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La scrittura come forma di lotta. Intervista a Viet Thanh Nguyen

Di Matteo Moca • aprile 09, 2021

«Avendo assistito ai fallimenti del comunismo e dell'anticomunismo, avevo scelto il nulla» dice a un certo punto Vo Danh, il protagonista sconsolato di Il militante, romanzo di Viet Thanh Nguyen, secondo tassello di una trilogia cominciata con Il simpatizzante (entrambi pubblicati in Italia da Neri Pozza con la traduzione di Luca Briasco), romanzo quest'ultimo che è valso a Nguyen il Premio Pulitzer nel 2016.

In questo pensiero del protagonista dell'ultimo romanzo sono racchiusi alcuni dei temi più importanti della scrittura di Nguyen nonché una possibile chiave d'accesso ai suoi romanzi. Nguyen infatti è nato in Vietnam, come il protagonista dei suoi romanzi, ma è stato costretto con la sua famiglia a lasciare il paese nel 1975, a quattro anni, per fuggire alle violenze della guerra, per stabilirsi come rifugiato negli Stati Uniti: il protagonista di Il simpatizzante invece cresce e lavora in Vietnam come spia, prima di trasferirsi anche lui negli Stati Uniti, e ha modo di conoscere le violenze, i tradimenti e le ingiustizie del mondo comunista e di quello capitalista (l'ambientazione si sposta invece in Francia in Il militante). Conseguenza di queste delusioni è la tentazione di abbandonarsi al «nulla», ma come si scopre leggendo i due romanzi, la storia di Vo Danh è una storia di resistenza, in cui non mancano comunque cadute ed errori, tradimenti e bugie: la vicenda creata da Viet Than Nguyen è però un modo per fare i conti con la sua esperienza di rifugiato e con questi mondi, svelare le bugie che spesso stanno alla base di idee preconcette ed errate e riflettere su cosa significhi essere uno straniero, un cittadino che non ha più una patria ma che non si stanca di cercarla.

Il militante di Viet Thanh Nguyen

«Eravamo gli sgraditi, gli indesiderati, gli ignorati, invisibili a chiunque fuorché a noi stessi»: così comincia quest’opera lungamente attesa dopo il folgorante successo del Simpatizzante, il romanzo vincitore del premio Pulitzer con cui Viet Thanh Nguyen si è affermato sulla scena letteraria internazionale come «uno scrittore degno di maestri quali Conrad, Greene e le Carré» (New York Times).

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Il tuo romanzo Il militante si apre con un prologo dove racconti un viaggio per mare fatto sicuramente di speranza per la meta da raggiungere, ma anche di sofferenza per le difficoltà della traversata per un'umanità abbrutita e reietta. Il tema del rifugiato, del senza-dimora è uno dei temi principali della tua opera e si collega alla tua esperienza autobiografica. A un certo punto scrivi: “Noi, gli indesiderati, desideravamo troppe cose”. È questo uno dei problemi nella percezione distorta dei rifugiati? Concedere loro la possibilità di desiderare come noi?

Penso che sia probabilmente vero. I rifugiati sono persone indesiderate in molti paesi, forse a causa del fatto che i cittadini dei paesi ospitanti o potenziali tali temono gli obblighi derivanti dal prendersi cura dei rifugiati e temono magari, anche, che il loro destino possa non essere poi così diverso da quello dei rifugiati - cioè che molti di noi potremmo essere a un passo da un disastro naturale o da una guerra e quindi dal diventare noi stessi rifugiati. Dunque se noi - che non siamo rifugiati – siamo tanto generosi da aiutarli, non vogliamo che comincino a desiderare troppe cose, vogliamo solo che ci siano grati per l’assistenza e l’aiuto che gli offriamo. Se riconoscessimo che anche loro desiderano molte, molte cose, sarebbe come riconoscere che sono proprio come noi, perché tutti noi, che non siamo rifugiati, desideriamo molte cose. È la condizione umana. E così, concedere ai rifugiati la pienezza dei loro desideri è come dire che sono umani in quanto non sono semplicemente persone tanto disperate che l'unica cosa che vogliono è vivere, anche se questo di per sé è già molto.

