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L'unica speranza è il conflitto. Conversazione con Sandro Veronesi

Di Matilde Quarti • marzo 22, 2021

Sandro Veronesi, scrittore di lungo corso, autore amatissimo di romanzi in cui gioca con l'interiorità dei personaggi, costruendo complessi mondi interiori, senza mai stancarsi di sperimentare soluzioni narrative e stilistiche differenti. Alcuni lo ricorderanno per il suo romanzo più famoso, Caos Calmo (Bompiani, 2005), con cui vinse il Premio Strega 2006, ma i lettori più affezionati lo seguono dal suo esordio Per dove parte questo treno allegro (Theoria, 1988), passando per titoli come Gli sfiorati (Mondadori, 1990), La forza del passato (Bompiani, 2000) o XY (Fandango, 2010), e arrivando a Il colibrì (La Nave di Teseo, 2019), che gli è valso una seconda vittoria al Premio Strega, nel 2020.

Nonostante la fama consolidata negli anni, Sandro Veronesi non è mai stato avaro nel raccontarsi e si è sempre aperto con molta generosità ai suoi lettori, parlando di scrittura, letteratura, e lasciandosi andare a incursioni nell’attualità, senza lesinare critiche a sistemi politici che non lo rappresentano e sostenendo attivamente il progetto dell’Ong Mediterranea e delle altre navi occupate nel salvataggio dei migranti nei nostri mari.

Abbiamo chiacchierato con lui di letteratura, di dolore, di politica e, soprattutto, di futuro.

Sandro Veronesi - foto di Marco Delogu

Partiamo dal tuo ultimo romanzo: nel Colibrì “l’uomo nuovo” che contribuirà a un cambiamento epocale nel mondo in realtà è una donna.

Il nostro sistema non accetta ancora la vera parità, l’uguaglianza tra uomo e donna in tutti gli aspetti. Alcune cose, lo dico da padre e da marito, sono comunque entrate nella vita quotidiana della gente (anche se non di tutti): cose che, quando ero piccolo, mio padre non si sarebbe neanche lontanamente sognato di fare, io le faccio tutti i giorni da ormai trent’anni. Mi sembra anche più “seducente” non ripetere il modello superato del maschio che in famiglia si manifesta soltanto per questioni importanti e lascia l’incombenza delle cure quotidiane alla donna. Con Il colibrì mi è sembrato necessario dare qualche spallata a questa situazione di mancata uguaglianza. Poi, mentre scrivevo, ci sono stati degli avvenimenti che possono sembrare avermi ispirato, quando invece non sono stati altro che il fatale compiersi di qualcosa di prevedibile, per esempio Greta Thunberg. Greta Thunberg è una donna e, in quel momento, era un’adolescente. Nel Colibrì, di pari passo, io metto l’accento sulle donne e sui minorenni, due categorie che contano troppo poco (o, come capita agli adolescenti, quasi zero) nella gestione di un mondo che non è stato preservato da chi l’aveva in mano. Dunque la persona ideale che deve ereditare questo mondo per me è donna e adolescente.

E allora parliamo di adolescenti. Nel Colibrì si accenna anche a un conflitto generazionale.

L’unica vera speranza di cambiamento è costituita dai conflitti, che oggi sono molto pochi. Il più importante mi sembra sia quello sull’uso che i minori fanno dei social e che molti adulti, pur utilizzandoli ugualmente, stigmatizzano. Ecco, lì secondo me c’è una speranza: la speranza che, servendosi bene di questi strumenti, i ragazzini rompano la continuità con i propri genitori da un punto di vista storico, politico, sociale. La rottura generazionale deve esserci, altrimenti il mondo diventerà invivibile. Il giorno in cui ci sarà il diritto di voto per i sedicenni e un governo col 70% di donne avremo operato un vero cambiamento.

Potremmo dire che i social siano il teatro di una lotta: sono un luogo di denuncia sociale, ma sono anche stati cruciali per sdoganare i populismi o diffondere fake news.

Non certo per colpa degli adolescenti. Quello di cui parli è l’uso perverso che gli adulti e le persone di potere fanno dei social network. In questo momento i social rappresentano l’unico luogo dove gli adolescenti sono liberi di comunicare fuori dal controllo di professori, istituzioni o famiglia e, secondo me, rappresentano una speranza perché non ospitano le stesse discriminazioni della società. Certo, se sono utilizzati male possono fare dei danni, ma se usati bene possono cambiare le cose: non esistono differenze tra uomini e donne, il potere è distribuito, gli adolescenti hanno voce quanto gli adulti. Rappresentano l’opportunità di azzerare in un solo colpo le gerarchie, le proporzioni uomo-donna a favore dell’uomo e quelle adulto-adolescente a favore dell’adulto. Può essere un punto di partenza, forse sopravvalutato, per concepire la stessa parità anche fuori da internet.

