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I libri da leggere: Luciano Bianciardi

Di Goffredo Fofi • ottobre 09, 2020

Luciano Bianciardi ebbe una vita breve, morì a meno di 50 anni e si può anche dire che si lasciò morire, come altri che non accettarono il fallimento delle loro speranze giovanili, il trionfo di una società utilitaristica e conformista, dedita al culto del benessere e del progresso, anzi dello sviluppo. Era nato nella provincia toscana meno “rinascimentale” e più contadina, che egli definiva una sorta di Kansas City italiana, nel cuore dell'operosa Maremma granaria, centro di un importante mercato degli animali da lavoro; e la sua vita si mosse tra quella zona e Milano, la “capitale morale” come i milanesi usavano chiamarla in contrapposizione a Roma, ovviamente capitale “amorale” o “immorale”.

Bianciardi ha scritto molto, per esempio sull'epopea garibaldina dei Mille per la quale aveva una sorta di ammirata venerazione, ma ciò che ci ha lasciato di più prezioso è una sorta di “trilogia del miracolo economico” fondamentale per comprendere la grande svolta che il nostro paese (e non solo il nostro) subì nella grande trasformazione sociale del dopoguerra, la più grande vissuta (con entusiasmo) nei costumi e nei consumi, quando da paese prevalentemente contadino diventammo un paese altamente industrializzato, nonostante la persistente distanza tra Nord e Sud.

Bianciardi si era politicizzato da soldato, durante la guerra, ed era stato un “azionista” (membro del Partito d'azione, un fronte “terzaforzista” tra cattolici e comunisti e tra Russia e America). Fece il bibliotecario, si sposò, inchiestò con l'amico Carlo Cassola sui Minatori di Maremma, una bellissima raccolta di vite proletarie edita da Laterza nel 1956. Nella miniera della Montecatini a Ribolla vi era stata un'esplosione di grisou nel 1954 che fece 43 morti, e il protagonista (fortemente autobiografico, come quello degli altri due) del terzo grande libro bianciardiano, quello che lo rese famoso, La vita agra (1962) passava da Grosseto a Milano con l'intenzione di vendicare quei morti facendo saltare la sede della Montecatini...

La vita agra è il più formidabile dei libri della trilogia bianciardiana sugli anni del boom. Il primo fu Il lavoro culturale, un resoconto divertito e ironico, auto-ironico e spassoso dei modi in cui a sinistra si cercava di “educare” il popolo con la diffusione della cultura. Bianciardi sapeva di cosa parlava, che nella formazione di un popolo cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri credeva davvero, ma sapeva anche vedere i limiti di operazioni che gli sembrarono, ed erano, infine paternalistiche. Il secondo libro della trilogia fu L'integrazione (1960) e metteva in campo due protagonisti, una sorta di sdoppiamento dell'autore in due fratelli diversi per carattere ma non per convinzioni di fondo (e se uno si chiama Luciano nell'altro, Marcello, è possibile vedere un parziale ritratto di Cassola, scrittore degnissimo, ma più serio e serioso, meno bizzarro del nostro Bianciardi).

Restò Luciano in La vita agra, il romanzo che, uscito in pieno “miracolo economico”, raccontava, come L'integrazione ma con più provocatoria irriverenza, l'ingresso e le disavventure vissute nella nascente e da subito esplosiva “industria culturale”, esemplificata in una casa editrice che era poi, nella realtà, quella Feltrinelli che un giovane miliardario scatenato aveva fondato da poco. Qui Bianciardi era stato assunto insieme ad altri giovani colti e curiosi, entusiasti tutti anche se in modi diversi del loro lavoro, inteso come una missione contro i ritardi, la grettezza, il conformismo della cultura ufficiale del tempo. Che era tempo di “aggiornamento” come diceva a proposito della Chiesa il nuovo papa Giovanni XXIII e come dicevano in politica su fronti diversi Kruscev e Kennedy e in Italia un centro-sinistra ancora in embrione, sollecitato dagli scontri di piazza del luglio '60.