Il Vietnam è ovviamente uno dei luoghi centrali della tua opera: tu sei arrivato a quattro anni nel 1975, quando l'esercito comunista entra a Saigon, negli Stati Uniti, in fuga dal Vietnam devastato dagli stessi Stati Uniti: cosa ha significato per te questa condizione e quando hai avuto l'impressione che il tema del rifugiato avrebbe rivestito questa posizione centrale nella tua vita di scrittore e di uomo impegnato.

Beh, fin da piccolo sono sempre stato abbastanza consapevole, credo, di essere uno straniero negli Stati Uniti. Ero consapevole che con la mia famiglia eravamo arrivati qui come rifugiati. Direi che ero consapevole che esisteva una differenza tra me e gli americani che vivevano intorno a me. Allo stesso tempo, però, mi sentivo americano. Sono cresciuto negli Stati Uniti da quando avevo quattro anni e mi sentivo americano, ma c'era sempre qualcosa che, periodicamente, mi ricordava che ero, se non proprio completamente straniero, neanche americano quanto gli altri americani. E questo me lo ricordavano tante cose, dai film che guardavo insieme agli altri, in cui spesso c'erano stereotipi anti-asiatici, alle barzellette che sentivo alla radio che a volte comprendevano battute anti-asiatiche, al modo in cui venivo trattato da da alcuni dei miei compagni di classe che, poiché assorbivano questo sentimento anti-asiatico dalla TV e dalla radio e dai film, a volte mi facevano battute anti-asiatiche. E di questi episodi non ne servono tanti per farti sentire un po' diverso e un po' straniero. Tuttavia non credo di aver passato troppo tempo a riflettere sul fatto di essere un rifugiato finché non sono cresciuto. Quando ero al college ho iniziato a pensare a cosa significasse essere un asiatico americano, ho sviluppato una coscienza molto più politica e ho iniziato a leggere di più sulla guerra del Vietnam e sull'esperienza dei rifugiati vietnamiti e del sud-est asiatico. Ciò che ha davvero portato la questione dell'essere un rifugiato in primo piano nella mia visione di me stesso è stato semplicemente il fatto che ho lavorato a una raccolta di racconti intitolata I Rifugiati per molti, molti anni, circa 20, ma ho pubblicato quel libro solo nel 2017 e a quel punto il dramma dei rifugiati - che era stato molto visibile negli anni '70 e '80 ma non lo era stato mentre scrivevo il libro - improvvisamente era diventato molto più visibile per vari motivi. Così il dramma dei rifugiati, quelli che arrivano dall'Africa per esempio o quelli che arrivano negli Stati Uniti attraversando il confine meridionale del paese, mi ha fatto pensare che ciò di cui scrivevo in questo libro, le esperienze dei rifugiati vietnamiti nel passato, era assolutamente collegato a ciò che stava accadendo nel presente e quindi ho capito che era diventato imprescindibile per me esplicitare questo collegamento. E questo è vero ancora oggi.

Tu scrivi in lingua inglese, che non è la tua lingua materna: qual è stato il tuo rapporto con la lingua dello stato dove hai vissuto sin da bambino, è stata una scelta naturale? Oltre a un discorso di identità letteraria, di letture e di formazione, c'è anche un desiderio di rivendicare la tua identità americana o quantomeno di calibrare la figura della “vittima”? “Non c'è niente di più triste dell'esilio” dice Bon in Il militante e, verrebbe da aggiungere, di essere senza una lingua da parlare.

