Skip to Main Content
Immagine di copertina

Concupiscenza Manganelliana

Di Giorgio Biferali • marzo 30, 2021

Si racconta che un giorno, nel 1953, Giorgio Manganelli sia fuggito di corsa da Milano a Roma, dopo che il padre (o lo zio?) di Alda Merini aveva scoperto la loro relazione clandestina, iniziata nella seconda metà degli anni Quaranta, quando lei era ancora minorenne. Passava da una città, diceva lui, “pensata per il bianco e nero, con una colonna sonora neorealista”, alla città del “cibo pesante”, delle “notti chiassose”, delle estati interminabili.

Si racconta anche che un giorno, nel 1964, l’anno in cui Manganelli pubblicò il suo primo libro, Hilarotragoedia, Carlo Emilio Gadda andò a trovarlo a casa perché pensava che con quel libro, con quel trattatello che sembrava scritto in una lingua ormai morta da tempo, il Manga (così si faceva chiamare) avesse fatto un po’ il verso al suo La cognizione del dolore, uscito un anno prima, e che alla fine Manganelli gli avesse risposto che non era colpa di nessuno se erano capitate a entrambi due madri un po’ matte.

Poi c’è la storia di Pinocchio, non quella che tutto il mondo conosce, un’altra, “parallela”, potremmo dire, in cui vediamo Manganelli bambino battere i pugni a terra per la rabbia, perché non poteva proprio crederci che alla fine della storia quel burattino si fosse trasformato in un ragazzino per bene. C’è il momento in cui Einaudi legge la sua traduzione dei racconti di Poe e gli dice una cosa tipo: “Questo non è Poe, questo sei tu”. Ma c’è anche un altro momento, in cui sempre Einaudi, durante un pranzo, gli ruba il cibo dal piatto, e Manganelli, da lì, decide che è arrivato il momento di chiudere quel rapporto, di amicizia e di lavoro.

Ce ne sarebbero tante altre, di leggende, vere o meno, da raccontare, che a pensarci bene, con il senno di poi, sembrano scene di possibili romanzi, o di un unico grande romanzo, che vede Giorgio Manganelli, nel bene e nel male, protagonista assoluto, cui girano intorno tutti gli altri personaggi. Un’idea, questa, che sicuramente lui avrebbe detestato, visto che non credeva nel romanzo, lo definiva “quaranta righe più due metri cubi d’aria”, non ne ha mai scritto uno, e a dirla tutta dubitava anche della biografia, credeva che noi avessimo una struttura simile a quella di un tappeto, che leggessimo la nostra vita dalla parte rovesciata e che quindi, in fondo, il disegno fosse irriconoscibile:

Mentre noi guardiamo la nostra vita, la nostra vita non ci guarda, guarda altrove, ed è questo altrove che è stremante.

Nonostante tutto, Manganelli è esistito davvero. È nato a Milano nel 1922, nello stesso anno in cui nasce Pasolini, uno dei suoi grandi “rivali”, che definiva il Manga un “teppista mentale”. Fisicamente, basterà cercare su Google immagini, come disse una volta Citati, somigliava a un “malinconico tapiro”. Ha vissuto tante vite, si è laureato nel 1945 a Pavia con una tesi sulle dottrine politiche del Seicento italiano, si è avvicinato al suo esordio letterario con lentezza, ha scritto prima un racconto, dopo la morte di una sua compagna di classe (La casa bianca, che si trova in Ti ucciderò mia capitale), poi diverse poesie, alcune bellissime (“Abbiamo tutta una vita da non vivere insieme”; “C’è sul calendario il giorno/che non ricorderò il tuo nome”), poi ha cominciato a tradurre (autori come Henry James, T. S. Eliot), è diventato assistente di letteratura inglese (di Gabriele Baldini) alla Sapienza di Roma, professore di liceo (sempre di letteratura inglese), è stato consulente editoriali di Einaudi, Mondadori, Garzanti, ha fatto parte del Gruppo 63, la neoavanguardia italiana, che giustamente Calvino, più che un gruppo, vedeva come una “galassia d’individui”, individui come Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Alberto Arbasino, Umberto Eco, Luigi Malerba, Elio Pagliarani. Una galassia, quella, che se non altro ha avuto il merito di far aprire gli occhi al pubblico, di far capire ai lettori che si potevano scrivere libri diversi, in alcuni casi anche migliori, rispetto a quelli di Moravia, Cassola, Pasolini. A questi autori, Manganelli ha sempre rimproverato una cosa, la “patologica mancanza d’ironia”. Ma l’esperienza di quella galassia, di quel gruppo, ha costretto Manganelli, per troppo tempo, nella nicchia dello sperimentalismo, tralasciando tutto il resto, tutto quello che ha offerto e che offre ancora oggi alla letteratura.

