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'Cosa pensavi di fare?' Un'intervista a bivi (senza fine)

Di Federico di Vita • settembre 23, 2020

Cosa pensavi di fare?, l’esordio del critico letterario Carlo Mazza Galanti – autore nel 2019 per minimum fax di Scuola di demoni: conversazioni con Michele Mari e Walter Siti – è un sorprendente libro-game intriso di amara ironia e sorretto da un’acutissima visione sociologica, che passa in rassegna, per mezzo delle possibilità offerte a un protagonista cinico e disincantato, quelle che sono le possibilità che si dispiegano dinnanzi a chiunque si sia laureato in una materia umanistica e oggi abbia tra i trenta e i quarant’anni. Il primo romanzo di Carlo Mazza Galanti è insomma un libro sul precariato, generone temibilissimo particolarmente in voga negli anni tra il 1995 e il 2010 e di cui, per fortuna, non sentivamo parlare da un po’. La prova di questo libro tuttavia sa sorprenderci proprio grazie all’acutezza dell’autore, che nel suo incastro combinatorio – una scelta che deve moltissimo alla lezione dell’Oulipo, a partire dagli esempi di Georges Perec e a Un conte a votre façon di Raymond Queneau – riesce a tenere insieme l’amarezza di una generazione destinata in un modo o nell’altro a finire sempre in un vicolo cieco; a una costante ironia latente, costituita dal meccanismo stesso del volume, che funziona proprio come un gioco. Il disincanto e perfino in senso più ampio il destino toccato in sorte alla generazione del cognitariato, sembra dirci Mazza Galanti, con un po’ di consapevolezza può anche essere affrontato col sorriso sulle labbra, e se vogliamo illuminare il nostro tunnel con un barlume possiamo farlo, purché riluca di un’algida luce un po’ guasta.

Cosa pensavi di fare? è così – sin dalla struttura, che offre solo l’illusione della scelta (siamo agiti dalla mano dell’autore, che ci ammonisce chiromantica sin dall’epigrafe) – una riflessione sul libero arbitrio, che in certe condizioni nella società italiana contemporanea appare di fatto predeterminato fino al punto di non darcela una vera scelta. Un’interpretazione un po’ calvinista questa di Mazza Galanti, e che tuttavia si è rivelata perfetta per cucire alla sua generazione un romanzo che così su misura ancora non si era visto. Siamo la generazione del new italian epic fail, come l’ha definita Raffaele Alberto Ventura, e nei 57 capitoli di questo libro possiamo anche provare a destreggiarci tra le nostre vicissitudini nelle sezioni Lavoro, Vita e Amore, ma non aspettiamoci troppo di più di “un tornaconto simbolico e qualche spicciolo di visibilità”, magari tentando di evitare di fare “La fine del puttaniere” (o magari no, se vi piace l’idea).

Sebbene ancora poco frequentato il genere dei libri-game non è fermo ai vecchi Lupo solitario o alle storie a bivi di Topolino, il Saggiatore – lo stesso editore di Mazza Galanti – ha pubblicato infatti pochi mesi fa The Apocalypse Game di Rob Sears, un volume che rispondendo a un meccanismo non molto diverso chiede al lettore, sin dal sottotitolo, di decidere come far finire il mondo con Trump, Putin e Kim Jong-un, e in fondo perfino questo pezzo che state leggendo ha questa forma (che coincidenza), prosegue infatti con un’intervista a bivi con cui prometto – se avrete la pazienza di seguire pedissequamente le mie istruzioni – di intrattenervi per sempre.

Cosa pensavi di fare? di Carlo Mazza Galanti

«Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del capitalismo occidentale».Cosa fai? È una situazione tipica di una generazine intera, quella dei trentenni che si sono scoperti “classe creativa”. Ed è anche l’inizio di Cosa pensavi di fare?

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DOMANDA N. 1

Beati monoculi in terra caecorum
. Prima di aprire il tuo libro avevo un enorme timore perché di fatto dichiaratamente afferente al genere dell’(auto)biografia precaria. Poi invece mi è piaciuto, tanto che ti chiedo: come ci si sente ad aver scritto il più bel romanzo del genere più brutto degli ultimi trent’anni?