Questa è una domanda interessante perché solleva la questione di quale sia la mia lingua madre e quale sia la mia lingua nativa. In senso letterale, la mia lingua madre è il vietnamita, ma sono venuto negli Stati Uniti quando avevo quattro anni, il che significa che in vari sensi la mia lingua madre è rimasta congelata per tutti questi anni al livello di un bambino. Quindi, se per lingua madre si intende quella che si suppone una persona parli correntemente, nel mio caso non si tratta del vietnamita ma piuttosto dell'inglese, che ritengo sia la mia lingua madre o lingua nativa. Credo che occorra capire quale è la differenza tra una lingua madre e una lingua nativa, io non lo so. Se la mia lingua madre fosse letteralmente la lingua che parlava mia madre sarebbe il vietnamita, ma allora forse la mia lingua nativa sarebbe l'inglese? Penso che sia difficile trovare risposte chiare in merito a causa della mia storia e della mia vita, io sono nato altrove ma sono cresciuto negli Stati Uniti e non ricordo nemmeno di aver imparato l'inglese. Se mi ricordassi di aver imparato l'inglese, forse lo sentirei più come una seconda lingua, ma ho imparato l'inglese come farebbe qualsiasi altro bambino senza nemmeno esserne consapevole. Quindi non è stata affatto una scelta naturale, proprio come essere americano non è stata una scelta naturale. È successo semplicemente come parte della mia esistenza. Tuttavia, allo stesso tempo - come ho appena detto – c’erano aspetti che mi rendevano diverso negli Stati Uniti, l’essere naturalmente americano era costantemente messo in discussione e il fatto di essere nato altrove significava che anche la mia capacità di parlare inglese come un madrelingua veniva messa in discussione, perché la gente era sorpresa di sentire un ragazzo asiatico che parlava un inglese così fluente. E poiché anche l'uso di questi termini, lingua madre e lingua nativa, implica che c'è una relazione tra la lingua e l'identità nazionale, a un certo punto ho capito che in America non ci si aspettava che un asiatico - che fosse nato qui o meno – parlasse così bene l’inglese. Faceva parte dello stereotipo sugli asiatici e sugli asiatici americani, che dovevano per forza essere stranieri. Uno dei modi per rivendicare l’identità nazionale americana, associata al parlare la lingua inglese, era proprio parlare inglese fluentemente e anche combattere in inglese. Così, diventare uno scrittore è diventata non solo un’aspirazione artistica da parte mia, ma un’aspirazione politica, perché sapevo che il semplice fatto di scrivere in inglese come autore di romanzi o come scrittore di narrativa sarebbe stato un modo di dimostrare che l’inglese mi apparteneva come lingua e io appartenevo agli Stati Uniti, con tutte le complicate sfaccettature che questo comporta. Perché era una rivendicazione patriottica dell'identità, ma essere americano significa anche partecipare alla colonizzazione negli Stati Uniti e all'imperialismo americano oltreoceano. E così la domanda sulla calibrazione della figura della vittima assume qui una rilevanza diversa perché, da un lato, attraverso la padronanza dell'inglese posso raccontare la storia degli americani vietnamiti, dei rifugiati vietnamiti, del popolo vietnamita e dall'altra contestare l'idea di essere una vittima. Eppure, se devo rivendicare l'essere americano, dovrei anche rivendicare ciò che questo significa in termini di imperialismo americano. Quindi è molto, molto complicato. Così, se l'esilio è triste, io non mi vedo come un esule, perché a differenza di Bon e dei personaggi del mio romanzo, non sono cresciuto in Vietnam e non provo lo stesso senso di straniamento. La mia condizione di bambino cresciuto negli Stati Uniti è più malinconica perché semplicemente, essendo nato in Vietnam, sento un legame mentale con tale paese che è difficile da cancellare – una cosa che non sento comunque di voler fare. Quindi non è esattamente un esilio, ma è un’esperienza propria di quei bambini che nascono altrove e poi vengono portati a forza in un altro paese dove vengono cresciuti sviluppando un senso della propria dualità.

Il tuo nuovo romanzo Il militante riprende i personaggi di Il simpatizzante, come Vo Danh, un vietnamita dall'identità divisa, “un uomo con due facce”. In Il simpatizzante Vo Danh era prima spia dei comunisti in Vietnam, poi dagli Stati Uniti rimandato in Vietnam come spia anti-comunista per finire infine in un campo di rieducazione comunista torturato dal suo migliore amico. In questo nuovo romanzo l'ambientazione si sposta a Parigi, nella Francia prima responsabile dei fatti dell'Indocina, e i personaggi si muovono tra intellettuali, spaccio di droga, un'umanità ai margini e tanta violenza. Vietnam, Stati Uniti, Francia: immagino che questo triangolo geografico sia anche legato al desiderio di una resa dei conti politica.

