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Un paese di fan e spettatori

Di Matteo Moca • febbraio 20, 2020

Quando Walter Siti ha deciso di riunire tre dei suoi romanzi scritti tra il 1994 e il 2006, rispettivamente Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi, in un unico volume dal titolo Il dio impossibile, la scelta, dettata pure da qualche ragione editoriale, ha assunto anche un significato simbolico: con quei tre romanzi lo scrittore aveva infatti raccontato la mutazione antropologica che aveva investito l'Italia negli ultimi venti anni e anche prefigurato alcuni dei successivi cambiamenti.

Il dio impossibile di Walter Siti

In questo libro mastodontico e prezioso il Walter Siti scrittore ha seguito le tracce del Walter Siti personaggio e il suo destino che non prevedeva felicità. Lo ha guardato in faccia forse per la prima volta, ma sicuramente per la prima volta lo ha inchiodato alle proprie responsabilità riaffrontandone le nevrosi, le fughe, i plagi.

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L'anno di uscita del primo romanzo, il 1994, corrisponde a una data evocativa per la società e la politica italiana, quella della discesa in campo di Silvio Berlusconi, una data che si inserisce in pieno in tutta quella serie di trasformazioni segnate dal mezzo televisivo, del cui ruolo ormai massimamente pervasivo Siti dà un ritratto spietato nell'ultimo romanzo Troppi paradisi. A ingrandirsi sempre di più nelle storie di Siti è il narcisismo dell'uomo comune, il suo desiderio di apparire o di essere famoso, un sentimento che sicuramente deve molto al mezzo televisivo che ne ha amplificato la potenza. Il ruolo della televisione è stato, e continua in parte a esserlo tuttora, quello di costruire per il fruitore un nuovo tipo di realtà che finisce per essere creduta l'unica: «quella che di solito, sbagliando, chiamiamo “irrealtà televisiva” - scrive Siti in Troppi paradisi – è invece realtà depotenziata. La realtà mostrata in tivù deve essere accettabile (e produrre denaro): dunque è bene tenerla sotto controllo, aggiustarla prima che la telecamera la riprenda». Questa realtà depotenziata, ciò che non turba e coccola chi la osserva, porta a una confusione circa i piani di realtà e alla falsa idea che tra la vita che viviamo ogni giorno e quella che osserviamo sullo schermo non ci sia alcuna differenza, ognuno può essere protagonista degli studi televisivi.

All'opera di Siti si può affiancare la lettura di un saggio fondamentale, La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (ripubblicato, come tutta la sua opera, da Neri Pozza), libro unico non solo per comprendere come si sia giunti, attraverso una crisi culturale che ha travolto tutto l'Occidente, al narcicismo come elemento caratterizzante la società, ma anche per capire meglio i comportamenti e le inclinazioni contemporanee. Nell'acuta lettura della società di Lasch, che pare scritta oggi e non alla fine degli anni Settanta, trova spazio un'analisi dei meccanismi messi in atto dai mass media, primariamente responsabili di questa mutazione:

«I mass media, col loro culto della celebrità e il relativo contorno di fascino e richiami sensazionali, hanno fatto dell'America – scrive Lasch – un paese di fan, di spettatori. Dando corpo e sostanza ai sogni narcisistici di fama e gloria, incoraggiano l'uomo comune a identificarsi con gli idoli dello spettacolo e a odiare la "massa", moltiplicando le sue difficoltà ad accettare la banalità dell'esistenza quotidiana».

E tra i mass media di cui parla Lasch occupa certo un posto preponderante il mezzo televisivo, responsabile di una distorsione del nostro sguardo sulla realtà in quanto portatore di una illusoria rappresentazione del reale. Come nei libri di Walter Siti, dove appunto viene utilizzato il concetto di «realtà depotenziata», qui Lasch analizza come gli individui cerchino di «scaldarsi alla luce riflessa dei loro idoli», mostrando come la cultura dell'individualismo abbia ormai un posto centrale nell'esistenza. La conseguenza più preoccupante di questo atteggiamento narcisistico va ovviamente a investire la sfera delle relazioni, che mutano segno in negativo: consumati i principi di solidarietà e la sicurezza positiva che genera il gruppo, ognuno vede nell'altro soprattutto un rivale con cui competere.

