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La narrativa italiana è viva: quattro libri che lo dimostrano

Di Federico Di Vita • dicembre 12, 2019

Mi piace sempre scoprire come un autore diventa tale attraverso un gesto che può compiere solo una volta nella vita e che in qualunque caso – in continuità come in opposizione, coltivando certi spunti e alcuni temi o rinnegandoli – lo condizionerà per il resto della sua carriera: esordire. Ho scelto così quattro esordi narrativi italiani usciti negli ultimi mesi, che si sono imposti alla mia attenzione anche per la forte diversità che mostrano tra loro, così come per la consapevolezza degli autori che si sono direttamente misurati su terreni a volte molto impervi, o con generi che hanno dimostrato di conoscere e saper maneggiare. In my humble opinion la letteratura italiana è viva, ed esordi come questi lo dimostrano.

Benevolenza cosmica

Dovendo parlare di quattro esordi usciti negli ultimi mesi mi piace partire da Benevolenza cosmica di Fabio Bacà (Adelphi), un libro che ha segnato con garbo un paio di piccoli eventi a loro modo rivoluzionari nel panorama editoriale italiano. A questo punto probabilmente tutti saprete in cosa consistono le avventure di Kurt O’Reilly, che seguiamo per trentasei convulse ore nella City londinese (il protagonista è un dirigente di un istituto di statistica), durante le quali le cose non fanno che continuare ad andargli bene, anzi: benissimo. Come gli succede già da tre mesi. Così bene che alla lunga tutti questi eventi, piccoli e grandi, sembrano congiurare per mettere alla prova la resistenza psichica di Kurt, le fortune che gli capitano agiscono su un ampio spettro ma non sono mai manifestazioni dirette, per capirci il protagonista non vince la lotteria, piuttosto gli va per il verso giusto ogni piccola cosa che ha un ventaglio di possibili esiti. Qualche esempio? Kurt fa degli investimenti sbagliati con l’intenzione di provocare la sorte, e in seguito a smottamenti borsistici questi si traducono in solidissimi guadagni, un colpo di pistola lo colpisce di striscio e gli fa piovere addosso una ricompensa esagerata, un tassista all’ultimo giorno di lavoro insiste per offrirgli la corsa e via dicendo. Essendo il protagonista uno statistico, non può che affidarsi alle percentuali per farsi una ragione di tanta fortuna, ma le percentuali non facendo altro che sottolineare l’improbabilità del periodo che sta vivendo, finiscono forse per destabilizzarlo ulteriormente. L’esordio di Bacà è una commedia movimentata, ricchissima di ritmo distillato in continui piccoli snodi, quadretti riusciti (come quello nello studio di un tatuatore o la visita nel loft di un eccentrico psicoterapeuta, che accoglie il protagonista nella sua piscina in cima a un grattacielo della City), dotata di una scrittura precisa, vivace e brillante, in cui, per dirla con Nicola H. Cosentino che ne ha scritto su Esquire, “ogni cosa fa pendant col resto”. L’unico punto debole è il finale, che risolve in modo non del tutto convincente e un po’ forzato la trama di eventi tessuta nel romanzo, neo che non toglie molto al piacere della lettura di questa bella commedia.

Prima parlavo di due piccole rivoluzioni riguardo a questo libro. La prima è quella che vede Adelphi pubblicare un esordio narrativo assoluto dopo vent’anni, e lo fa proprio con Bacà. La seconda riguarda la natura di questo romanzo: una commedia. Un gesto coraggioso (paradossalmente) in quella che è l’editoria italiana.

Remoria

Un libro di classificazione impossibile è invece Remoria di Valerio Mattioli, uscito da un paio di mesi per minimum fax. Lo includo perché nella sua inclassificabilità alla fine per me viene attratto dal grande macro-genere fagocitante della modernità, che naturalmente è il romanzo. Non contano nulla queste cose in fondo – a che pro incasellare i libri? –, ma volendo giustificare la mia voglia di inserirlo in una rassegna di narrativa, devo pur dirle (anche perché a riguardo si è svolta una discussione sui social). Infatti nelle Classifiche di Qualità di Indiscreto (che ha vinto) Remoria è stato considerato dalla maggior parte dei lettori un saggio, ma certo un peso decisivo in questo senso è dovuto alla circostanza che la stessa minimum fax ha incluso il volume in una collana di saggistica, per me erroneamente – in quanto a mio avviso un ibrido così puro tende inevitabilmente a scivolare verso il terreno della narrativa. Mattioli sornionamente definisce Remoria un grimorio, vale a dire un manuale di magia. Quindi ok un manuale, ma fantasy.

