Skip to Main Content
Immagine di copertina

La scienza non offre certezze (ma alcuni scienziati lo dimenticano)

Di Francesco D'Isa • settembre 09, 2021

Ci ho messo almeno un anno per sognare persone che indossavano delle mascherine; tanto ci è voluto perché per il mio inconscio una rivoluzione diventasse normalità. Un evento onirico che ha trovato una simmetria nel mondo della veglia, dove mi sono reso conto delle abitudini che davo per scontato proprio dal momento in cui le ho perse per via della pandemia.

Anche sul piano sociale è successo qualcosa di simile: alcune categorie e prassi intellettuali del passato si sono stirate come i tendini di chi, aggrappato con le mani a un muro troppo alto, fa di tutto per dilazionare la caduta. Una di queste “tendiniti dello spirito” è il nostro rapporto con la scienza e la tecnica, a cui il mondo intellettuale ha reagito con alcuni cortocircuiti. Dai goffi negazionismi delle prime fasi alla Agamben e Wu Ming, fino allo sviluppo di tesi più solide ma comunque male informate dal punto di vista scientifico e statistico come quelle proposte di recente dallo stesso Agamben e Cacciari. Ma anche le scienze dure si sono dimostrate troppo dure, con l’assurda pretesa di una fiducia incondizionata che è in disaccordo perfino col loro metodo fondativo. È stato così possibile che un celebre matematico come Odifreddi, in occasione della morte di Roberto Calasso, scrittore e fondatore di Adelphi, liquidasse con sufficienza una delle migliori case editrici italiane perché a suo parere è antiscientifica.

Sebbene il metodo scientifico nasca proprio dalla filosofia, questo rigetto non stupisce più di tanto, se si ricorda come tra i vari errori comunicativi del periodo pandemico uno dei più gravi sia stato quello di mascherare il carattere provvisorio e sperimentale della scienza. Davanti al diffondersi del virus, la politica voleva offrire certezze alle masse terrorizzate e si è attaccata a quello che in Occidente è diventato erroneamente sinonimo di certezza, la scienza. “Lo dice la scienza!”, un’espressione spesso usata come sinonimo di “È vero!”, sebbene il metodo scientifico sia una cauta prassi contro l’ignoto, basata su tentativi ed errori.

A essere davvero fedeli alla scienza si sarebbe dovuto offrire più dubbi che certezze – e infatti gli errori non sono mancati, com’è ovvio e normale che sia. A questo si aggiunge la pretesa di una voce unanime della “scienza”, come se si trattasse di un’entità singola. Per fronteggiare situazioni di complessità planetaria come una pandemia è invece necessario un coro, dove a cantare è la medicina, certo, ma anche la statistica, dalla cui ignoranza sono derivate e derivano le peggiori disinformazioni sui vaccini, l’economia, la politica, la psicologia, la sociologia… la frammentarietà e settorializzazione del sapere si è dimostrata in questa occasione la nostra più grande debolezza. Ecco il difetto a cui non prestavamo attenzione finché il trauma della pandemia non lo ha reso evidente.

Una disciplina che ha avuto spesso il merito di connettere dei saperi provenienti da campi diversi esiste ed è la filosofia, ma anch’essa soffre della malattia che dovrebbe curare. Salvo alcune preziose eccezioni infatti, il dialogo tra filosofia e scienza si è fatto sempre più tenue e superficiale. Chi pratica filosofia, soprattutto in ambito analitico, si avvicina ancora alla scienza, ma con sempre meno comprensione e approfondimento – come dargli colpa del resto, davanti a un sapere scientifico sempre più specialistico, complesso e frammentato. Per motivi analoghi anche la scienza ha quasi interrotto il dialogo con la filosofia, nonostante in passato si sia dimostrato estremamente fruttuoso.