E Sandro Veronesi che rapporto ha con i social? Dall’inizio di gennaio sul tuo profilo Twitter consigli un libro al giorno.

Prima utilizzavo Twitter più che altro per esprimere posizioni politiche, ma anche disperdendomi in una serie di manifestazioni di libero pensiero che lasciavano un po’ il tempo che trovavano. Mi è sembrato più giusto, essendo da più di quarant’anni uno scrittore e un lettore, restituire ogni giorno un libro per me importante. È anche un esercizio di disciplina. Ma l’uso che faccio io dei social network non fa testo, ho solo Twitter, non ho tempo di seguire altri account. Ogni tanto (o spesso) Twitter mi restituisce una fotografia abbastanza vomitevole della gente, perché si innesca un processo che va a creare i cosiddetti “leoni da tastiera”, che altro non sono che poveretti che insultano tutti, ma non credo che, senza Twitter o Instagram, queste persone sarebbero migliori. Sono persone rovinate, che esprimono un disagio: non hanno ascolto e lo cercano nel modo sbagliato, approfittando di una possibilità che prima non c’era. Ammiro chi non ha account, però penso che se i social fossero esistiti negli anni Settanta, forse il mondo sarebbe davvero cambiato. Se ci fosse stato questo modo di comunicare, senza l’intermediazione pesante della distribuzione e dell’informazione, insieme all’energia che circolava al tempo, forse il mondo sarebbe cambiato, perché ci eravamo già arrivati molto vicino. Con questi strumenti, una certa mentalità che è sopravvissuta (e che in parte ancora sopravvive), magari sarebbe crollata.

Dai tuoi romanzi emergono tante storie di genitorialità e paternità, cosa vuoi raccontare attraverso questi rapporti?

È una domanda alla quale potrò forse rispondere compiutamente alla fine della mia vita. Ho cominciato a parlare di padri e figli quando ero figlio, ma senza chiedermi perché lo facessi, mi sembrava semplicemente il mondo giusto da attraversare con il racconto. Poi ho cominciato a capire che il mondo è genitori e figli. L’essere umano vive una gamma enorme di emozioni, dalla gioia alla disperazione, ma sempre all’interno di un nucleo che è composto essenzialmente da genitori e da figli. E il resto è composto da altri nuclei di genitori e di figli. È questo di cui si deve parlare, altrimenti si racconta un mondo di orfani.

Altri tuoi testi sono accomunati dalla riflessione sul dolore, da cosa nasce l’esigenza di raccontare il dolore?

Mi deve essere rimasto in canna il dolore dai romanzi precedenti, perché prima non avevo avuto il coraggio, o la voglia, di infilarci le mani fino in fondo. Con Il colibrì ho avuto quel coraggio e ho ripulito la cantina da incrostazioni di dolore che non erano del tutto visibili, anzi, se non ci avessi scritto intorno magari non le avrei neanche viste. È la ragione per cui in questo romanzo c’è più dolore, mentre negli altri rimandavo al futuro l’elaborazione compiuta del tema: arrivavo fino a un certo punto e poi mi fermavo. Invece con XY e adesso con Il colibrì ho infilato mani, occhi e testa nelle zone più anguste e meno confortevoli, dove dovevo fare i conti con il mio dolore, ma anche con il dolore di tutti. Perché il dolore è di tutti, come gli accendini, come gli ombrelli. Arriva attraverso canali imprevedibili, anche quando non è necessariamente il tuo dolore personale, ma quello di un altro che decide di saltarti addosso.

Ti sei fatto un’idea di quale sia il modo corretto di raccontarlo, questo dolore, sia per chi scrive sia per chi legge?

È un problema tipicamente letterario: esiste una pornografia del dolore che ho sempre cercato di evitare. Bisogna rischiare, arrivarci vicino, ma evitarla, perché è una specie di trucco, una caricatura. D’altra parte bisogna anche prestare attenzione ai lettori, che sono tutti diversi tra loro e possono accogliere diverse quantità di dolore. Ci sono persone che hanno una soglia di sopportazione del dolore nelle opere più alta e altre che hanno una soglia più bassa. Io, per esempio, fin da quando ero piccolo, ce l’ho bassa. I miei genitori non sono neanche riusciti a farmi vedere La carica dei 101: ci hanno provato tre volte e io mi rifiutavo sempre di andare oltre il momento in cui i cuccioli vengono rapiti. Non riuscivo a sopportarlo e anche se i miei genitori mi assicuravano che andava a finire bene, io volevo uscire dal cinema.