Non sono proprio sicuro che sia un complimento, ma grazie. È vero che il genere “romanzo sul precariato” è stato così inflazionato che a un certo punto, per fortuna, è quasi completamente scomparso. Mi sono guardato bene dal mettere la parola “precario” nel titolo e nel sottotitolo, ma è bastata la quarta di copertina (che non ho scelto io) per ricondurlo in quell’alveo. D’altronde è innegabile che parli di quello, e che il mio libro assomigli a una versione ludico-narrativa dell’Uomo flessibile di Sennet. Se mi sono deciso a tornare sul tema del precariato è per due ragioni: uno, perché è passata la moda ma la precarietà nei suoi diversi aspetti continua indubbiamente a essere il tratto più saliente della nostra vita; due perché mi è parso di avere in mano una ricetta formale abbastanza originale da non destare reazioni tipo “Che palle, eccone un altro”. Ho cercato anche di non cadere nel lacrimevole, nel patetico o nell’indignato, come facevano molti di quei libri di qualche anno fa. La tonalità di fondo è modulata tra il rodimento e un distacco ironico che credo sia stato utile a capire cosa muove il personaggio. Per esempio il fatto che in certe sue incarnazioni tutto sommato non è così infelice, che accetta di buon grado di vivere in quello stato di eterna sospensione.

Se pensi che l’autore di un libro come questo non possa che essere un maniacale demiurgo corri alla Domanda n. 3.

Se per te la sua è un’idea di letteratura alta e riconoscibile, vai alla Domanda n. 4.

DOMANDA N. 2

Con un mio amico ci stiamo scervellando nella riscrittura di un romanzo che a ’sto punto manco so se uscirà mai, immaginati quante minchiate nel tempo ci sono venute in mente… Una di queste a un certo punto era di mettere due paginate fittissime di epigrafi, “tipo Moby Dick”. Alla fine abbiamo deciso che sarebbe stata un’assurdità da evitare, poi nel tuo libro trovo addirittura tre – e dico tre – pagine di eserghi + la mano di un chiromante + l’idea espressa nell’intervista a Gianluca Didino di aggiungere perfino un’altra epigrafe, poi scartata: “questa è un’autobiografia ma non è la mia”. Ti chiedo di giustificare questa pioggia di apparati paratestuali, affermando che avresti fatto bene a usare solo la citazione di Svevo che hai eliminato (ma la mia potrebbe essere invidia).

“È un’autobiografia ma non è la mia” era una bella citazione in effetti. Sulle epigrafi mi sono lasciato un po’ prendere la mano. Capisco la tua reazione: sembra che voglia appoggiarmi all’autorità di altri scrittori per sostenere la mia opera debole e traballante. A mia discolpa posso dirti che le epigrafi hanno un senso (almeno nella mia mente): il numero tre è ricorrente, fin dalla tripartizione del libro. Dunque tre epigrafi per sezione. Di cui una, la terza, di matrice pop (c’è la Fornero, Fabrizio Corona, Zuckerberg), serve a sdrammatizzare e collocare il testo in una certa atmosfera culturale, nello “zeitgeist” diciamo così. Le prime due invece hanno funzioni più tradizionali, tra cui quella di darsi un tono all’ombra dei grandi. Auguri per il vostro libro!

Grazie! A proposito di zeitgeist, se vuoi tuffartici a capofitto ti consiglio un giro sull’ottovolante della Domanda n. 11. Per un approccio più tradizionale ma non privo di grandi esempi letterari invece ti suggerisco di passare alla Domanda n. 6.

DOMANDA N. 3

La mano da chiromante credo che sia un’utile indicazione testuale. Ti sei divertito a giocare con i destini infilando il lettore sempre in frustranti vicoli ciechi? La tua aurea di Demiurgo (o Dungeon Master) è cresciuta?

Non ero un bravo Dungeon Master quando giocavo a D&D, ma in effetti nel libro il mio ruolo è stato un po’ quello. O quello del chiromante. Il disegno della mano è stato scelto dall’editore sulla base di un mio suggerimento. L’editore ha trovato questa tavola proveniente da un libro enigmatico di fine ottocento di un tale Dr Alesha Sivartha: The book of life che contiene una serie di disegni molto belli del corpo umano “mappato”, come la mano, con un’intenzione esoterico-sapienziale. A parte questo, la chiromanzia (oltre a ispirare la divisione in tre parti) mi serviva a creare un cortocircuito tra il tema della scelta e quello del destino: un po’ il motivo centrale del libro. Siamo davvero liberi di scegliere quello che scegliamo? Chi ha deciso il tavolo su cui possiamo giocare le nostre carte? Quale margine abbiamo per sparigliare le carte o abbandonare il tavolo?