La rivolta delle élite di Christopher Lasch

Pubblicato per la prima volta nel 1995, un anno dopo la morte del suo autore, La rivolta delle élite apparve subito come un libro fondamentale, capace di cogliere, più di qualsiasi testo di politologia, le ragioni profonde della crisi delle moderne democrazie liberali. «Anziché attenersi ai sondaggi», scrisse il Washington Post, «gli analisti politici farebbero meglio a impiegare il loro tempo leggendo l’ultimo libro di Christopher Lasch».

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Le scorie di questa società della competizione che descrive Lasch sono facilmente rintracciabili anche oggi, quando l'atteggiamento solipsistico ha però subito un ulteriore incremento a causa della rivoluzione digitale, ormai parte integrante delle nostre vite. E se dunque già Siti poteva scrivere di questo individualismo esasperato che rappresenta una possibile messa in scena delle teorie di Lasch, laddove la sua narrazione si interrompe, il 2006, quando l'avvento delle nuove tecnologie non aveva certo attecchito come oggi, si inserisce potentemente, e con una pervasività ancora maggiore, la rivoluzione digitale, che sembra suggellare il definitivo predominio della rivalità, della performance selvaggia e del desiderio di superare e surclassare l'altro.

Uno dei filosofi che con maggiore attenzione e cura ha analizzato la situazione contemporanea c'è certo Byung-Chul Han (in Italia pubblicato dalla casa editrice Nottetempo), che con i suoi lavori è riuscito a mostrare come i mezzi digitali contribuiscano ad affievolire le relazioni e la solidarietà, pur promettendo tutt'altro. Attraverso uno sguardo che apparentemente può apparire segnato da puro catastrofismo, ma è forse semplicemente dura e spietata analisi della realtà, Han sottolinea come la presenza sempre più diffusa dei mezzi digitali assieme a questa indole narcisistica possa portare alla formazione di un nuovo tipo di unione, lo «sciame digitale»; in opposizione alla folla, dove le persone erano unite da un'anima e da uno spirito comune, «lo sciame digitale è composto da individui isolati. La folla è strutturata in modo totalmente diverso: ha caratteristiche che non vanno attribuite ai singoli. I singoli si fondono in una nuova unità, all’interno della quale non dispongono più di un proprio profilo».

Se si segue il ragionamento di Han, è chiaro come lo sciame digitale non possa che portare a un assembramento casuale e non proficuo: «Allo sciame digitale manca l’anima della folla o lo spirito della folla: gli individui che si uniscono in uno sciame non sviluppano un Noi». Manca quindi una voce comune, un accordo che garantisca l'unione, ma questo in fondo ben si accorda al sentimento narcisistico che è diventato parte cruciale del nostro essere e che, unito ai meccanismi dell'ipercomunicazione digitale contemporanea, porta a una solitudine apparentemente nascosta dalla connessione diffusa.

Nello sciame di Byung-Chul Han

La trasparenza e i dispositivi digitali hanno cambiato gli uomini e il loro modo di pensare. Alla comunicazione in presenza, alla capacità di analisi e alla visione del futuro si sono sostituiti interlocutori fantasmatici immersi in un presente continuo e sempre visualizzabile attraverso uno schermo. Il soggetto capace di annullarsi in una folla che marcia per un’azione comune, ha ceduto il passo a uno sciame digitale di individui anonimi e isolati, che si muovono disordinati e imprevedibili come insetti.

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Sempre Han, in un altro libro dal titolo Psicopolitica, svela proprio gli inganni della connessione, rintracciando nell'anestetizzazione degli animi garantita dalla realtà digitale, una solitudine che ha come sbocco più immediato il tentativo di sopraffazione dell'altro e una società che vive sull'individualismo e sulla competizione. L'io è diventato la guida di ogni azione e a quel principio (“io penso che”, “io credo che” sono i mantra) obbedisce ogni nostro desiderio, indirizzato quindi esclusivamente a una soddisfazione e a un'espressione personale.

La promessa di indipendenza che viene promossa dalla società nasconde in realtà un definito dispositivo di potere, che suggerisce cosa fare e cosa pensare: così l'io, che si crede liberato dalle costrizioni della società normativa, in realtà si presta a realizzare i bisogni e le necessità che lo stesso sistema gli suggerisce, illuso però che questi siano i suoi: «L’io come progetto che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri – scrive Han in Psicopolitica–, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi all’ottimizzazione».

