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Rifiutare il disincanto. La trilogia capolavoro di Coetzee

Di Carlo Mazza Galanti • gennaio 22, 2021

“While there is nothing special about writers as human beings, there is (sometimes) something special about what they write.” (J.M. Coetzee)

“Che cos’è che la spaventa, consigliere Maksimov? La lettura di Karamzin o Karamzov come si chiama, quando il cranio di Karamzin viene rotto come un uovo, qual è la verità? Soffre con lui o piuttosto esulta dentro di sé, seguendo il braccio che vibra il colpo d’ascia? Non risponde? Mi lasci dire allora: leggere vuol dire essere quel braccio e quell’ascia e quel cranio; leggere vuol dire arrendersi, non schernire e tenersi a distanza. ” (J. M. Coetzee. “Il Maestro di Pietroburgo”)


Ignoro le ragioni della pubblicazione tripartita della trilogia di Gesù ma una cosa mi sembra evidente: molto più strettamente che nell’altra, precedente, trilogia di Coetzee (quella autobiografica composta da Infanzia, Gioventù e Tempo d’estate) i tre libri sono qui espressione di un unico intento, non appaiono autonomi alla lettura (seppure godibili anche separatamente), e trovano solo con il terzo volume la loro forma compiuta e definitiva, il loro senso. La morte di Gesù, pubblicata in Italia nel 2020 (da Einaudi, nella traduzione di Maria Baiocchi), è l’ultima parte della trilogia, e chiude splendidamente una delle opere più belle di uno degli autori più importanti di lingua inglese viventi. È curioso come questo libro sia rimasto fuori dai radar delle classifiche letterarie italiane, almeno di quelle che ho avuto modo di consultare. Le ragioni, anche qua, mi sono oscure e potrebbero andare dalla scarsa attenzione dell’editore (più della metà dei libri di Coetzee - premio Nobel e due volte vincitore del Booker - in catalogo Einaudi sono oggi reperibili solo in formato digitale), alla poca appetibilità di questo scrittore presso un pubblico interessato a prodotti letterari e a figure autoriali di altro genere (le due cose d’altronde potrebbero essere connesse). In entrambi i casi, peccato.

Prima di leggere l’ultimo volume, ho ripreso da capo la trilogia e ho trascorso ore di assorto piacere immerso nel mondo immaginario di questo capolavoro. Nella sua ormai lunga carriera (Coetzee ha ottant’anni anni e ha dato alle stampe più di trenta opere), lo scrittore sudafricano ha pubblicato libri di genere molto diverso: romanzi allegorici e vagamente fantastici (come Aspettando i barbari, La vita e il tempo di Michael K e - in un certo senso - Foe), testi a cavallo tra saggistica e narrativa, tra fiction e non (oggi forse i più aggiornati direbbero “theory fiction”: Elisabeth Costello, La vita degli animali, Diario di un anno difficile), autobiografie non ortodosse (la prima trilogia cui si accennava sopra), romanzi psicologici e morali (come Vergogna o Slow man): in ognuno di questi c’è qualcosa degli altri, la dimensione autobiografica quella metaletteraria e quella finzionale sono sempre in qualche modo intrecciate, a testimonianza di una ricerca che nei suoi molteplici aspetti, nella sua ammirevole poliedricità, contiene un forte nucleo poetico ben riconoscibile. Peraltro, ogni genere frequentato da Coetzee è stato in qualche modo piegato alle sue esigenze e reinventato: in ogni ambito letterario da lui toccato, ha saputo produrre opere capaci di aggiungere elementi nuovi al complesso delle forme letterarie, in un serrato dialogo con la tradizione e la storia della letteratura occidentale.