Tutto ciò vale anche per te, lettore di interviste. Che tuttavia puoi scegliere tra le due opzioni che la mano chiromantica qui ti indica: alla Domanda n. 2 potrai scoprire come si comporta un Dungeon Master dei paratesti; alla Domanda n. 5, invece, indagare il labirinto sotteso a un vero e proprio libro-game.

DOMANDA N. 4

Il tuo è a pieno titolo un libro di letteratura potenziale che deve molto all’esperienza dell’OuLiPo, se qualche critico ti indicasse come nuovo membro dell’Opificio come reagiresti? (Già che ci sei dimmi qualcosa dei tuoi principali referenti letterari)

Per diventare un membro dell’Oulipo (o dell’Oplepo, la versione italiana) credo che si debba essere invitati dai notabili del gruppo stesso. Se capitasse mi farebbe piacere ovviamente. Ho mandato il mio libro a gente tipo Paolo Albani e a qualche altro membro dell’Oplepo ma ovviamente non a questo scopo. Sono curioso di sapere cosa ne pensano gli adepti della letteratura à contrainte. Che ti devo dire dei miei referenti letterari? Non ho una lista, una top ten, sono abbastanza onnivoro e ho cambiato gusti molte volte nel corso degli anni. A diciotto o diciannove anni Pavese mi sembrava il massimo. L’ultimo libro che mi ha davvero entusiasmato credo sia stato Lanark di Alasdair Gray. Tra Pavese e Gray ci passa davvero un intero universo. Quest’estate ho letto Camus, Diamond, Atzeni, Turgenev, Diogene Laerzio, Starnone. Gli autori che ho più approfondito in vita mia sono probabilmente francesi: Perec su tutti. Ma anche nel suo caso stiamo parlando di più di dieci anni fa.

Che Carlo Mazza Galanti entri o meno nella cerchia dell’Oplepo ora è il momento di immergerci nei suoi temi. Se il tuo cuore ti porta a inseguire la voce Amore vai alla Domanda n. 6. Al contrario se sei attratto dalla cupezza artistica il balzo da qui ti porterà alla Domanda n. 8.

DOMANDA N. 5

Il tuo romanzo è un libro-game, quali sono stati i libri del genere che ti hanno influenzato di più?

Neppure me li ricordo sinceramente i titoli dei librigame che ho letto quando avevo quindici o sedici anni. La loro influenza è stata solo formale. Più sostanziale è stata quella del succitato Perec, per esempio, che cercava di attribuire alle restrizioni che si autoimponeva nel testo (in fondo anche i bivi sono delle restrizioni) un significato e un valore centrale per il testo stesso. Scrivere un libro senza la E era un modo di mettere in opera la scomparsa dei genitori di cui parlava in qualche modo il romanzo. Così scrivere un libro a bivi è stato per me un modo di mettere in opera la condizione di incertezza e lo scarso margine di manovra a cui è va incontro una persona che negli ultimi anni si sia laureata in una facoltà umanistica e che abbia immaginato di poter mettere a frutto professionalmente il proprio percorso di studio.

Ti scandalizza che l’autore di un libro-game non ricordi neanche il titolo di un altro libro-game? La tua intervista prosegue alla Domanda n. 11. Se al contrario apprezzi questo ribaltamento delle attese, diciamo pure dei luoghi comuni, vai alla Domanda n. 9.

DOMANDA N. 6

Nella miriade di dettagli in cui chi è nato borghese tra trenta e quarant’anni fa e ha intrapreso una nefasta carriera nel vario mondo culturale italiano può ritrovarsi (bravissimo, io mi sono rivisto molte volte e credo ci sia anche la mia prossima uscita – per quanto è possibile vedere nel futuro – ovvero quella nel casale di campagna con un bel tavolaccio di legno in veranda e gli amici che ti vengono a trovare meno di quanto vorresti) mi pare manchi alla voce Amore proprio… l’amore. Perché?

