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Immaginare ai tempi del collasso

Di Alessandro Mazzi • ottobre 26, 2020

Un escursionista dello Utah ha diffuso in questi giorni un video dove viene inseguito da un puma incontrato accidentalmente nello Slate Canyon. Nel video l’uomo indietreggia spaventato mentre il puma lo bracca per allontanarlo dai suoi cuccioli, che l’uomo stava cercando di fotografare. Il grande felino compie delle cariche minacciose per spaventare l’uomo, mentre questo inizia a rivolgersi al predatore per rispondere al suo attacco, farfugliando in preda al terrore, cercando un’immagine che lo aiuti a relazionarsi con l’inquietante presenza. Per tutto il tragitto l’uomo può solo affidarsi allo schermo per esorcizzare la creatura a tratti mostruosa che lo insegue. Alla fine il puma si allontanerà da sé dopo aver spinto l’uomo abbastanza lontano, scomparendo nel canyon.

Episodi come questo mostrano, aldilà di pandemie e disastri ecologici, quanto siamo poco preparati all’Antropocene, ci dicono che qualcosa si è spezzato, un’alleanza, una mimesi o anche solo la possibilità di instaurare una relazione. L’assenza abissale di una mitologia estatica che ci ha accompagnato per millenni nell’esplorazione delle steppe. Vengono in mente le parole di Philippe Descola in Beyond Nature and Culture, riguardo la necessità sempiterna per le comunità umane di instaurare rapporti con gli altri viventi, e soprattutto di rivolgersi a quella frangia interstiziale, crocevia di mondi umani-non-umani.

Philippe Descola al proposito racconta la sua permanenza nella casa di Chumpi, un cacciatore dell’Alta Amazzonia, e di come un giorno sua moglie venne morsa da un serpente ferro di lancia. Il morso del serpente destò stupore e innescò una serie di domande tra gli abitanti. Qualcosa aveva spinto il serpente ad attaccare per vendicare la foresta di un torto subito. Si badi bene, il serpente non vendica se stesso. La sua azione è una «vendetta» di una delle «madri della selvaggina che vegliano sulle sorti dell’animale della foresta». È una differenza importante, perché rompe le proiezioni antropomorfe del genere “l’animale difende solo se stesso”, e considera invece gli intrecci invisibili nella foresta che intercorrono tra i suoi abitanti. Attingendo alla visione sciamanica, Chumpi offre una spiegazione narrandone i fatti mitologicamente. Con il fucile nuovo adoperato per cacciare le scimmie lanose, aveva ucciso più del dovuto, arrivando a ferire altri viventi della foresta e violandone le leggi di convivenza. Dice il cacciatore, «le scimmie lanose, i tucani, le scimmie urlatrici, tutti quelli che uccidiamo per mangiare sono persone come noi», parenti acquisiti che «parlano fra loro, ascoltano quello che diciamo, si sposano come stabilito». L’indigeno ha preservato la capacità di immaginare i viventi nelle loro vite, e quindi a diventare i viventi stessi, stimolando le dotazioni psichiche maturate in secoli di racconti, riti, convivenze intime sul ciglio dell’umano di identità duplici.

Le parole di Chumpi non riecheggiano solo con l’ormai nota opera di Eduardo Viveiros de Castro sul prospettivismo amerindio, ma anche con Paul Shepard. Gli animali, scrive Shepard, sono coloro che scompaiono, ritraendosi dallo sguardo si ombrano e perciò stimolano la mente umana a concepire più realtà e possibilità d’esistenza. Le dimensionalità indefinite delle tracce altre disperse tra i monti o nei boschi sono a loro volta un ampliamento della dimensione inconscia, che si espande sempre più verso terre inesplorate. Il cervello umano può cacciare gli animali solo sviluppando la propria cognizione simbolica e immaginandone la vita al di là della propria percezione. Sciamanicamente, seguire un animale o cavalcare uno spirito è un ottimo modo per intraprendere viaggi negli altri mondi.