Assolutamente sì. Sono nato in Vietnam ma sono “made in the USA” e sono sempre stato consapevole che la colonizzazione francese ha avuto un ruolo importante nella storia del Vietnam. I miei genitori, per esempio, sono nati durante il periodo della colonizzazione francese e mio padre, che ha 86 anni, canta ancora nostalgicamente le canzoni francesi che ha imparato in gioventù. Gli Stati Uniti hanno avuto l'opportunità, dopo la Seconda Guerra Mondiale, di dire alla Francia che l'era della colonizzazione era finita, che cominciava l'era della democrazia e dell'indipendenza dopo aver combattuto la guerra contro il nazismo e il fascismo. Invece ciò che hanno fatto gli Stati Uniti è stato dire ai francesi di continuare a fare ciò che stavano facendo in Indocina e poi, quando i francesi non sono più stati in grado di portare avanti la colonizzazione, sono arrivati gli americani e hanno preso il loro posto. È una storia che gli Stati Uniti faticano ad accettare, perché è in contraddizione con l'immagine di sé stessi come paladini della democrazia, e questo si riflette nei miei romanzi, Il Simpatizzante e Il Militante, dove considero sia la Francia che gli Stati Uniti responsabili di ciò che hanno fatto. Ma reputo altrettanto responsabili il Vietnam e il popolo vietnamita per ciò che abbiamo fatto - non siamo solo vittime della colonizzazione francese e dell'imperialismo americano, siamo anche agenti attivi della nostra storia, una storia molto complicata e controversa. Ed essere soggetti e agenti della nostra storia significa essere più che semplici vittime. Dobbiamo assumerci la responsabilità dei crimini che abbiamo commesso e di esserci vittimizzati noi stessi, ed è questo che dà a Il Simpatizzante e a Il Militante la loro complessità come romanzi, ovvero il fatto che non sto semplicemente incolpando i bianchi o gli europei o gli americani, sto anche chiedendo ai vietnamiti di rivendicare la loro complessa soggettività e la loro complessa umanità.

Nonostante la critica decisa verso un certo tipo di cultura e politica francese, nel tuo libro emergono anche delle vicinanze importanti con la cultura di questo stato: dalla forma che assume il romanzo, che in Il militante mi pare vicina alla prosa e alle immagini di Céline, ad alcuni pensatori che citi come Louis Althusser, Jacques Derrida o Julia Kristeva, ma anche, più indietro nel tempo, Rousseau e Voltaire. Che rapporto hai con questi autori e quale il loro peso nella scrittura di questo romanzo?

Quando ho scritto Il Simpatizzante, uno dei romanzi che mi ha ispirato è stato Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Ero impressionato dalla sua ambizione, dalla sua spietatezza, dalle sue capacità satiriche, dalle sue volgarità, dalla sua volontà di correre rischi incredibili nell'intreccio del romanzo, specialmente nelle prime cento pagine circa. E naturalmente, essendo cresciuto negli Stati Uniti e avendo ricevuto un'educazione di livello elevato, ho letto gli scrittori francesi. Ho letto Molière, Balzac, Stendhal, Victor Hugo e Alexander Dumas, tutti i classici francesi. E poi, al college e alla scuola di specializzazione, ho letto i pensatori più contemporanei come Althusser, Derrida e Kristeva, come lei accennava. E dato che questo romanzo era ambientato in Francia e dato che avevo un’idea stereotipata dei romanzi francesi, i romanzi francesi contemporanei, e che ai lettori francesi piacciono i romanzi filosofici (cosa che può essere vera o meno) ho pensato che Il Militante sarebbe stato tanto un romanzo sul pensiero francese quanto un romanzo sugli immigrati e i rifugiati in Francia. E proprio come nella mia risposta precedente, in cui dicevo che era importante per me usare la scrittura come una forma di lotta quando si trattava di essere americano e contestare gli Stati Uniti, qui accade la stessa cosa: uso la letteratura per contestare la colonizzazione francese, la sottomissione francese imposta ai soggetti colonizzati visti come meno umani, meno importanti di un francese. Questo l’ho fatto incorporando la scrittura francese nella mia, incorporando le idee francesi nelle mie, e contestandole. Prendiamo Voltaire, per esempio, non credo di essermi semplicemente inchinato a Voltaire, però ... tutto il mio romanzo è una specie di allusione a Candido, perché ci sono tante cose che accadono al narratore di questo romanzo, e vede, nelle sue avventure, anche ne Il simpatizzante, la sua esperienza è simile a quella di Candido, anche se io contesto la posizione di Voltaire sulla razza in questo romanzo. Rousseau e le sue Confessioni sono state un modello per molte, molte confessioni successive, ma Rousseau aveva previsto che un soggetto colonizzato dalla civiltà francese avrebbe scritto delle confessioni prendendolo a ispirazione ma contestando il concetto stesso di civiltà francese, di cui Rousseau faceva parte? E non si tratta solo dei pensatori che lei ha menzionato, è anche importante riconoscere che altre due figure molto importanti in questo romanzo sono Aimé Césaire e Frantz Fanon, neri francesi precedentemente colonizzati che affrontano la colonizzazione francese e la civiltà francese usando la lingua francese. Io non posso scrivere in francese in quel modo, ma uso la letteratura per cercare di fare ciò che hanno fatto Césaire e Fanon.