In ogni caso, ce ne sono due di Roma, ci dice con questo libro Mattioli: l’Urbe, la città eterna, il centro, e poi – soprattutto – Remoria, “la città invertita”, scaturita anzi defecata dal cerchio del GRA, senza un centro che non sia il tracciato stesso della circonferenza, da cui riverbera una realtà sotterranea, ctonia, diversa e latente, un piano esistenziale concretizzato nella borgatasfera. “La leggenda di Remoria è antica tanto quanto quella della Roma quadrata. Appartiene alla sfera della mitologia classica ma anche al regno del what if, della storia alternativa, delle realtà parallele e dell’urconia”. Remoria è la forma che Roma avrebbe acquisito se fosse stata fondata da Remo, vittima di un inganno e poi assassinato dal fratello Romolo per aver oltrepassato il confine quadrato della città appena fondata. Il cerchio nega il quadrato ed è da sempre sopravvissuto nello spirito della città, assetata di sangue e pronta a celebrare il sommerso di se stessa. Per buone cento pagine potremmo prendere Remoria per il delirio ossessivo di un invasato profeta dagli occhi iniettati di anfetamine, precisissimo nei riferimenti mitologici e urbanistici, fantasioso, decisamente lutulento, che più che dichiarare la sua mitologia ce la fa comprendere attraverso il commento che ne fa, virtuosistico e a tratti piuttosto ripetitivo.

Superato il canto di fondazione profetico il volume diventa un catalogo ragionato e informatissimo delle varie sottoculture che hanno preso e dato vita alle varie incarnazioni succedutesi negli ultimi cinque decenni alla borgatasfera romana, pardon remoriana, che Mattioli ci mostra come risultati in fondo ben più significativi di quelli prodotti dal polveroso centro (di cui comunque non fa menzione). E mentre ripercorriamo la vasta e varia epopea contro-culturale capitolina degli ultimi 40 anni ecco che il libro si trasforma in un romouir – o meglio un remoir – dei ricordi e delle sensazioni che lo stesso Mattioli ha vissuto, come si intuisce in modo particolarmente intenso. Da leggere.

Lux

Uno degli esordi più interessanti dell’anno è stato Lux di Eleonora Marangoni, vincitrice nel 2017 del premio Neri Pozza proprio con questo romanzo. Marangoni, laureata in letteratura comparata, è stata autrice di un saggio e di un romanzo illustrato dedicati a Marcel Proust, una presenza che riecheggia anche in alcuni dei motivi di Lux, giunto in dozzina al Premio Strega. L’azione del romanzo ruota attorno al protagonista trentacinquenne, Thomas Edwards, architetto della luce anglo-italiano che riceve da un singolare zio, Valentino Tilli, un’eredità inaspettata: un hotel – ormai un po’ decaduto ma con tanto di fonte d’acqua minerale – in una misteriosa isola vulcanica del Sud Italia (non ne viene specificato il nome ma molto allude alla Sicilia, probabilmente siamo dalle parti delle Eolie). Oltre all’eredità Thomas riceve anche l’offerta di un potenziale compratore, e decide così di partire per alla volta dell’hotel Zelda – così si chiama il lascito dello zio – portando con sé la compagna Ottie, una cuoca che ha ha un figlio di sette anni. L’Hotel, decaduto ma fascinoso, è il fulcro della vicenda: qui si intrecciano storie, persone e oggetti carichi di un’aura riverberante significati. Succede molto eppure nulla in questo Hotel, o per meglio dire: nulla che valga la pena riassumere in questa sede. Anzi forse è proprio una certa persistente assenza a essere al centro del romanzo, anche perché Lux è fatto di linguaggi e atmosfere, di una scrittura precisa e ricercata, la cui vera forza sono la pulizia e la grazia del dettato.

“Quando ho iniziato a scrivere Lux – dice Marangoni in un’intervista su Letteratitudine – ero in un minuscolo paese del Calvados chiamato Crépon, nel giardino di un’antica villa di campagna molto diversa – per geografie e carattere – dall’hotel Zelda che sarebbe poi finito al centro del romanzo, ma provvista dello stesso fascino che ci fa sembrare mesi le ore che passiamo lì dentro, e scambiare per tesori tutti i ninnoli e piccoli cimeli che posti del genere proteggono dal mondo. […] Mi ci è voluto del tempo, e un luogo preciso: una lunga estate su un’isola, con un tempo tutto suo, noncurante del resto e attorcigliato solo intorno a se stesso. Lux è nato due volte, dunque: la prima in Normandia come « scappatella », come scintilla, la seconda in Sicilia, a Filicudi, come inizio del lungo viaggio che poi sarebbe diventato. Il desiderio che ha accomunato quei due momenti, però, era lo stesso: raccontare il « non so che » degli oggetti e delle persone, quello che Jankelevitch in un suo saggio ha chiamato il « non so che », le « Je-ne-sais-quoi ou le Presque-rien », e che a volte prende la forma di un riverbero, di una luce, appunto”.

