Skip to Main Content
Immagine di copertina

I miei stupidi intenti [un estratto]

Di Bernardo Zannoni • ottobre 21, 2021

Pubblichiamo un estratto da I miei stupidi intenti, esordio rivelazione di Bernardo Zannoni, pubblicato in Italia da Sellerio Editore, che ringraziamo per la collaborazione.

I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni

La storia di un animale, di una faina che scopre il mondo, le sue verità e le sue menzogne. Come fosse un personaggio strappato a Camus, e al tempo stesso a un film della Pixar. Un esordio sorprendente.

«Esistono vari modi di strillare un libro magnifico. Ma solo un modo è giusto per I miei stupidi intenti: leggetelo, leggete questo romanzo in stato di grazia».

Marco Missiroli

Visualizza libro

Mio padre morì perché era un ladro. Rubò per tre volte nei campi di Zò, e alla quarta l’uomo lo prese. Gli sparò nella pancia, gli strappò la gallina di bocca e poi lo legò a un palo del recinto come avvertimento. Lasciava la sua compagna con sei cuccioli sulla testa, in pieno inverno, con la neve.

Nella notte burrascosa, tutti assieme nel grande letto, guardavamo nostra madre disperarsi in cucina, alla penombra di una lampada e del soffitto basso della tana.

«Maledetto, Davis, maledetto!», piangeva. «Ora cosa faccio? Stupida faina!».

Noi la guardavamo senza fare rumore, vicini per il freddo. Alla mia destra c’era mio fratello Leroy, dall’altra parte invece Giosuè, che non ho mai conosciuto. Doveva essere morto poco dopo il parto, forse schiacciato dal peso di nostra madre, quando si era stesa per riposare.

«Disgraziato, disgraziato!», piangeva lei. «E adesso chi li cresce questi figli di nessuno?».

Quei primi giorni la vita era una bella sensazione. Respirando piano piano sotto le coperte, scivolavi nel sonno più vivace. Eri fragile e forte allo stesso tempo, nascosto dal mondo, in attesa di uscire.

«Chi li cresce? Chi li cresce?», diceva nostra madre. Poi si avvicinava al letto e si stendeva, lasciandoci la pancia. Appena la sentivo, mi ci attaccavo con tutte le forze. Gli altri miei fratelli cominciavano subito una piccola zuffa. Leroy era il più grande e si avventava di prepotenza, le femmine, Cara e Louise, facevano squadra. Otis, il più piccolo, veniva spesso lasciato fuori.

«Chi li cresce? Chi li cresce?», diceva nostra madre. Ogni tanto la sentivo sussultare dal dolore, se qualcuno di noi la mordeva troppo. Giosuè spuntava da sotto la sua pelliccia, immobile.

La notte ci lasciava per cercare da mangiare, di giorno dormiva qualche ora. Certe volte, se trovava qualcosa di prezioso, usciva con il sole alto a barattare cibo con Solomon l’usuraio. Era magra, e la pancia le cadeva a terra. Trascinarla sulla neve doveva darle molto freddo.

«Zitti, bambini», ci diceva se la svegliavamo. Lo diceva anche se era sveglia.

«Zitti, zitti».

Noi cominciavamo a parlare. E a muoverci. Una mattina Leroy cascò dal letto e ci girò intorno, poi non fu più capace a risalire. Sarebbe morto di freddo se nostra madre non fosse ritornata. Prima di rimetterlo su, ricordo che esitò qualche attimo, un fatto incomprensibile per me. Se ci fosse stato qualcun altro di noi al suo posto, forse l’avrebbe lasciato dov’era. Leroy era il più grande e il più forte.

Nevicava molto spesso, anche per giorni. Una volta l’entrata della tana rimase bloccata, e la mamma stette ore a cercare di scavare una via di uscita.

«Zitti, zitti!», urlava a chi si lamentava per la fame.

Ogni tanto la scorgevo sedersi in cucina a fissare il vuoto. Si lisciava i baffi e sospirava, senza dire niente, come se stesse parlando con qualcuno. Quando faceva così rimanevo a guardarla. Sentivo che non stava bene, qualcosa precipitava, e faceva paura. Gli occhi mi si chiudevano senza che me ne accorgessi, e quando li riaprivo, lei non c’era più.

«Non vi ammalate, non posso pagare il dottore», ci disse una volta, quando cominciammo a girare per la tana. L’avviso non sfuggì a nessuno, e difatti non ci avventurammo mai fuori, nemmeno ci avvicinavamo alla finestra. Otis era l’unico a non essere mai sceso dal letto, e le femmine lo prendevano in giro.

«Sei piccolo, Otis. Ti spezzeresti l’osso del collo», gli dicevano.

Leroy toccava tutto quello che c’era in giro, e io lo seguivo. Non parlavamo granché; lui afferrava una cosa, la guardava, poi la rimetteva a posto, e allora io facevo altrettanto. Studiavo cos’avevo fra le zampe in tutta fretta, perché mio fratello veniva attratto subito da qualcos’altro, e non volevo rimanere indietro.

