Il dubbio riguardava certamente, come nel caso di ogni editore, quello di non deludere la schiera di lettori che andava formandosi. “Come si può essere sicuri di non deludere?” Si domanda a riguardo Calasso. “È praticamente impossibile, se si ha a che fare con una schiera di ignoti, quanto mai disparati, come coloro che possono prendere in mano un libro. È meglio rinunciare. O altrimenti ridursi a una regola minima: pensare che non deluda ciò che almeno non ha deluso noi stessi (intendendo quel minuscolo gruppo che forma la testa di una casa editrice)”. È una regola ferrea, che porta a risultati idiosincratici, latori di certe delusioni per tanti che libri del genere non li prenderanno neppure in considerazione, eppure è la strada giusta: “Rimangono gli altri: molto pochi, in linea di principio. Ma che possono anche diventare molti. Sono questi gli affini, attirati magari, avrebbe detto Parise, da una immagine di copertina, che dà «modo di ricreare, attraverso l’illustrazione, l’atmosfera o ​Stimmung del libro». E saranno questi i non-delusi, con i quali, col tempo, l’editore può stabilire una tacita alleanza”.

Le nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso

Come Zeus, sotto forma di toro bianco, rapì la principessa Europa; come Teseo abbandonò Arianna; come Dioniso violò Aura; come Apollo fu servo di Admeto, per amore; come il simulacro di Elena si ritrovò, insieme a quello di Achille, nell’isola di Leukè...

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L’alleanza si basa così sulla coerenza di un’invisibile filigrana di scelte difficili, il cui risultato è un concentrato di cultura proposto in forma raffinatissima, il modus operandi che ha fatto di Adelphi probabilmente l’editore migliore del mondo.

“Un buon editore è quello che pubblica circa un decimo dei libri che vorrebbe e forse dovrebbe pubblicare”

dice Calasso, e come abbiamo visto non deve aver paura di cercare quella parte dell’essenziale che manca al pubblico del suo paese: “Le opere religiose e mitologiche del catalogo Adelphi dovrebbero perciò essere viste come indicazione di un tracciato dove, in ogni direzione, ai libri presenti si accompagnano molti libri virtuali, come ombre amiche”. La sfida più difficile è mantenere una coerenza di proposte nel lungo corso del tempo, e l’abilità mostrata in questo esercizio nel corso di oltre mezzo secolo è forse il segreto che ha fatto di Adelphi la casa editrice che conosciamo. Non so se tanto sia bastato a cambiare l’editoria italiana, sarebbe arduo indicare un altro marchio in grado di compiere nello stesso lasso di tempo un percorso altrettanto significativo, quello che è certo è che Adelphi ha cambiato i molti lettori che si sono riconosciuti affini a questo intenso, mirabile, eterogeneo e persistente lavoro di ricerca culturale.

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto, Esquire e Dissapore.

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