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Guida filosofica al Giappone

Di Francesco D'Isa • marzo 04, 2020

L’antropologo Lévi Strauss, in chiusura di una conferenza del 1937, disse che «il progresso può esistere solamente nella misura in cui tutti i differenti centri della cultura umana hanno dei contatti fra loro. Le società isolate sono società inerti, soltanto le società in contatto fra loro progrediscono». Non credo che il commodoro Matthew Perry avesse questa nobile intenzione quando, nel luglio del 1853, apparve nella Baia di Tokyo con quattro navi da guerra e una pretesa: o il Giappone si apriva al commercio o sarebbe scoppiata la guerra. Una scelta obbligata persino per l’orgoglioso shogunato, data la schiacciante superiorità militare statunitense – ma le cattive intenzioni hanno talvolta risvolti positivi: è così che l’Occidente entrò in Giappone e viceversa.

Una volta smaltita l’arroganza coloniale, gli europei si sono abituati ad accogliere le influenze orientali come un prezioso stimolo intellettuale, nonostante quella che viene letta da molti come un’irriducibile diversità. Di contro ci domandiamo di rado qual è stato l’effetto della nostra filosofia sull’Oriente, perché si considera l’influenza occidentale quasi solo in termini economici, sociali e scientifico-tecnologici. Eppure leggere Hegel, Nietzsche, Kant, William James, Aristotele e Platone ha avuto qualche effetto su chi era abituato alle Upanishad, Lao Tzu e Nagarjuna. Lo studio della filosofia giapponese offre una posizione privilegiata per valutare questa influenza, sia per l’impatto brutale dell’Occidente che per alcuni tratti culturali del popolo giapponese, abituato da millenni a far proprie le influenze straniere con un originalissimo sincretismo.

Lo Spirito del Giappone di Leonardo Vittorio Arena

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il Giappone è diventato una delle grandi potenze economiche del mondo moderno, i suoi prodotti hanno invaso ogni angolo del globo e tutti hanno almeno sentito parlare dello Zen e dei samurai. Eppure, il Giappone resta ancora sostanzialmente un mistero.

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Come molti turisti in terra straniera, per la mia gita filosofica in Giappone mi aiuterò con una buona guida. La Lonely Planet filosofica che ho scelto è Lo Spirito del Giappone (BUR), di Leonardo Vittorio Arena, un libro che sintetizza ed espone con chiarezza i tratti principali della cultura nipponica attraverso i suoi pensatori più celebri. Appena apro la mappa (l’indice del libro) la prima cosa che noto è la profonda commistione di religione e filosofia. In Giappone la filosofia è una questione soteriologica, prima ancora che conoscitiva: non si pensa per svago o curiosità, ma per una profonda urgenza di salvezza. Questa tendenza appartiene anche a noi; basta pensare alle principali scuole di pensiero greche e latine per notare che la filosofia sia anzitutto uno stile di vita – un esempio su tutti è lo stoico Marco Aurelio, quasi più celebre come filosofo che come imperatore romano.

In Oriente però religione e filosofia non hanno subìto lo strappo causato dalla nascita dello sviluppo scientifico e tecnologico, come risulta evidente non appena ci si avvicina ai capostipiti della filosofia giapponese. I primi nomi con cui si ha a che fare, infatti, sono legati al buddismo zen, al confucianesimo o addirittura allo shintoismo. Sono dunque visite imprescindibili testi come il Sutra del Loto (BUR), un canone del Buddhismo Mahāyāna che ha avuto notevole fortuna in Giappone, tanto che alcune scuole zen come quella di Nichiren ne considerano lo studio sufficiente a realizzare l’illuminazione – per i più pigri basta addirittura ripetere il titolo: a questo arriva la sublime sintesi giapponese. È inevitabile anche la lettura di Beyond Thinking, guida filosofico-pratica alla meditazione scritta dal maestro Dogen, che nel 1227 fondò una delle scuole più importanti dello Zen (Sōtō). Accanto alle istruzioni per la meditazione seduta (zazen), il manuale di Dogen applica il metodo del Grande Dubbio sin dalle prime righe: «Il viaggio essenziale segue ogni via; come potrebbe richiedere solo la pratica o l’illuminazione? L’insegnamento essenziale è sempre disponibile; come potrebbe essere necessario uno sforzo? Lo specchio è privo di polvere; perché lucidarlo? Nulla è separato da questo luogo; perché abbandonarlo?». E poco dopo, nell’esemplare stile contraddittorio di questa scuola filosofica: «respira ed espira completamente, fai oscillare il tuo corpo a destra e a sinistra. Ora siediti immobile e pensa senza pensare. Come si pensa senza pensare? Non pensando». Questa è l’arte essenziale dello zazen». Per avvicinarsi alla ricca aneddotica Zen può essere utile anche la lettura delle 101 Storie Zen (Adelphi). Eccone un assaggio:

Uno studente domandò a Sozan, un maestro cinese di Zen: «Qual è la cosa più preziosa del mondo?». Il maestro disse: «La testa d'un gatto morto». «E perché la testa d’un gatto morto è la cosa più preziosa del mondo?» insistette lo studente. Sozan rispose: «Perché nessuno può dirne il prezzo».

E ancora, la mia preferita:

Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo. La tigre lo fiutava dall'alto. Tremando, l'uomo guardò giù, dove, in fondo all'abisso, un'altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!

Per uno sguardo d’insieme, invece, è utile leggere il più celebre traduttore dello zen per gli occidentali, D. T. Suzuki (Lo zen e la cultura giapponese, (Adelphi), mentre a chi preferisce una lettura più breve consiglio La via dello zen (Feltrinelli) del filosofo inglese Alan Watts. È difficile riassumere una filosofia che ha fatto della sintesi una forma poetica (l’Haiku), ma potrei suggerire che questa originale fusione di buddismo e taoismo indirizza chi la pratica all’idea che il senso di ogni cosa è la sua mancanza di senso. Qualunque scopo ci si prefigga è aleatorio, che si tratti di prendere il té, uccidere un nemico in battaglia o meditare seduti; l’importante è smarrirlo e smarrirsi, per riconoscere il nulla che sottostà a ogni realtà. Per lo Zen, come per Platone, siamo tutti illuminati, dobbiamo solo accorgercene.

La storia di Genji di Murasaki Shikibu

Immaginata come intrattenimento per la parte femminile dell'aristocrazia, l'opera di Murasaki non è solo diventata il «classico tra i classici» della letteratura giapponese, ma un classico della letteratura mondiale.

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Quella giapponese era (e in parte è) una società patriarcale e purtroppo nella mia gita ho incontrato solo una donna, Murasaki Shikibu. Non si tratta però di una figura secondaria, perché questa dama di corte dell’Imperatrice Shōshi ha scritto quel che si può forse definire il primo romanzo della storia, La storia di Genji. In questa raffinata narrazione psicologica, il bellissimo principe Genji passa il suo tempo a innamorarsi di chiunque e inviare poesie d’amore al ritmo in cui oggi si inviano messaggi al telefono – fino a cogliere l’infinita vanità del tutto, nella versione giapponese di “mono no aware”. Il percorso del principe non ci deve stupire, perché In Giappone la filosofia permea ogni gesto, dal bere un sorso di té (Lo zen e la cerimonia del tè, Feltrinelli) all’arte della guerra – una tappa importante di questa gita, infatti, è il codice dei Samurai (bushidō).

Lo Zen non incita ad abbracciare la carriera militare, ma una volta intrapresa può fornirle un grande sostegno. Nelle parole di Suzuki, il suo apporto è duplice: «da un punto di visto etico in quanto prescrive di non volgersi indietro una volta scelta la strada da seguire; da quello filosofico in quanto manifesta la medesima considerazione nei confronti della vita e della morte». L’intreccio di filosofia, guerra e religione tocca i vertici nella disciplina del samurai, che nel dedicare la vita al suo padrone dimentica se stesso e la morte, perché «la spada ha un duplice compito: distruggere ogni cosa che si opponga alla volontà di chi la impugna e sacrificare tutti gli impulsi che nascono dall'istinto di autoconservazione».