Sottraendo la propria presenza al tracciatore, i viventi trasmutano e trasfigurano tra loro in mimesi complesse, esattamente come Baptiste Morizot ha ripreso nel suo Sulla pista animale. Ogni fuoriuscita dal noto ci inforesta per sentieri e tracce dove nascono «impressioni-lupo» in cui «colui che si lascia inforestare dagli altri esseri viventi ritorni leggermente modificato dal suo viaggio da licantropo: un mezzosangue, a cavallo tra due mondi. Nè svilito né purificato, semplicemente altro e un minimo capace di viaggiare tra i mondi, e di farli comunicare, per lavorare alla realizzazione di un mondo comune». L’animale ispira forme ibride, chimerizzazioni, mostruosità, estasi spirituali, la sua coda trasporta in nuove temporalità, invita al racconto delle prime storie paleolitiche rafforzando la nostra capacità cerebrale di simulare mondi concentrandosi sull’immaginazione della vita non umana. In questo senso, restando in un discorso a cavallo tra psicanalisi e antropologia, James Hillman coglie il punto professando che «ogni animale è uno psicopompo». La non-umanità stessa invita a oltrepassare se stessi, ad uscire fuori da sé, fungendo da ponte psichico per l'inconscio collettivo.

Perciò Shepard è uno dei riferimenti cari a Matteo Meschiari, già a partire dal pre-pandemico La Grande Estinzione. In pieno Antropocene, immaginare ai tempi del collasso ci riporta alle grotte delle ere glaciali in cui Sapiens dipingeva sulle pareti mentre fuori il mondo cristallizzava. Così le lampade a grasso e l’ocra rossa generavano più temporalità mentre i contorni flebili delle orde di bisonti e degli stregoni parietali guidavano gli incavernati in nuove pianure, mantenendo una continuità con le soglie immaginali. Se un mondo finiva, Sapiens si preparava ad abitarne molti altri plasmati da miti, fiabe e racconti incarnati nella pietra, scie neurali che andavano a codificare un cervello evoluto per scrivere la realtà attraverso canti, poesie, teatralità somatovisionarie. Sorgenti letterarie, diremmo iperboree, di cui l’Antropocene ha bisogno per compiere la metamorfosi in falena. Meschiari invita a ribagnarsi in questo oceano primordiale risorto alla fine dei tempi moderni: «i miti, le leggende, le fiabe, l’epica arcaica sono strumenti fondamentali in questo processo in atto» perché «se studiati seriamente, ci possono suggerire dei modi totalmente altri di immaginare».

Più l’Antropocene si intensifica, più ascende nel fantastico e si fa poetico. Tutto l’impianto letterario delle bolle editoriali contraddistinte da generi e temi va frantumato, lì dove si richiede di fondare un immaginario più vero, un mondo che non sia prigioniero della catastrofe, della crisi e della distopia presente.

Tornare a esperienze altre, diverse dall’adesso nello spazio e nel tempo serve a reinventare la letteratura di domani, più vicina probabilmente all’oralità, alla cosmografia, all’enunciazione pubblica, alla coesione sociale, all’accumulazione e conservazione del sapere che vorremmo lasciare in eredità.

Riattivare modelli diventa il mantra di Antropocene fantastico, in cui Meschiari ricalca ulteriormente sul “romanzo diffuso” contro la retorica della fragilità: consolazione, escapismo ed evasione. Seguire le volpi blu con Jeff VanderMeer, raccontare i libri della giungla con Rudyard Kipling, diventare vagabondi delle stelle con Jack London. Da Ultima genesi di Octavia Butler a Civilizzazioni di Laurent Binet, da La strada di Cormac McCarthy al Tempo variabile di Jenny Offill, sono molti i libri guida per l’Antropocene dove cercare le piste per crearsi un kit di sopravvivenza ai puma e al crollo sociale. «Quali mondi evocare, quali parti del nostro mondo investire di un’energia di trasformazione fantastica, quali piste del fantastico sono utili e quali tossiche?».