È finito il tempo delle digressioni filosofiche di Einstein, dei carteggi tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung, dell’Heisenberg di Fisica e filosofia, delle speculazioni teologico-scientifiche di Florenskij o dei dialoghi tra la filosofa Simone Weil e il fratello matematico André Weil…

Queste aperture interdisciplinari sono diminuite (e in Italia scomparse) anche per motivi economici e politici, perché la ricerca è finanziata da chi vuole tecnologie, non idee. La scienza è diventata a tal punto ancella della tecnica da ignorare completamente la portata esistenziale della sua esplorazione: il suo motto si può ormai sintetizzare in “l’importante è che funzioni” e il valore conoscitivo viene sottomesso a quello pratico, con il prevedibile esito di un irrigidimento della visuale che ha probabilmente contribuito al rallentamento della ricerca. Questa pratica, dannosa anche all’interno delle singole discipline, si è manifestata in modo ancor più funesto nella gestione della pandemia, dove la reciproca cecità intellettuale ha portato a misure di contenimento spesso goffe, inefficaci, mal comunicate – abbiamo infatti dimenticato che davanti a un problema interdisciplinare nessuna branca del sapere può avere l’ultima parola, che si tratti di biopolitica o di epidemiologia. Davanti a questa sfida la filosofia dovrebbe riproporsi nel ruolo di connessione dei saperi e la scienza deporre l’arroganza dello specialista, perché per ogni conoscenza acquisita aumenta anche la consapevolezza della propria ignoranza – è questa la lezione base della filosofia, il “so di non sapere” di Socrate – ma assistiamo al contrario a una sempre maggiore chiusura e polarizzazione di idee e discipline.

Bene, mi sono sfogato. Ora dovrei dimostrare passo passo la correttezza di quanto ho detto, ma considerato che lo spazio è limitato preferisco esemplificare come questa chiusura mentale sia limitante grazie a un parallelo curioso, che unisce non solo filosofia e scienza, ma anche Oriente e Occidente, passato remoto e passato prossimo.

In genere quando si parla di filosofia della scienza (o se si parla di filosofia con chi fa della scienza) a emergere è sempre un nome, il filosofo Karl Popper, il principale ideatore del concetto di falsificabilità. In Logica della scoperta scientifica il filosofo scrive che:

[...] come criterio di demarcazione, non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema. In altre parole: da un sistema scientifico non esigerò che sia capace di esser scelto, in senso positivo, una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall'esperienza.

Per Popper un’ipotesi o una teoria ha carattere scientifico soltanto quando può essere smentita dai fatti dell’esperienza. L’applicazione di questo metodo, in cui un’ipotesi viene corroborata o smentita, è per il filosofo l’espressione del carattere eternamente provvisorio del sapere scientifico.

Il testo citato è del 1935. Faccio ora un salto vertiginoso nel tempo e nello spazio e mi sposto nell’India di più di tremila anni fa, dove apparvero le prime scintille di un sapere che ha ben descritto Calasso nel suo bellissimo L’Ardore. Da queste intuizioni antiche e lontane si svilupperà la florida gemmazione intellettuale di tutta la filosofia indiana, che qui ci è impossibile seguire; mi sposto dunque ancora in avanti nel tempo, a qualche secolo prima dell’anno mille, per arrivare all’Advaita Vedānta, il sistema filosofico non dualistico esposto principalmente da Śaṁkara (788-820 d.C. circa). Come scrive Eliot Deutsch nel suo Advaita Vedānta, una breve guida a questa complessa filosofia tradotta per Edizioni Tlon da Adriano Ercolani, il Vedānta «è stato, e continua a essere, il sistema di pensiero più accreditato tra i filosofi indiani ed è, a nostro giudizio, una delle più grandi conquiste della ricerca filosofica, tra quelle riscontrabili sia in Oriente che in Occidente».

Se c’è qualcosa che la maggioranza delle persone che fanno scienza detesta più della filosofia, questa è la filosofia Orientale. Al di là dei triti eurocentrismi, uno dei motivi di questa distanza è probabilmente la difficoltà che si riscontra nel separare filosofia e religione nelle riflessioni orientali. In effetti, per Śaṁkara la filosofia è una guida all’esperienza spirituale, perché, come dice, «Una malattia non si cura pronunciando la parola “medicina”, ma prendendo una medicina».