Non direi che manca. Ne manca una versione romantica, idealizzata, senza ombre. L’amore c’è, solo che è difficile, vive in un territorio ostile, in condizioni di mera sussistenza. Ci sono quelli che stanno insieme da un sacco di tempo, quelli che se ne vanno a vivere in campagna come magari finirai a fare anche te. Quelli che fanno un figlio. Ci sono gli amici. Ci sono storie brevi ma non per questo da buttare nel cesso. L’amore romantico nasce come idea e fatto culturale nel momento in cui si afferma l’industrializzazione, l’individualismo, la società borghese. A me sembra che come costrutto culturale sia sempre più scoperto: in una società dove l’utilitarismo e l’economia comportamentale sono diventati i principali parametri etici è difficile continuare a decantare la comunione spirituale. Quello del mio libro è un mondo così. Quello dove viviamo è un mondo così. I personaggi sono profondamente influenzati da queste idee. Poi ho un certo pudore io, a parlare di queste cose. Per me farsi un selfie di coppia e metterlo sui social equivale a una versione socialmente accettabile di chaturbate. Allo stesso tempo non escludo assolutamente che le coppie che si esibiscono sui siti di porno streaming possano amarsi profondamente. La situazione è confusa, intricata, e non voglio dare un giudizio univoco di queste pratiche che caratterizzano la nostra condizione contemporanea meglio di come farebbe un sonetto dedicato a Laura. Nelle persone istruite della nostra generazione c’è anche una specie di ipertrofia della coscienza, un’abitudine all’autoriflessione che rende difficile la condivisione serena e quel riposare uno nell’altro che dovrebbe (credo) caratterizzare l’amore. Il modello hipster della storia d’amore tipo l’ultimo Kaufmann, con quei due che parlano parlano e non si capiscono mai, e poi confabulano vertiginosamente tra sé e sé, e il mondo fuori è una coesistenza quantistica e grottesca di mondi paralleli altamente instabili. Il disincanto diffuso nel mio romanzo ipoteca persino le rose che uno dei personaggi regala alla fidanzata: la lingua dell’amore romantico fiorisce nelle immense monocolture del Corno d’Africa su terre strappate ai coltivatori locali dalle multinazionali occidentali. Un laureato che legge i giornali e naviga in internet queste cose ormai le sa. Può non pensarci ma agiscono nel profondo. L’incanto è un traguardo difficile, una grazia. Il sospetto è più semplice e a portata di mano, è più realistico e forse più redditizio. La nostra società ci educa a questo realismo.

L’amore nella nostra generazione è una questione carica di compromessi e paradossi, ma il matrimonio? Scoprilo alla Domanda n. 7. Se da queste parole sospetti che l’autore non includa nel suo sguardo il tipo di amore che avevi in mente e vuoi scoprire se almeno vorrà regalarti un raggio di luce in fondo al tunnel, vai alla Domanda n. 12.

DOMANDA N. 7

Un altro esito che manca (e perdonami se parliamo di cose che nel libro non ci sono, ma data la sua esaustività sociologica sono per forza significative) e che francamente mi ha sorpreso è il matrimonio. Io per esempio sono sposato (mi prendo come parametro perché per ragioni anagrafiche e di formazione sono il target esatto del volume), e così tante persone che conosco della nostra generazione. Come mai questa scelta?

Non so, io di coetanei sposati non ne conosco poi così tanti. Negli ambienti che frequento è una cosa abbastanza rara. D’altronde se stiamo parlando di matrimonio civile il suo valore è quello di un contratto revocabile in qualsiasi momento. È un residuo formale di qualcosa che aveva un funzione sociale importante nel passato e che rientrava nella dimensione religiosa ed economica della vita. Oggi come si vive a partita iva così si ama senza eternità, con grande disincanto e senso pratico (quanti continuano a mettere in comune i propri patrimoni?). Al massimo puoi festeggiare la felicità del momento insieme agli amici. O puoi sposarti per darti un incentivo a figliare. In questo senso un matrimonio freak celebrato sulla spiaggia con sangria corretta all’mdma vale quanto quello col megabanchetto i frittini il book fotografico e il cantante, solo che costa meno. Tra l’altro in questo periodo di recessione e distanziamento credo che anche i dispendiosi matrimoni “tradizionali” vadano scemando.

Se ti piace l’idea di scoprire dove può portare questa mdma prosegui alla Domanda n. 10. Se invece ritieni che un precario debba trovare altri modi di fuggire ai vincoli della realtà cui è incatenato, continua con la Domanda n. 11.

DOMANDA N. 8

Molti lettori potrebbero notare l’amara cupezza media del testo, ma io ho trovato nei meandri delle possibilità un dettaglio che è completamente miracoloso. Collaborando con diverse testate – racconti in alcuni degli scenari e confermo con la mia esperienza – capita che alcuni articoli rimangano sospesi in eterno, tu al riguardo registri una frase che io non ho mai sentito pronunciare “Poi recuperiamo. Metto in pagamento” – ci stai dicendo che ti hanno pagato un pezzo non ancora uscito? Cos’è questo, un barlume di… speranza?