Il riferimento costante qui è l’opera filologica, artistica e geografica di J.R.R. Tolkien che va dal Silmarillion, elaborato da Tolkien tutta la vita e considerato la sua “storia sacra”, fino alla minuzia del lavoro filologico e artistico dei suoi saggi sul Beowulf. La saga leggendaria, che ha poi ispirato Il problema di Grendel (dall’omonimo mostro beouwulfiano) nell’azione di sopravvivenza e raccolta provviste, è una “storia di mostri”, dove il mostro incarna il non-senso che ciclicamente si ripresenta tra le epoche, definito da Meschiari come «il collettore immaginifico dell’irrapresentabile, l’iperoggetto ingestibile dalla mente razionale che diventa comprensibile sul piano prelinguistico della percezione interiore e immaginata».

Tolkien è un esempio soprattutto per aver saputo abitare tra il sacro e il profano preoccupandosi di vedere al di fuori del racconto, dove «Tolkien ci avverte: Feeria non è solo storie di fate o storie di umani tra le fate, Feeria è un luogo e non dobbiamo smettere di pensare che in quanto luogo è fatta anche di cose “comuni”, “normali”, che in realtà comuni e normali non sono». Incarnare il fiabesco, dunque, con la minuzia degli architetti e degli esploratori sui sentieri dell’epica e degli inni.

Il viatico utopico è un ciclo di fondazione e oltrepassamento in cui avventurarsi. La nostra vita si estende ben oltre noi stessi su diverse policronie. Appena uscito per Aguaplano Libri è di questi giorni l’antologia collettiva Storie della Grande Estinzione prodotta da TINA, che consolida un primo approdo di letteratura comunitaria dove diversi scenari in cui è avvenuta la fine di un mondo, sparsi tra le svolte storiche passate e future, vengono raccontati con altrettante illustrazioni per formare un codex miniato del collasso. Se all’Antropocene viene dato un volto umano, dal suo bozzolo rinasce certamente inumano.

Amos Tutuola e l’inforestarsi nel bosco degli spiriti possono essere altresì una traccia ispiratrice per recuperare l’iniziazione all’altrove, così come l’Hávamál islandese offre una saggezza quotidiana per instaurare possibili rapporti tra viandanti sconosciuti. Il viaggio nella tormenta o tra le tempeste di sabbia ha inizio.

Annientamento. Trilogia dell'Area X di Jeff VanderMeer

Per trent'anni l'Area X - un territorio dove un fenomeno in costante espansione e dall'origine sconosciuta altera le leggi fisiche, trasforma gli animali, le piante, sembra manipolare lo stesso scorrere del tempo - è rimasta tagliata fuori dal resto del mondo. La Southern Reach, l'agenzia governativa incaricata di indagarne gli enigmi e nasconderla all'opinione pubblica, ha inviato numerose missioni esplorative.

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Antropocene fantastico di Matteo Meschiari

Questo pamphlet è per chi vuole capire l’Antropocene usando l’immaginazione. In mezzo a visioni mute o invecchiate, in mezzo al collasso ambientale e al crollo dei saperi, non possiamo limitarci a immaginare l’Antropocene come una semplice distopia apocalittica. Quali alternative abbiamo? Quali tecniche possiamo ancora recuperare dal cumulo di detriti delle civiltà?

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Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien

Il Silmarillion, iniziato nel 1917 e la cui elaborazione è stata proseguita da Tolkien fino alla morte, rappresenta il tronco da cui si sono diramate tutte le sue successive opere narrative. Opera prima, dunque, costituisce il repertorio mitico di Tolkien, quello da cui è derivata, direttamente o indirettamente, la filiazione delle sue favole, da Lo Hobbit a Il Signore degli Anelli.

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Alessandro Mazzi è filosofo e traduttore laureato all'Università di Urbino. Collabora con diverse testate, tra cui L'Indiscreto e Quaderni d'Altri Tempi. Sue poesie sono apparse tra gli altri su Anterem e Inverso.

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