Nostra madre ci scansava, se stava andando da qualche parte. Per lei non eravamo nella stanza. Quando ci allattava saltavamo tutti sul letto, dove Otis, per sua fortuna, aveva già avuto qualche attimo per succhiare qualcosa.

«Mi stai facendo male», mormorava seccata se qualcuno aveva troppa foga. Solitamente bastava quello per ammansirci, altre volte ci dava una zampata, senza unghie, poi imprecava.

Avevamo quasi sempre fame, dopo di quella veniva il freddo. Certi giorni non scendevamo proprio dal letto, e lottavamo con i crampi allo stomaco sotto le coperte, stretti l’uno all’altro. Una volta Leroy mi svegliò:

«Hai freddo?».
«Ho fame», risposi.
«Anch’io. Potremmo mangiarci Otis. È piccolo, e debole».
Non pensai mai che fosse uno scherzo. Tastai con la lingua i dentini che andavano crescendomi in bocca. Non dissi nulla.

«Allora?».
«Forse ho più freddo che fame».
Nostra madre entrò nella tana prima che potesse rispondermi. In qualche modo, pensai che con la mia vigliaccheria potessi averlo offeso, e per un po’, anche dopo mangiato, non riuscii a prendere sonno. Da lì cominciai a capire che fra me e Leroy c’era una leggera, orribile differenza: era più animale di me. Pensare che anche lui se ne fosse reso conto mi angosciò parecchio. Tuttavia nessuno di noi due mangiò Otis. Né Leroy mangiò me.

Una notte nostra madre tornò con un oggetto assai particolare. Lo poggiò sul tavolo e ci ammonì.

«Non toccatelo. Questo ci farà mangiare per un po’».

Aspettammo che andasse a dormire, per guardare che cos’era.

«È una gioia da signora», aveva detto Cara. «Un piccolo tesoro dell’uomo».

Era un ninnolo tondeggiante che brillava alla luce, bello, di colore verde. Sul tavolo sembrava che parlasse a ciascuno di noi, in segreto. Leroy si spinse e lo toccò con una zampa.

«È freddo», disse. «Come l’aria di fuori».

Anche io avrei voluto sentirlo. Ma nostra madre era stata chiara, e avevo paura si svegliasse. Disubbidire a quel modo accendeva in me terribili fantasie, soprattutto perché finora non ne avevo mai visto le conseguenze. Louise era saltata sul tavolo e lo aveva preso, contemplandolo con innocenza, facendolo poi scivolare su una zampa, come un bracciale.

«Non si fa, Louise! No, non vuole!», aveva sussurrato Cara.

«Sono la più bella», disse l’altra, senza risponderle.

«Non è vero!».
Anche Cara saltò sul tavolo, si avventò su Louise. «La mamma non vuole!».
Cercava di sfilarle il ninnolo dalla zampa, e l’altra si dimenava, la mordeva.
«Smettila! Lasciami!».
Io e Leroy fummo abbastanza rapidi ad accorgercene. In qualche attimo, scivolammo via dal tavolo, all’angolo opposto della stanza.

«Non è tuo!».
«Lasciami!».
Lo fecero cadere. Si ruppe in quattro pezzi, con uno schianto secco. Dal fondo del letto, ad assistere a quell’attimo, nostra madre. Le due sorelle rimasero dov’erano, mentre lei si alzava e andava a vedere cosa era rimasto. Prese i cocci e li guardò.

«Mamma...», mormorò Cara.

Fu rapida e precisa. Con una zampata colpì il muso di nostra sorella, facendola cascare dal tavolo. Louise sobbalzò e si mise a tremare, senza dire nulla. Il cuore mi batteva forte. Leroy si ritrovò addosso alla pelliccia qualcosa di molle, lo raccolse per capire cosa fosse.

Mentre Cara iniziava a piangere, guardavamo quello strano grumo bianco e rosso, capendo poi che si trattava di un pezzo di occhio. Nostra sorella si teneva la testa con una zampa, reprimendo il dolore, con il sangue ad imbrattarle la faccia. Leroy lasciò cadere l’occhio a terra. Per un attimo avrei detto che se lo sarebbe mangiato.

Nostra madre buttò i cocci sul tavolo, accanto a Louise, che adesso si era chiusa il più possibile in se stessa, per proteggersi.

«Schifosi», disse, senza guardare nessuno di noi, poi uscì nella notte gelata.

La sentii tornare il mattino dopo. Si era messa in cucina, a guardare il vuoto. Alla luce sembrava ancora più magra. Lasciai il letto in silenzio, gli altri dormivano.

«Mamma?».

Lei si girò. Piano, forse mi aveva già sentito. Sembrava stesse guardando al di là di me.

«Stai male per papà?», domandai. Non rispose. Non rispose mai.

I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni

La storia di un animale, di una faina che scopre il mondo, le sue verità e le sue menzogne. Come fosse un personaggio strappato a Camus, e al tempo stesso a un film della Pixar. Un esordio sorprendente.

Visualizza libro

Qui trovate tutti i libri in offerta su Kobo

Segui la pagina @kobobooks su Instagram

Hai bisogno di contattarci?

Richieste e assistenza clienti Richieste media

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.