“Una persona moralmente impeccabile – diceva – non scrive libri”, la letteratura, secondo lui, era “priva di sentimenti”, non può esserci letteratura “senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima” (La letteratura come menzogna, 1967). Già nel suo esordio, Hilarotragoedia, che viene pubblicato quando Manganelli ha quarantadue anni (“come tutti i precoci, sono un tardivo”), si intravede tutto quello che verrà. Un libro, in cui rispolvera diversi generi letterari, uno su tutti il trattatello seicentesco, un viaggio nell’inferno che Manganelli percepiva dentro di sé, per arrivare, poi, all’incontro più difficile, più doloroso, quello con il fantasma materno. Manganelli, ogni volta, interpreta il ruolo della vittima e del carnefice, del paziente e dello psicanalista di se stesso. Come avrebbe detto poi uno dei suoi amici di quel gruppo-galassia, Manganelli è stato il più grande recensore delle immagini dell’inconscio della nostra letteratura. E negli angoli più reconditi del suo passato, dove si nascondono due amori mancati, due traumi, quello della madre e quello della ex moglie Fausta, che non sapeva come amarlo, come amare in generale, Manganelli trova il luogo dove far risuonare parole come “non si dà alcuna forma di salvezza, al di fuori del mostruoso”. Risuonare, sì, perché Manganelli ha sempre creduto più nel suono, che nel significato delle parole, più nel gesto, nell’atto della scrittura, simile a quello del negromante, che va a ripescare parole morte nei dizionari per farle tornare in vita. La “menzogna”, il malinteso non è altro che credere che la letteratura debba essere consolatoria, trasmettere un messaggio, una morale: l’unico fine della letteratura, se di fine possiamo davvero parlare, è la letteratura stessa. È anche per questo che nel 1977 Manganelli pubblica il suo Pinocchio, un libro “parallelo” a quello di Collodi, perché Pinocchio è un personaggio contraddittorio, che non fa altro che smentire sempre se stesso.

Come scriveva in una lettera al suo amico Calvino: “Mi sembra un esempio perfetto di favola e un esempio perfetto di realismo”. Dopo Pinocchio, escono libri come Centuria (1979), una raccolta di cento racconti lunghi tutti una pagina e mezza, e Amore (1981), un viaggio nel cuore della parola, in tutte le sue possibili declinazioni, un viaggio che sembra una fuga e allo stesso tempo un inseguimento, un viaggio che rischia di rivelarsi un’illusione: “Lo sai, dunque, che è questa la descrizione del nostro amore, che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io?”. E mentre continuano a uscire libri importanti come Dall’inferno, (1985), Tutti gli errori (1986), Rumori o voci (1987), Manganelli traduce i racconti di Edgar Allan Poe (il linguaggio di Poe, diceva, è “un universo”), commenta Il Morgante di Luigi Pulci, inventa le “interviste impossibili” alla radio, veste i panni del critico d’arte, commentando i cataloghi (usando espressioni come “la morbidezza dell’esistere” per le danzatrici di Degas), e collabora con Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Stampa, Il Messaggero. Viaggia, scrive dei reportage (dalla Cina, dall’Islanda, dall’India) e nei suoi corsivi (dissacranti) racconta il suo tempo senza paura, senza diventare mai uno scrittore “istituzionalizzato”. Si fa gioco dei cosiddetti intellettuali progressisti, dei letterati, dei tifosi di calcio, della scuola, de Il Padrino, di Pasolini, che si era scagliato contro l’aborto anche perché memore del tempo in cui viveva nelle acque materne: “Sarà, ma la mia memoria amniotica è piuttosto corta; che allora fossi felice, chissà mai, senza nemmeno un libro da leggere”.