Per Laura Lepri in Lux “si avverte un’autentica passione per il romanzo inglese e il registro brillante dal retrogusto proustiano” e concordo con lei, gli echi inglesi si percepiscono anche dall’incontro del protagonista e da quello, breve, di Ottie, con la luce selvaggia del Sud, che si intesse a volte di tratti lievemente fatati, che potrebbero trovare un loro acme nell’apparizione di una nuvola che si manifesta al centro di un salotto, nuvola in cui ciascuno dei presenti proietta e trova qualcosa di diverso. È un romanzo nostalgico Lux e per quanto a tratti trasognato decisamente realistico. È l’esordio di un’autrice da seguire.

Il vizio di smettere

Dopo decenni che si denuncia la sparizione del racconto nel panorama dell’editoria italiana, perché i racconti non vendono – suggeriscono gli editori – non sono richiesti, non si leggono (malgrado le testimonianze contrarie dei grandi lettori, gli unici a tenere davvero in piedi il mercato nel nostro Paese), qualcosa sembra finalmente cambiare. Diversi segnali indicano che lo spazio dedicato ai racconti sia tornato a guadagnare finalmente terreno, e se da una parte quello che è probabilmente il libro più bello dell’anno (almeno) è a tutti gli effetti un libro di racconti – alludo a Tutto quello che è un uomo di David Szalay, e vale la pena di specificarlo, visto che Adelphi ha comunque avuto timore di scrivere in quarta di copertina la temutissima definizione – dall’altra è nato un piccolo editore che non solo non teme di puntare sulle short stories, ma che ci crede addirittura così tanto da legare tutta la sua programmazione editoriale e perfino il suo nome a questo genere: si tratta della romana Racconti edizioni. La scommessa di questa piccola impresa è quella di rilanciare il racconto nella sua forma più pura, negli ultimi anni pareva che il genere potesse venir propinato solo camuffato dietro un paravento di coesione, solo imponendo a queste antologie un filo tematico o magari un personaggio in grado di garantirne una superiore unità, tale da consentire agli editori di scommettere in questo modo perfino sui racconti, come si intuisce camuffati a bella posta da romanzi.

Diverso il piglio di Racconti edizioni che punta sulle raccolte vecchio stile, quelle dove ogni storia costituisce un’isola, il cui unico trait-d’union con le altre parti dell’arcipelago è il nome dell’autore in copertina. Un caso esemplare in questo senso è Il vizio di smettere di Michele Orti Manara, seconda prova del veronese classe ’79 che si conferma un raccontista raffinato e dalla prosa asciutta e tesa. Le storie a mio avviso migliori di Orti Manara sono quelle in cui la tensione cova tra i non detti dei personaggi avvicinandosi a esplodere nello svolgersi di azioni concitate e drammatiche, come nel bellissimo Rantolo; o al contrario è destinata a restare sospesa, comunicando in modo efficace la perplessità degli stessi personaggi che non sanno bene come uscire da una certa impasse dovuta alla surrealtà di una certa situazione, come avviene in Vera. Frequenti e ben calibrati gli spunti affondano le radici nell’incomunicabilità del ménage familiare o domestico, come nel drammatico imbarazzo di Wali Gupta, un colf asiatico che in Un posto vivibile si trova a dover fronteggiare la morte del gatto; o nell’asfissiante ossessione per le luci notturne di Post-it, dove due madri tentano di oscurare ogni minima fonte di luce per garantire il sonno del loro figlio neonato.

Felici anche intuizioni di segno diverso, come avviene nel paradossale La vita in venti minuti, un racconto filosofico che per lo spunto surreale (un ragazzo i cui tendini dei polsi arrivano fin oltre le nuvole) e la dialogicità che turba nell’intimo i personaggi, può far venire in mente alcune delle Operette morali. Orti Manara è un raccontista da seguire, anche se forse farebbe bene a scommettere in modo più forte sulla sua vena più felice, quella che si muove sul piano della constatazione sgomenta, degli attimi di sospensione del quotidiano, delle epifanie indicibili. Meno convincente risulta qualche prova più breve, giocata sul piano dell’invenzione paradossale, come La malvagità della coda o L’assicurazione, che se anche riescono a strappare un sorriso non hanno lo spessore delle storie migliori di questa buona raccolta.

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto, Esquire e Dissapore.

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