Vo Danh atterra in Francia e gioca subito uno scherzo allo stato che lo sta accogliendo perché quel nome sul passaporto, cosa che l'agente di frontiera non può sapere, significa “anonimo”: in questo nome assente si gioca forse anche la natura della vicenda che non è solo del personaggio protagonista, ma accomuna forse chiunque si trovi a scappare e necessiti di essere accolto. Questo anonimo però non sembra interessato a trovare un nuova pace: come il romanzo racconta è immerso nella violenza e nella criminalità e dà l'impressione di non volerne uscire. Lui stesso sceglie il suo destino di dissoluzione, e così nel romanzo non c'è lieto fine, non c'è redenzione.

Ne Il Simpatizzante, il protagonista ha una missione e un obiettivo - è una spia, è stato incaricato di spiare quel che resta dell'esercito sudvietnamita negli Stati Uniti e questo entra in conflitto con il suo desiderio di salvare anche il suo migliore amico e fratello di sangue Bon, che non sa che lui è una spia comunista. Quindi c'è un obiettivo in quel romanzo. Alla fine del romanzo il protagonista è profondamente traumatizzato da tutto quello che ha passato. Il Militante riprende il filo da dove finisce Il Simpatizzante, e così ne Il Militante abbiamo un narratore molto diverso - non è più la stessa persona. È disilluso, traumatizzato e in cerca di qualcosa. Ne Il Simpatizzante era motivato da una rivoluzione, ma il suo ideale di rivoluzione è stato distrutto. Così ne Il Militante è assolutamente perso e fa tutta una serie di cose che non dovrebbe fare ed è anche costretto, in ultimo, a fare i conti con l’inganno nei confronti del suo migliore amico e fratello di sangue Bon - che è una parte importante del romanzo. Non posso svelare troppo, però questo è uno dei motivi per cui questo romanzo è piuttosto diverso da Il Simpatizzante, in quanto il finale di questo romanzo non può essere conclusivo come era Il Simpatizzante. Quello che spero che sia chiaro, alla fine del secondo romanzo, è che ce ne sarà un terzo, che c'è ancora un'altra tappa della storia ed è nel terzo romanzo che affronterò davvero la domanda, è lì che affronterò davvero la questione se c'è un lieto fine, se c'è la possibilità di redenzione, ma nel secondo romanzo, si tratta della parte centrale di una trilogia e per definizione non è un finale e per definizione quindi non può ancora esserci la redenzione che lui, il narratore, vorrebbe in qualche modo ottenere. Quindi dovrete aspettare che finisca di scrivere la terza e ultima parte della trilogia.

Tu utilizzi dei generi letterari che all'apparenza appartengono al mainstream (che non è ovviamente sempre sinonimo di cattiva qualità), come la spy story, il noir o la crime novel per veicolare un messaggio politico molto forte e attuale. Come mai questa scelta?