Sorvoliamo sul fatto che come ha ben evidenziato Pierre Hadot nel suo Esercizi spirituali e filosofia antica questa caratteristica è propria anche all’Occidente sin dalle origini, e glissiamo anche sull’osservazione che la religione, per lo più Cristiana, ha informato gran parte della nostra filosofia – per non parlare poi dei sincretismi che sin dall’antichità mescolano pensiero orientale e occidentale. Insomma, ignoriamo al momento che questi pregiudizi sono del tutto privi di basi e torniamo ai nostri Vedānta. Questa filosofia è nota per il suo impianto non-duale, ovvero l’idea che le differenze che vediamo nel mondo siano una manifestazione illusoria di una unità sottostante: il continuo divenire della realtà fenomenica è un’illusione. Tat tvam asi (“tu sei quello”), per citare il miglior riassunto della storia della filosofia, il celebre motto delle Upaniṣad. Non c’è differenza tra te e il mondo.

Per quanto sia una buona introduzione, questo riassunto popolare non rende giustizia alla complessità di questa filosofia. Deutsch ci fornisce uno schema più efficace:

La realtà è ciò che non può essere declassato da nessun’altra esperienza.

L’apparenza è ciò che può essere declassato da un’altra esperienza.

L’irrealtà è ciò che non può né essere né non essere declassato da un’altra esperienza.

Prima di capire cosa intende Śaṁkara per realtà, apparenza e irrealtà, è necessario affrontare il concetto di declassamento (subration, nell’originale inglese).

Deutsch scrive:

Dal punto di vista del soggetto, “declassare” significa sottoporsi a un’esperienza – pratica, intellettuale o spirituale – che cambia radicalmente il proprio giudizio su qualcosa. Un oggetto o un contenuto della coscienza è declassato o è declassabile quando è, o può essere, svalutato, negato o contraddetto da un’altra esperienza.

Ed ecco che con un salto di mille anni in avanti si torna a Popper: l’idea di declassamento presenta non poche analogie con la celebre falsificabilità. Il filosofo più amato dalla scienza anticipato da un mistico orientale! Un duro colpo per il povero Odifreddi.

Śaṁkara comunque va oltre e vale la pena seguirlo. Iniziamo dall’apparenza: in quanto può essere declassata (falsificata?) da un’altra esperienza, non è mai definitiva, e come tale non può coincidere con la realtà ultima. È questo il mondo della scienza, che come si diceva avanza a tentoni nell’ignoto per tentativi ed errori. L’irrealtà invece è ciò che non può mai essere un contenuto dell’esperienza e per il criterio del declassamento coincide col non-essere. È questo il caso di un cerchio quadrato o del figlio di una vergine; oggetti contraddittori per definizione. La realtà, infine, è ciò che non può essere declassato da un’altra esperienza. Qui Śaṁkara propone un balzo incredibile, perché l’unica esperienza che non può essere declassata da altre è l’esperienza mistica. Prima che la scienza storca il naso (proprio ora che forse la convincevo a rivalutare i Vedānta) è bene far notare che non si tratta di un appello all’autoevidenza cui si rifà il misticismo di ogni tradizione, ovvero un’esperienza la cui persuasività supera tutte le altre. Il discorso di Śaṁkara è più acuto e si basa su una semplice riflessione logica. Cito ancora una volta Deutsch:

L’unica esperienza, o stato dell’essere, il cui contenuto non può essere declassato, di fatto e per principio, da nessun’altra esperienza, è l’esperienza della pura identità spirituale: l’esperienza in cui la separazione di Sé e non-Sé, di ego e mondo, è trascesa, e ciò che rimane è sola unità. [...] Sureśvara, un Advaitin del Ix secolo, così scrive: «Dovunque c’è il dubbio, il saggio dovrebbe sapere che lì il Sé (il reale) non c’è. Questo perché nessun dubbio può sorgere in relazione al Sé, dacché la sua natura è pura immediata coscienza». Il declassamento richiede la presenza di un oggetto o di un contenuto della coscienza che può essere contraddetto dall’esperienza: la realtà in quanto non-duale, in termini sia di fenomenologia dell’esperienza sia di definizione, nega la possibilità che ci sia qualche altro “oggetto” che possa sostituirla.

Quale esperienza ulteriore può declassare l’unità di soggetto e oggetto, dato che non vi è nulla esterno ad essa? L’unità del tutto non può essere declassata, in quanto la perdita della distinzione tra soggetto e oggetto vanifica la possibilità di qualunque esperienza ulteriore (e dunque di declassamento). Insomma, se tutto è uno, nessuna esperienza esterna (non c’è esterno) può declassare questa conoscenza.