E alla fine sei riuscito a guardarlo?

Solo quando l’ho dato in pasto ai miei figli, timoroso su come potessero reagire, ma loro lo hanno visto senza problemi. E da adulto mi è successa la stessa cosa con un romanzo: Bambini nel tempo, di Ian Mc Ewan, che poco oltre la ventesima pagina propone un passaggio che, in quel momento, non ero disposto ad affrontare: racconta di un uomo che va al supermercato con la figlia di quattro anni e la perde. Dopo averla cercata in tutti i modi possibili, l’uomo torna a casa, con la spesa ma senza la bambina, e lo deve dire alla moglie. In quel punto mi sono arrestato, in quelle pagine era concentrata una quantità di dolore per me eccessiva. Poi un anno dopo l’ho ripreso in mano, ed è tra romanzi più belli che abbia letto in vita mia. Ecco, come me ci sono tanti lettori: se concentri troppo dolore in un punto e lo proponi in modo brutale, può darsi che un lettore ceda, che non riesca ad andare avanti. Ed è la ragione per cui nel Colibrì ho frantumato il tempo e dato assoluta libertà alla narrazione senza tenere minimamente conto della cronologia. Togliendo la cronologia non esiste un punto preciso in cui si scarica il dolore, perché è già ripartito, perché si è già avuto modo di vedere cosa succede dopo e che è stato in qualche modo superato.

È un’accortezza nei confronti del lettore.

Nei confronti del lettore ma anche dell’autore, perché anche come autore non riesco a scrivere certe parti. Se devo passare per punti di grande dolore, devo averlo già stemperato, non deve schiantarmisi addosso, altrimenti quelle pagine non le scrivo.

Un’altra caratteristica della tua scrittura è l’analisi dei personaggi: spesso tendi a leggere le loro azioni in relazione ai sommovimenti del loro mondo interiore.

Se si leggono gli autori della tradizione ottocentesca, non necessariamente i grandissimi e non necessariamente i loro capolavori, c’è sempre un soffio costante di filosofia, sono nutriti di filosofia. Era una pratica importante per le persone colte, i letterati, gli umanisti; fino al Novecento la filosofia è stata uno strumento basilare, poi da Freud in avanti il suo posto è stato preso dalla psicanalisi, da Jung, a Lacan a Bion, a una quantità di altri interpreti. La lettura - per puro piacere - di libri di psicanalisi, mi ha portato a sviluppare delle strutture di pensiero che si riflettono anche nel mio modo di raccontare. All’incirca dal terzo romanzo in poi tutti i miei personaggi hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con il dolore mentale strutturato, contro il quale si può combattere solo con le “armi chimiche”, dunque i farmaci, o con l’analisi.

Invece con Cani d’estate ti sei esposto in prima persona contro l’abbandono dei naufraghi migranti in mare. L’impressione è che, nonostante l’impegno di singoli cittadini e nonostante i continui cambi di governo, manchi ancora la dovuta attenzione ai processi migratori.

Da parte dei governi c’è inerzia, c’è un atteggiamento del tutto inadeguato riguardo alla migrazione, un fenomeno che, con i cambiamenti climatici, si è intensificato. E per colpa di questo atteggiamento esiste ancora - chi frequenta i social network lo sa - la banalizzazione a slogan come “buon appetito ai pesci”, che fioccano tutte le volte che si parla di un salvataggio in mare: un atteggiamento orrendo, che mi sembra molto peggiore di come sono realmente le persone che lo esprimono. Questa politica da un lato produce un Salvini, che conia un immaginario di “crociere” e “è finita la pacchia”, trascinandosi dietro i propri fan, ma dall’altro non produce un equivalente eguale e contrario, che invece spieghi la situazione ed elabori atteggiamenti nei quali riconoscersi.

Per esempio?