Anche le nostre attività del tempo libero e i nostri hobby finiscono spesso per essere sottomessi al raggiungimento di obiettivi che ci soddisfino. Considerando questi meccanismi la nostra è allora una società basata sulla performance, che trova sua ragion d'essere nel narcisismo imperante e nel desiderio di esaurire bisogni e impellenze non nostre, dettate da altri, in una ricerca di gradimento inesauribile. La società della performance è il titolo del libro dei due filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici (pubblicato dalle edizioni TLON), un saggio che, prendendo le misure dalla Società della spettacolo di Guy Debord e proprio dai saggi di Han, mostra le insidie del potere tecnocratico che sottotraccia nasconde la libertà mostrandone una illusoria, allentando e poi spezzando irrimediabilmente i legami tra gli individui e quindi l'esistenza di una società basata sul “noi”.

Secondo Gancitano e Colamedici, l'intera vita della società è allora segnata da un «immenso accumulo di performance», in quanto ogni singola cosa può essere utilizzata per accrescere la propria reputazione e la propria visibilità. I nostri profili social e l'immagine digitale che creiamo di noi stessi sono il tentativo di edificare un ritratto da offrire al pubblico: si tratta però di una proiezione parziale, in quanto spesso la parte più autentica è ciò che rimane escluso con il rischio che ciò che appartiene veramente a noi venga smarrito per sempre.

La società della performance di Maura Gancitano, Andrea Colamedici

Una società che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni è una società che ha paura del silenzio, dello spazio, della costruzione, e dunque di un'autentica narrazione. Perché raccontarsi oggi significa fare addizioni, sommare like e post e immagini, non lasciare che qualcosa di sacro emerga da qualche parte di noi che si trova davvero in profondità.

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È spiegabile anche attraverso questo paradigma quella forma di ansia sociale denominata FOMO (Fear of missing out, cioè paura di perdersi qualcosa, di essere tagliati fuori), che porta gli utenti a mantenersi sempre connessi e sempre online, aumentando sempre di più le dimensioni di quel castello narcisistico che viene edificato dopo ogni post, «saturi di attenzioni, di apprezzamenti, di LIKE»: «per questo ciò che è negativo viene eliminato e nascosto e la realtà va aggiustata per entrare meglio in uno scatto, filtrata perché rimanga soltanto ciò che è performativo».

Ci si può legittimamente interrogare su questa situazione: sarebbe possibile una realtà diversa, un presente in cui l'utilizzo dei media sia più consapevole e più umano, magari indirizzato verso sistemi di relazioni più autentiche e fruttuose per molti e non per i singoli? Uno dei pensatori più radicali del nostro tempo, Mark Fisher, scrive proprio di un sentimento diffuso di malinconia per un futuro perduto (si tratta di un argomento trasversale nella sua opera, di sicuro rintracciabile tra i saggi di Spettri della mia vita, edito da minimum fax, ma anche nella più recente raccolta Il nostro desiderio è senza nome): ciò a cui lo scrittore si riferisce però non è tanto qualcosa che prima c'era e adesso non c'è più, quanto una nostalgia per una realtà potenziale che non ha potuto però realizzarsi. Tra i principali fattori di questo fallimento, di cui conosciamo le conseguenze quotidianamente, stanno anche il sentimento di continua competizione, la deliberata azione di mettere sempre prima l'io e poi gli altri, ubbidienti a un discorso narcisista che si autoconlude in se stessi e che quindi, non necessita di nient'altro.

Il nostro desiderio è senza nome di Mark Fisher

In un fosco panorama cybergotico e postapocalittico, Fisher non concede nulla alla rassegnazione, e anzi cerca instancabilmente una via d’uscita da quel «realismo capitalista» che rende impossibile anche solo sognare una condizione migliore: una rivolta contro la mancanza di alternative economiche, sociali ed esistenziali che sembra il segno più forte del nostro presente.

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«Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio. Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri. Contemporaneo è, appunto, colui che sa vedere questa oscurità, che è in grado di scrivere intingendo la penna nella tenebra del presente».

Queste parole di Giorgio Agamben, dal piccolo e aureo libretto Che cos'è il contemporaneo? (Nottetempo), sono forse una delle riflessioni più preziose che si possono far nostre oggi, quando questa grande mutazione in atto, che non sembra affatto in procinto di fermarsi o modificare le sue caratteristiche, ci pone davanti a una realtà che si fatica a comprendere: l'unico modo per provarci infatti è quello di porsi delle domande e non andare in cerca di risposte semplicistiche e non esaustive, seguendo lo stesso itinerario degli autori di questi libri che hanno il coraggio di non proporre soluzioni agevoli o elementari, ma guidare invece una complicata interrogazione.

Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.

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