Per trovare una riflessione analoga in Occidente è necessario rivolgersi ad autori poco noti, come Paul Douglas Kabay, un allievo del logico australiano Graham Priest. In A Defense of Trivialism, Kabay sviluppa alcuni argomenti a favore del trivialismo, la tesi con meno aderenti della storia della filosofia, secondo la quale tutte le affermazioni sono vere. Kabay sostiene che se negare una verità coincide con l’affermare una verità alternativa, e se il trivialismo sostiene che tutte le proposizioni sono vere, l’alternativa al trivialismo non esiste. Ad esempio, l’affermazione “la palla è rossa e sferica” non è negata da “la palla è rossa"; l’insieme di verità congiunte (a,b,c) non può essere negata da un suo sottoinsieme (a,b). Ma se il trivialismo contiene tutte le proposizioni (a,b,c...n) qualunque alternativa al trivialismo è un sottoinsieme del trivialismo.

Il salto dalla scienza al misticismo o al trivialismo è vertiginoso, ma se l’ho proposto è proprio per indicare come sia facile che un approccio teorico sconfini in conclusioni inaspettate – e, cosa più importante, come discipline e metodi in apparenza lontani siano più prossimi di quanto si pensi. Alla scienza abbiamo chiesto certezze, mentre la filosofia ci ricorda come ogni conoscenza possa muoversi solo attraverso la via negativa del dubbio. Ma come sapeva un grande (e sottovalutato) filosofo italiano come Giuseppe Rensi, la via negativa non riesce proprio a farsi piacere. Scrive così nella Filosofia dell’assurdo:

Non so forse che una filosofia negativa non diviene mai «ufficiale», mai «autorevole», non entra mai nel quadro o nella serie delle dottrine «accettate», la cui parola ha «peso», che esercitano «influenza» anche nel campo letterario, politico, sociale, che suscitano discepoli, commentatori, espositori, applicatori? Non so forse che questa messe non è colta se non dalle filosofie che dicono di sì, che giustificano (almeno da ultimo) cose, mondo, vita, e che proprio soltanto il fatto che una filosofia contenga tale giustificazione delle cose è quello che dà alla gente il coraggio di professarla, mentre il negare siffatta giustificazione attribuisce immediatamente ad una filosofia il carattere «reprobo», «impossibile»?

Advaita Vedānta Una ricostruzione filosofica di Eliot Deutsch

L’Advaita Vedānta è uno dei sistemi filosofici più importanti espressi dalla cultura indiana. Il saggio di Eliot Deutsch è una ricostruzione filosofica di questo sistema di pensiero, al cui entro risiede il concetto di non-dualità. Utilizzando gli strumenti della filosofia comparata, e muovendosi tra ontologia, epistemologia ed etica, Deutsch ricostruisce il complesso teorico dell’Advaita Vedānta facendone emergere i concetti filosofici universali.

Visualizza libro

L’ardore di Roberto Calasso

Qualcosa di immensamente remoto dall’oggi apparve più di tremila anni fa nell’India del Nord: il Veda, un «sapere» che comprendeva in sé tutto, dai granelli di sabbia sino ai confini dell’universo. Distanza che si avverte nel modo di vivere ogni gesto, ogni parola, ogni impresa. Gli uomini vedici prestavano un’attenzione adamantina alla mente che li reggeva, mai disgiungibile da quell’«ardore» da cui ritenevano si fosse sviluppato il mondo.

Visualizza libro

Esercizi spirituali e filosofia antica di Pierre Hadot

Ritorna in edizione ampliata uno dei libri piú importanti e suggestivi di uno dei massimi storici contemporanei del pensiero antico. Il libro ricostruisce la storia di un sistema di pratiche filosofiche che si proponeva di formare gli animi piuttosto che informarli, attraverso un lavoro su se stessi che coinvolgeva non solo il pensiero, ma anche l'immaginazione, la sensibilità e la volontà.

Visualizza libro

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

Di Francesco D'Isa abbiamo pubblicato:

I 10 libri di filosofia più importanti del 21 secolo (finora)

Guida filosofica al Giappone

Non puoi evitare il cambiamento climatico (ma puoi limitare i danni)

Segui la pagina @kobobooks su Instagram

Hai bisogno di contattarci?

Richieste e assistenza clienti Richieste media

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.