Tra i più celebri samurai abbiamo Miyamoto Musashi, nato forse nel 1584, che traccia una breve panoramica della sua vita nel Libro dei cinque anelli (BUR) – o meglio della sua vita secondo lui, perché nel testo non si esime da esagerazioni. La sua fama dei sessanta duelli senza mai una sconfitta, ad esempio, glissa sul fatto che molti degli avversari erano adolescenti poco allenati. A questo guerriero senza maestro comunque si deve un testo che mescola strategia militare a intuizioni buddiste, in cui il guerriero si pone al di là del bene e del male, fino a raggiungere la consapevolezza che, come recitano le ultime pagine del libro, «la mente è il vuoto». È però a un altro samurai che dobbiamo una delle più celebri opere filosofiche sull’arte della guerra, Hagakure (Einaudi), in cui si condensa l’essenza del bushidō. «Ho scoperto che la Via del samurai consiste nella morte» e ancora «Ogni mattina e ogni sera dovremmo continuamente pensare alla morte, sentendoci già morti da sempre; in tal modo, saremo sempre liberi di muoverci». Il samurai, come il buddista, ha un solo nemico, l’identità, ed è contro di essa che combatte la più grande battaglia.

Hagakure di Yamamoto Tsunetomo

La Hagakure è una delle opere piú significative tramandateci dal Giappone. Sotto forma di aneddoti, consigli, ricordi, storie, aforismi, che per secoli hanno formato l'anima e affilato la spada del samurai, trasmette il "codice" del guerriero giapponese, legato da un patto indissolubile di obbedienza al suo signore feudale.

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Lo stacco dall’epoca dei samurai a quella contemporanea è netto e come dicevo risale ai primi del novecento, quando l’influsso degli stranieri si fa ben più pressante. I giapponesi hanno ora accesso alla cultura occidentale e di conseguenza cominciano anche a studiare la filosofia europea e americana. Nasce la scuola di Kyoto, una cerchia di filosofi purtroppo poco studiati nelle nostre università. Una ricognizione su questi pensatori si trova in Filosofi del nulla di James W. Heisig, ma cercherò di presentare brevemente le tre figure che più mi hanno colpito, il fondatore della scuola, Nishida Kitarō, Shūzō Kuki e Nishitani Keiji.

La straordinaria originalità del primo sta nell’aver fatto in un certo senso il percorso opposto di Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger e molti altri. Laddove questi hanno sviluppato un pensiero occidentale sotto il forte influsso della filosofia orientale, Nishida inserisce questi (e altri) filosofi assieme alla religione cristiana nella cornice dello Zen. Ne nasce una filosofia profondamente imperniata sull’idea di vuoto/nulla/vacuità e sulla natura relazionale delle cose. «Non si può determinare questa cosa singola semplicemente dicendo che questa cosa è una cosa singola. Si può dire che una certa cosa è quando viene determinata dalla relazione con tutte le cose. La cosa singola viene determinata in quanto cosa unica a partire da tutte le relazioni», scrive in Problemi Filosofici (Marsilio). Ne consegue, come nel filosofo buddhista Nagarjuna, che le cose non hanno alcuna identità intrinseca e che «qualcosa che ha distrutto ogni relazione è qualcosa di indeterminabile». Il “vero nulla” è il Luogo (Mimesis) dell’essere, il suo sfondo, per così dire. Nishida non parla del nulla che nega un essere particolare, perché questo nel suo contrapporsi a qualcosa è comunque qualcos’altro («Per esempio, ciò che di contro al rosso non è rosso è a sua volta un colore»). Il suo è il “vero nulla”, ciò che contiene essere e nulla: il filosofo sembra così tradurre e sviluppare in linguaggio filosofico occidentale la Śūnyatā buddista.

D’altra parte la traduzione di alcuni concetti peculiari della cultura giapponese non è un’impresa semplice, come dimostra la lettura de La struttura dell’iki (Adelphi) di Shūzō Kuki, un saggio dedito interamente alla traduzione del termine “iki” per noi occidentali. Solo alla fine di un affascinante percorso attraverso l’uso di “iki” il filosofo ne dà una definizione: «attrattiva erotica (seduzione) capace di sprezzatura (rinuncia) e dotata di tensione (energia spirituale)». Chi non ha letto il saggio e trova la definizione piuttosto oscura sappia che anche dopo averlo letto non ho ben capito cosa sia questo “iki” – ma non è colpa dell’autore, è davvero un’idea poco traducibile. La mia personale traduzione si avvicina alla parola italiana “sofisticato”. È iki qualcosa che nel suo essere un po’ brutto risulta bello e dunque tragico. Oppure, è iki il confine tra pornografia ed erotismo.