Basta ricordare la vicenda dei boat people. Si trattava di cittadini sudvietnamiti che, dal 1976, sono fuggiti dopo l’invasione del Paese da parte del Vietnam del nord. Queste persone, imbarcate nelle acque dell’Oceano Indiano, si sono trovate a vivere sulle barche per mesi perché nessuno voleva accoglierli, né l’Indonesia, né la Corea, né l’Australia. E il governo italiano (e parlo di Andreotti, Evangelisti, Cossiga, non certo di Don Milani) ha predisposto delle navi da guerra per salvare queste persone, un migliaio, e portarle in Italia, facendole entrare dalla porta principale: Venezia. Quando arrivarono, trovarono tutte le barche pavesate a suonare le sirene per dargli il benvenuto. Era il 1979.

Quindi secondo te il problema è principalmente politico.

Diamine! Poi si può pensare che sia stato un comportamento strumentale, conoscendo Andreotti avrà fatto i suoi conti prima di decidere, ma sicuramente non osavano costruirsi un consenso prendendosela con queste persone. Il consenso lo hanno costruito salvandole. Adesso, invece, sembra che i conti tornino solo a chi li fa sbagliati. Salvini sostiene il governo Draghi? La solfa sulla difesa dei confini la ripete la Meloni. In termini numerici, le persone salvate dai naufragi non spostano minimamente la questione, ma sono cinquanta persone vive anziché morte. Solo che nessuno riesce a costruire una retorica positiva su questo.

Insomma non è cambiato niente.

No, non è vero che non sia cambiato proprio niente. Intanto Salvini non è più ministro e l’atteggiamento nei confronti delle navi Ong è cambiato un po’, forse ipocritamente, ma è cambiato. E soprattutto c’è una quantità piccola ma apprezzabile di politici che ha cominciato a prestarci attenzione, mentre nel luglio del 2018, a salire sulle navi Ong, c’erano sono Palazzotto e Fratoianni, di Sinistra Italiana.

Ti sembra che il tuo mestiere abbia ancora un’influenza sulla società?

L’influenza come scrittore non l’ho mai avuta, ma non l’ha mai avuta nessuno. L’ultima immagine che ricordo di Alberto Moravia (che pure conoscevo personalmente, perché lavoravo a Nuovi Argomenti, che lui dirigeva) è di un’intervista televisiva, nella quale gli chiedevano proprio questo: quanto conta uno scrittore nella società? Ricordo ancora la mano ossuta di Moravia che faceva questo [Veronesi mima uno zero con la mano. n.d.r.] e il suo occhio grigio dentro lo zero. Ed è ancora così: conta zero. Ti leggono, ti ammirano, ma non ti ascoltano. Il discorso è sempre stato: ti faccio pubblicare, sei libero di fare quello che vuoi, anche di insultare il potere, di guadagnarci sopra, di vincere i premi, ma ascoltato no. Gli scrittori non sono mai stati ascoltati, al massimo vengono assimilati ai cantanti, ai ballerini, ai trapezisti, degli entertainer insomma. Se fai l’attivista [Veronesi si è esposto attivamente per il progetto dell’Ong Mediterranea. n.d.r.], in quel caso conti un po’ di più, ma semplicemente perché conosci altre persone con una certa presa sul pubblico che riesci a coinvolgere. Perché conta molto anche quello, conta chi ci mette la faccia, chi ci mette il corpo e sfida quelli che ripetono: “Scrivi e stai zitto”; “Canta e stai zitto”. Per esempio, a Emma Marrone sono stati rivolti questi insulti. Ma lei è stata molto coraggiosa, ed è stata ricompensata dal fatto che non si è trovata sola: ha ricevuto centinaia di messaggi di solidarietà da persone, famose o no, che si battono per le stesse cose.

È da questa esperienza come attivista, però, che nasce Cani d’estate, e si torna al tuo lavoro di scrittore.

Con altri autori che in quel periodo facevano attivismo abbiamo deciso, a prescindere da come sarebbe andata l’esperienza, di scriverci sopra. Non sono stato il solo, ci sono state per esempio Elena Stancanelli, Michela Murgia, Caterina Bonvicini. Quei libri non saranno dei successi internazionali, ma sono una testimonianza, a questo punto letteraria, scritta, distribuita e tradotta. Però è chiaro che si tratta di libri che parlano a chi è interessato, le persone che non si sentono coinvolte li evitano. Ma va bene così. Io mi sono rivolto a quella parte già formata della società che ha bisogno di un nutrimento del genere per dare più forza alla propria azione.

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Matilde Quarti è nata nel 1987 a Milano, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e cultura per Panorama.it, Il Libraio, Club Milano e altre riviste. Le piacciono i classici, l'est Europa, e le vecchie storie della ligera.

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