Il caposervizio dice che lo pagheranno ma non è detto che lo faccia davvero… Anzi il problema del recupero credito è abbastanza un’ossessione del personaggio nella sua declinazione di pubblicista freelance, traduttore, lavoratore dell’editoria. Quella frase risale a un periodo di mia collaborazione con un inserto di una grande testata italiana. Mi è stata detta davvero, come altre che cito in quel paragrafo. Il pezzo non è mai uscito e sinceramente nel mio caso non so dirti se sia mai stato pagato. Non so come faccia chi vive di collaborazioni, quanto tempo debba passare a scrivere ai commerciali e compilare notule. Comunque “barlumi di speranza” sono sparsi nel libro, ma sono appunto barlumi. Il tono, la tonalità emotiva dominante della narrazione non mi permetteva di concedere troppo al positivo. Non era solo una questione di pessimismo di fondo della mia visione, ma proprio di coerenza poetica, per così dire. Me ne sono accorto scrivendo: quando infilavo situazioni risolte il racconto non andava più avanti, s’intoppava, perdeva coerenza e interesse. A dire il vero questo aspetto me l’ha fatto notare per la prima volta Carolina, la mia prima lettrice nonché fidanzata, o compagna, o moglie, se preferisci.

Di barlume in barlume può valer la pena tentare di scoprire se il nostro protagonista ha qualche possibilità di godersi il tempo che gli è capitato di vivere, e per farlo non c’è modo migliore che leggere la Domanda n. 12. Se invece preferisci fargli fare un giro sulla ruota dell’Amore ti consiglio di tornare alla Domanda n. 6.

DOMANDA N. 9

Rovesciamo il tavolo dei luoghi comuni. Spesso si parla (a sproposito) di letteratura femminile, non trovi che il tuo libro possa essere un po’ il caso diametralmente opposto, cioè che possano tendenzialmente riconoscersi molto più gli uomini?

Non credo sia sempre a sproposito. Esiste una sensibilità femminile che spesso si riflette nelle cose che scrivono le donne. Non voglio assolutamente sostenere che sia genetica, o inevitabile, ma c’è. E quando un uomo (scrittore o non) riesce a mettersi nei panni di una donna, di solito si dice “Che bravo!”. Penso per esempio Starnone nella prima parte bellissima e durissima di Lacci (e infatti qualcuno insinua sia stata scritta o rivista dalla Ferrante, chissà). Per Cosa pensavi di fare?, l’esclusione del femminile è di nuovo determinata da ragioni di ordine estetico: è una specie di variazione intorno a un personaggio maschile scritta in seconda persona, quindi il punto di vista era in un certo senso vincolato. Ovviamente questo rende più difficile identificarsi per una lettrice che per un lettore. Ma a parte il fatto che molti elementi del personaggio non sono specificamente legati alla sua identità di genere, e quindi possono parlare anche a una lettrice in condizioni simili, non sono affatto sicuro che l’identificazione col protagonista sia il solo e il miglior modo di leggere un testo narrativo. Se un libro potessero capirlo solo persone simili al protagonista la letteratura diventerebbe una questione di marketing e profilazione commerciale, cosa che d’altronde tende a essere sempre di più, purtroppo. Madame Bovary ha avuto un grande successo anche perché molte donne si sono identificate con Emma (quante Emme devono il loro nome a quella povera signora), ma il punto di vista di Flaubert sul personaggio era tutt’altro che lusinghiero. Il lettore o la lettrice che colgono il centro pulsante di quel romanzo non sono quelli o quelle che sanno solo identificarsi con Emma ma chi riesce ad avvicinarsi allo sguardo feroce dell’autore.

Qui la profilazione diventa obbligatoria: se ti senti più simile a Emma devi tornare alla Domanda n. 7; se invece ti ritieni più affine a Flaubert la tua intervista prosegue alla Domanda n. 8.

DOMANDA N. 10

A volte fanno capolino dei sabba nei boschi, il protagonista però è molto restio a inclinare al fascino del dionisiaco. Eppure una liberazione poteva anche essere costituita dal farlo diventare una sorta di guru della scena rave, un esito speculare al mitico Seminario. Come mai gli hai impedito di seguire queste suggestioni?