“Come si aiuta uno scrittore a diventare un classico? Uccidendolo”. Ecco, prima di andarsene, il 28 maggio 1990, Manganelli ci lascia anche una serie di frasi memorabili, che potremmo tirar fuori durante una cena o un pranzo, se capita un silenzio imbarazzante, o scrivere in uno stato online, così, per sembrare brillanti, per fare colpo, o magari, usare come chiavi di lettura per leggere o rileggere l’opera di uno dei più grandi autori non letti della nostra letteratura:

Chi fa un viaggio, rischia di arrivare.

Come staremmo bene qui, se noi fossimo altrove.

È incredibile la quantità di cose che riesce a fare gente che non è mai nata.

Noi crediamo di vivere quando il nostro compito sarebbe quello di accadere.

La letteratura è l’unica lotta con la morte che ci sia possibile.


La letteratura come menzogna di Giorgio Manganelli

Quando apparve "La letteratura come menzogna" (1967), la scena letteraria italiana si presentava piuttosto agitata. Lo spazio era diviso fra i difensori di un establishment che vantava come glorie opere spesso mediocri e i propugnatori della «neo-avanguardia», i quali non si erano accorti che la parola «avanguardia» era stata appena colpita da una benefica senescenza. Per ragioni di topografia e strategia letteraria, Manganelli fu assegnato (e si assegnò egli stesso) a quest’ultimo campo. Nondimeno, sin dall’apparizione dei suoi primi scritti, si capì che la letteratura di Manganelli non apparteneva a quella battaglia dei pupi, ma rivendicava un’ascendenza più remota e insolente: quella della letteratura assoluta.

Visualizza libro

Concupiscenza libraria di Giorgio Manganelli

Lettore accanito e onnivoro, Manganelli comincia assai presto a scrivere di libri, nel 1946, e nel giro di qualche anno la recensione si trasforma nelle sue mani in un vero e proprio genere letterario che esige uno scrittore, capace non tanto di giudizio – compito «da professore o da irto pedagogo» – quanto di un «gesto critico, esatto, lucido, veloce e non precipitoso, felicemente prensile».

Visualizza libro

Centuria di Giorgio Manganelli

«Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università.

Visualizza libro

Giorgio Biferali (Roma, 1988) ha pubblicato A Roma con Nanni Moretti (Bompiani, 2016), una sorta di diario di viaggio scritto insieme a Paolo Di Paolo; Italo Calvino. Lo Scoiattolo della penna, un racconto illustrato per ragazzi (La Nuova Frontiera Junior, 2017); L’amore a vent’anni, il suo romanzo d’esordio (Tunué, 2018), presentato al Premio Strega; Il romanzo dell’anno (La Nave di Teseo, 2019). Quest’anno ha pubblicato Cose dell’altro mondo, una raccolta di microracconti illustrati da Elisa Puglielli (Edizioni Clichy) e la Guida tascabile per maniaci delle serie tv (Edizioni Clichy). Collabora con quotidiani e riviste culturali, dove si occupa principalmente di cultura pop, e insegna Italiano e Storia in un liceo.


Segui la pagina @kobobooks su Instagram

Hai bisogno di contattarci?

Richieste e assistenza clienti Richieste media

If you would like to be the first to know about bookish blogs, please subscribe. We promise to provided only relevant articles.