Problemi fondamentali della filosofia di Nishida Kitarō

Nishida illustra gli esiti del proprio pensiero a partire da alcuni problemi fondamentali della filosofia, quali coscienza, tempo, persona, luogo, mondo, agire, corpi. Si giunge così ad affrontare una delle questioni cruciali del pensiero contemporaneo, ovvero la possibilità per la filosofia occidentale di rimettersi ancora una volta radicalmente in gioco aprendosi a un orizzonte più ampio dei suoi confini tradizionali.

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Come ultima tappa di questo viaggio voglio parlare di quella che è stata forse la mia lettura preferita, Nishitani. Discepolo di Nishida, grazie a uno stile più narrativo porta ancora oltre l’idea di nulla, in un confronto continuo tra nichilismo, religione, scienza e filosofia. Il suo capolavoro è La religione e il nulla, il cui incipit mi ha fatto subito innamorare:

«Che cos’è la religione?», ci chiediamo. O, da un’altra visuale, «qual è lo scopo della religione? quale bisogno ne abbiamo?». Benché possa suonare familiare, la domanda circa il bisogno di religione racchiude un problema. Da una parte, la persona che pone la domanda, della religione non sembra avvertire il bisogno: il fatto stesso di porre la domanda equivale all’ammissione che la religione non sia ancora diventata una necessità. D’altra parte, però, è della natura stessa della religione l’esser necessaria proprio ad una siffatta persona. Dovunque si trovino persone che pongono queste domande, là c’è anche un bisogno di religione. In breve, il nostro rapporto con la religione è contraddittorio: è necessaria proprio alla persona per la quale non è una necessità. Di nessun’altra cosa si può dire altrettanto.

Nishitani ha un approccio più personale del maestro e i problemi che pone non hanno la veste di elucubrazioni intellettuali ma di questioni di vita o di morte – un tratto che ne tradisce la formazione buddista, ma che lo avvicina anche a filosofi come Sartre, Kierkegaard o Nietzsche. Per Nishitani l’aspetto perverso, insensato e tragico della vita è un fatto innegabile e il nichilismo è l’unico approdo per chi non distolga lo sguardo dalla domanda esistenziale: «se si può dire che la vita e le cose sono reali, allora sono ugualmente reali anche la morte e il nihilum. Dovunque ci siano esseri finiti – e tutte le cose sono finite – là c’è necessariamente il nihilum; dovunque ci sia vita, là necessariamente c’è morte». E ancora, «quando l’orizzonte del nihilum si apre sul fondo della nostra vita, ha luogo l’occasione di una radicale conversione: dal modo d’essere ego-centrico (o antropocentrico), che chiede sempre quale utilità abbiano le cose per noi (o per l’uomo), all’atteggiamento che chiede a che scopo noi esistiamo. Solo quando ha luogo questa occasione, la domanda «che cos’è la religione?» diventa realmente nostra».

Il nichilismo di Nishitani, vissuto e sofferto attraverso una reale depressione, rifiuta il nulla sartriano per risolversi nel tipico capovolgimento buddista. Non riesco a spiegarlo meglio che mediante le parole dell’autore (che poi è il miglior complimento a uno scrittore):

«Ciò di cui sto parlando è il momento in cui il nihilum, che sta nascosto come una realtà al fondo del sé e di tutte le cose, si fa presente al sé come realtà; in modo che la propria esistenza, insieme con l’essere di tutte le cose, diventa un solo unico e immenso dubbio. Quando si dilegua la distinzione tra dubitante e dubitato, quando il campo di quella differenza viene oltrepassato, il sé diventa il Grande Dubbio». Grande dubbio che «va ancora oltre la vacuità propria della «visione nichilistica», la vacuità che nientifica, richiamandosi invece a quella vacuità assoluta nella quale viene svuotata la stessa vacuità nichilistica». Il nulla è una forza negativa che distrugge e svuota di senso il mondo, ma, come in Nishida, il “vero nulla” annulla anche se stesso e rappresenta lo sfondo di qualunque esistenza, al di là del bene e del male.

Vorrei proseguire questo viaggio, ma la mia era solo una breve gita – spero però che questi resoconti abbiano incuriosito altri viaggiatori. Molti studiosi sostengono che l’essenza della filosofia orientale sia impenetrabile agli Occidentali, ma è possibile che valga anche il viceversa; in questo caso per una reale comprensione ci si deve trovare a metà strada, nel luogo in cui le due parti si incontrano e cercano di tradursi l’una per l’altra.

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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