In quel periodo Bianciardi si divise, come il protagonista dei suoi libri, tra una moglie provinciale e un'amante cittadina, e – dovendo guadagnare per due situazioni, traduceva anche molti libri dall'inglese – scoprì Henry Miller e ne fece un suo punto di riferimento e modello. Ma ben presto ai Luciano come ai Marcello si rivelò l'inganno di un “lavoro culturale” che diventava corsa a nuovi conformismi, e soprattutto, da parte degli editori, alla conquista di nuovi mercati. Si cominciò a parlare, a sinistra, di industria culturale, e marcusianamente di “sistema”, di nuove forme di alienazione, non solo della forza-lavoro ma anche e soprattutto delle coscienze. Gli anni della trilogia bianciardiana sono anche quelli del cinema di Fellini. Nel Marcello di La dolce vita c'è qualcosa del Luciano e Marcello di L'integrazione e La vita agra, così come in Il lavoro culturale c'era stato qualcosa de I vitelloni... il Moraldo che vi passava come lo stesso Fellini da Rimini a Roma non era così diverso dai Luciano e Marcello che da Grosseto finivano a Milano.

Lo scontro di Bianciardi con Giangiacomo Feltrinelli (soprannominato nel romanzo Zampanò, come l'ottuso protagonista del felliniano La strada) lascia il posto, sia in Luciano che in Marcello in L'integrazione e nel Luciano che cammina da solo in La vita agra, a una disillusione amara lontana da forme nuove di rivolta come pure, in quegli anni, piccole minoranze anche politiche (i “Quaderni rossi” torinesi, per esempio, o i “Quaderni piacentini”, eccetera) andavano tentando, proponendo. Quello che queste minoranze rimproverarono a Bianciardi fu di non aver saputo affrontare i nuovi tempi e i nuovi problemi, di essersi arresi troppo presto. E valeva per il Mastronardi dei bei romanzi-commedia sulla Vigevano travolta dalla febbre del benessere; come più tardi per il Pasolini deluso dalla scomparsa del mondo contadino e dall'avvento della “alienazione” moderna, descritta in altri modi da Antonioni; come per certi protagonisti della commedia cinematografica nel periodo della sua maggiore lucidità (i film di Monicelli, Comencini, Risi... con Sordi, Gassmann, Tognazzi...). Erano membri di una stessa generazione, infine, che reagiva in maggioranza adattandosi entusiasticamente al nuovo, oppure soffrendone ma facendosi sopraffare da una sensazione di sconfitta, di avvilimento delle speranze in una Italia migliore, nella maturazione sociale e culturale di tutto un popolo.

La vita agra di Luciano Bianciardi

A cinquant’anni dalla prima pubblicazione nel 1962, "La vita agra" resta un incomparabile sguardo sulle conseguenze umane e sociali del boom economico italiano, ricco di una scrittura irrequieta, precisa, impossibile da imbrigliare.

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L'integrazione di Luciano Bianciardi di Luciano Bianciardi

“Cosa mi credevo? Che la grande città fosse quel luogo di meraviglie e di godurie che credono certi?” L’integrazione è un romanzo del 1960. Narra la storia di due fratelli intellettuali, Marcello e Luciano, che si trasferiscono da Grosseto a Milano, con l’obiettivo di compiere una “mediazione” tra l’Italia centrale e l’Italia del Nord.

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I minatori della Maremma di Luciano Bianciardi

Tra le 8.35 e le 8.45 del 4 maggio 1954 si verifica uno scoppio di grisou al pozzo Camorra, nella miniera di lignite di Ribolla. In seguito all’esplosione e all’incendio di polvere di carbone, muoiono quarantatré minatori. È una tragedia nazionale.

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Goffredo Fofi (1937) è scrittore, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale. Dopo aver contribuito alla nascita di storiche riviste quali i Quaderni piacentini, Ombre rosse e Lo straniero, attualmente si occupa degli Asini.

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