Per una questione ancora di coerenza estetica e psicologica il mio personaggio non poteva essere un guru di niente. I suoi momenti di successo sono brevi ed effimeri, lui stesso cerca di ridimensionarne la portata anche se ogni tanto indulge al narcisismo o all’autocelebrazione diffusa sui social network. La scena rave per altro, almeno per quanto riguarda la gente della nostra età, mi sembra qualcosa di abbastanza estinto. Esistono i festival techno e goani ma si svolgono in un clima sociale e politico molto diverso dalle feste di una volta. Lui bazzica qualche festa illegale negli anni novanta e inizio anni zero quanto è giovane e frequenta i centri sociali. Mi sembrava realistico per quel tipo di personaggio che potesse finire da quelle parti. Peraltro anche questo potrebbe considerarsi un “barlume”, un momento di felicità nella formazione del personaggio.

E tu, ci credi in questo barlume? Se sì vai alla Domanda n. 12. Se invece non ci credi la tua giostra riparte dalla Domanda n. 1.

DOMANDA N. 11

Gli episodi più strani – Macchina del tempo, Futuro – devono molto a Philip Dick (mi sbaglio?), non a caso credo nascondano qualche riverbero di disturbo psichico. Il precariato porta alla pazzia?

La macchina del tempo è un omaggio a Wells, ci sono dei riferimenti diretti nei termini e nell’ambientazione. Dick però è un autore che venero e ho inserito qualche riverbero dickiano nel libro. Accetto volentieri la lettura degli snodi fantastici come derive deliranti. Mi va bene anche la lettura degli stessi come vie di fuga, apertura ad altro, svolte immaginifiche. In fondo le due cose non sono per forza contraddittorie.

Derive deliranti (ma sapientemente concatenate)? Si prosegue con la Domanda n. 5. Per le vie di fuga da questa parte signore, e segua le indicazioni per la Domanda n. 3.

DOMANDA N. 12

In tutti e 57 i capitoli mi pare di aver visto solo tre scenari che definirei positivi, anche se magari non privi di malinconia. Parlo di Abbassare l’asticella (col protagonista che si accontenta di un buon posto in una università dell’Iowa), Figli (forse l’unico pieno punto di luce) e Vini a Casablanca (un finale in realtà positivo, un po’ sporcato di moralismo se mi permetti nella scena dei migranti in gommone – voglio dire, i migranti in gommone purtroppo ci sono comunque, anche se un disgraziato che tenta di fuggire al giogo del cognitariato riesce a mettere su un import-export con un paese del Maghreb). Tra tutti e 57, qual è il tuo finale?

La luce in fondo al tunnel non c’è. Ma non voglio neppure sostenere che tutti gli snodi conducano dentro dei tunnel. E comunque in alcuni di questi tunnel il protagonista non ci sta poi così male. In generale ho cercato di evitare un atteggiamento moralistico, non era quello che mi interessava quando mi sono messo a scrivere il libro. La scena del gommone può essere che lo sia, moralista, non so, ma mi sembrava giusto che la questione politicamente e socialmente più importante degli ultimi anni facesse capolino da qualche parte. D’altronde è proprio un’apparizione fugace, appena un effetto di contrasto, un velocissimo cambio di prospettiva in mezzo alle svolte e ai vicoli ciechi di quelli che sono tutti, in fondo e innegabilmente, dei “first world problems”. Non per sminuirli, ma per relativizzarli. Quanto conta, che posto occupa nella nostra felicità/infelicità, nei nostri progetti e nelle nostre prospettive etiche, quella metà del mondo che si muove su rotte, aspettative e universi mentali completamente diversi dai nostri, incommensurabili? Se questa domanda è moralistica, vabbé, accetto il moralismo.

Per tornare alla tua domanda: non esiste un finale più “mio” degli altri: come autore li osservo tutti con la stessa partecipazione, o distacco. Come persona anagrafica vivente al di fuori del libro invece, avendo messo al mondo quasi due anni fa una bambina (bellissima), per adesso direi che mi trovo al finale 22 della seconda parte.

Ma certo Carlo che la tua bambina è bellissima e sapevo che il tuo finale era lì. Non vale lo stesso però per il nostro lettore, che per completare il suo percorso (ammesso che sia possibile) dovrà riflettere sul posto che occupano felicità e infelicità nelle nostre vite alla Domanda n. 8. Oppure, se è un tipo da Cubo da Rubik, non gli resta altro da fare che proseguire dalla Domanda n. 2.



Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e di I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate tra cui Il Foglio, L’Indiscreto, Esquire e Dissapore.

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