Prima di tutto, adoro le storie di spionaggio, i romanzi noir, i polizieschi. Penso che siano molto coinvolgenti e ritengo di conoscerli abbastanza bene da poterli usare come generi letterari nella mia scrittura, e in secondo luogo una delle ragioni per cui voglio utilizzare un genere particolare è che voglio coinvolgere il lettore. Le trame di queste storie e di questi generi, affidate alle mani esperte di ottimi scrittori di spionaggio e di crime, danno spazio a questioni di politica e di storia. Nel caso delle storie di spionaggio è ovvio perché sono spesso ambientate durante momenti di disordini politici, di guerra e così via, quindi gli scrittori di spionaggio hanno l'opportunità di parlare di questi temi e questo appare chiaro ne Il Simpatizzante. Gli scrittori di gialli, quelli bravi, sanno bene che i crimini individuali rendono le storie molto interessanti, ma i crimini individuali sono davvero interessanti solo come indici di crimini più grandi commessi dalla società, e questo è il motivo per cui ne Il Militante, per esempio, il narratore diventa uno spacciatore, ma come dice lui: uno spacciatore almeno è onesto riguardo a quello che fa - uno spacciatore in quel senso è molto più onesto di un capitalista, che è colui che commette i veri crimini, e naturalmente se pensiamo alla droga stessa, uno dei punti sollevati dal romanzo è che i francesi sono stati i primi corrieri della droga in Indocina. I francesi erano quelli che coltivavano l'oppio o usavano il sud-est asiatico per coltivarlo e poi venderlo a forza alla gente dell'Indocina. Lo stato francese era uno stato che trafficava droga e usava i profitti del commercio della droga per finanziare il suo impero. Quindi chi è peggio, il singolo spacciatore come il narratore di questo romanzo o lo stato francese che ha finanziato la sua colonizzazione attraverso la droga? E poi, sempre nel romanzo, si parla di come lo stato francese ha poi ripulito i soldi, ha riciclato i profitti, e sono soldi macchiati del sangue della colonizzazione. Così ora, se uno visita la Francia, vede questo paese bellissimo e civile e il turista non si rende affatto conto che quello che vede è stato costruito grazie ai profitti derivanti dal sangue della colonizzazione. Ecco perché ricorro a questi generi letterari, perché mi permettono di intrattenere il lettore e, al tempo stesso, di introdurre riferimenti storici e politici ancora importanti per capire le nostre società.

Il Simpatizzante di Viet Thanh Nguyen

Romanzo che offre il ritratto impareggiabile di un «uomo con due menti diverse», di un «rivoluzionario» che dinanzi al terribile esito dei suoi ideali non cessa per questo di «scrutare loscurità con pensieri scandalosi, speranze eccessive e sogni proibiti», Il simpatizzante ha riscosso, al suo apparire negli Stati Uniti, l'entusiasmo di critica e pubblico, vincendo il Premio Pulitzer 2016 per la narrativa e figurando come «libro dell'anno» sul New York Times e i maggiori organi di stampa internazionali.

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I Rifugiati di Viet Thanh Nguyen

«Libro importante di un grande scrittore con una conoscenza diretta del dramma dei diritti umani esploso sulla scena internazionale» (Washington Post), I rifugiati, accolto al suo apparire negli Stati Uniti da un grande successo di pubblico e di critica, costituisce una splendida conferma del talento di Viet Thanh Nguyen nel descrivere la complessa esistenza del «popolo nuovo» sorto dalle grandi migrazioni in atto nel mondo contemporaneo..

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Niente muore mai di Viet Thanh Nguyen

In Niente muore mai, Viet Thanh Nguyen torna a parlare dell’argomento che più gli sta a cuore: il Vietnam e la memoria della guerra. Dall’autore del romanzo vincitore del premio Pulitzer 2016, Il simpatizzante, un’acuta esplorazione del conflitto che gli americani chiamano Guerra del Vietnam e i vietnamiti chiamano Guerra Americana, un sanguinoso confronto militare che ha segnato la storia della seconda metà del Novecento e vive indelebilmente nella memoria collettiva di entrambe le nazioni.

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Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.

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