Personalmente, pur considerandolo un maestro della scrittura e del pensiero (per così dire) artistico, pur ammirandone profondamente quasi ogni opera che mi è capitato di leggere, amo in modo particolare la prima fase di Coetzee, quella che sopra ho definito allegorico-fantastica: libri che somigliano ai romanzi di Kafka (la K di Michael non deve essere casuale), o a certi libri di Dürrenmatt, Kristóf, Epepe di Karinthy, un prezioso filone della letteratura soprattutto europea (più continentale e orientale) visionaria, scarna e particolarmente vicina alla matrice fiabesca (il Coetzee accademico ha d’altronde approfondito la morfologia della fiaba di Propp).

Con la trilogia di Gesù, sembra fare ritorno a quel mondo e a quello stile, a certi romanzi degli anni settanta/ottanta, aggiungendovi qualcosa di nuovo. Qualcosa, in particolare, che emerge nell’ultimo volume e che tuttavia era implicito nell’acuta tensione dei primi due, e forse anche nelle primissime opere. La proverbiale freddezza o enigmaticità dell’autore e delle sue creazioni, nel terzo volume della trilogia sembra infine cedere davanti all’episodio drammatico che dà il titolo al libro: la morte del giovane protagonista (parentesi biografica: Coetzee ha perso il suo primogenito nel 1989, già nello splendido Il maestro di Pietroburgo aveva affrontato il tema). Abituato a muoversi in una dimensione di sospensione emotiva, il lettore è quasi colto di sorpresa dal pathos di questo libro. Uno dei tratti caratteristici dei romanzi di Coetzee è in effetti l’emotività compressa e intensamente trattenuta in ogni pagina, in ogni riga attentamente sorvegliata, perfettamente levigata, classicamente spogliata di ogni orpello superfluo. In quest’ultimo pannello del trittico l’asciuttezza cristallina e un po’ algida della sua prosa si rompe, e a fronte della intellettualità che si può imputare (o accreditare) all’autore sarà impossibile non uscire dalla lettura profondamente commossi. Come spesso succede agli autori “freddi”, ogni concessione al sentimento sembra portarsi dietro tutto il carico dell’inespresso.

Per quanto riguarda la dimensione più filosofica o mentale di Coetzee, bisogna sottolineare come la filosofia, nella sua narrativa in generale e in questa trilogia più che altrove, non presenti nulla del respingente tecnicismo o esoterismo che ne preclude l’accesso ai più: i romanzi di Coetzee sono filosofici non nel senso che la storia è incaricata di illustrare narrativamente dei concetti - nulla del romanzo a tesi - al contrario le questioni filosofiche e morali sono incarnate nella trama e nei personaggi, radicate nel mondo della vita, ed espresse con tutta la profondità e l’essenzialità che questa incarnazione consente. Una semplice profondità che peraltro mi sembra appartenere alla filosofia molto più radicalmente delle complicate architetture concettuali messe in opera da molti pensatori. Coetzee è filosofico come può esserlo Shakespeare, o appunto Kafka, non come il Voltaire dei racconti filosofici, e men che meno come un filosofo professionista.

La trilogia stessa è concepita su un presupposto (forse su il presupposto per eccellenza) filosofico: la storia è quella di un non precisato paese “oltremare” dove tutti sono oscuramente giunti come migranti da una vita precedente, una vita di cui tuttavia non si sa nulla, di cui si perde ogni ricordo durante il viaggio. Una volta giunti in questo “nuovo mondo”, dove si parla spagnolo e dove vige uno stato pacificato, fornitore di servizi e assistenza (una sorta di socialdemocrazia nordeuropea, fortemente burocratica, impiantata in un paese sudamericano) a ognuno è assegnato un nome, un’età, e gli strumenti per integrarsi nella società. I due protagonisti Simon e David - un adulto al cui arrivo sono attribuiti quarantatre anni e un bambino di cinque (la storia prosegue fino al suo decimo compleanno) - si sono incontrati durante il viaggio sulla nave, il bimbo è solo e l’uomo decide di prenderlo sotto la sua custodia: il resto del romanzo racconta la vita di questa strana famiglia non biologica (a cui si unirà una donna, Ines, nel ruolo di madre ma non di moglie) e le avventure del giovane David, orfano e figlio, bambino eccezionale.

Gli abitanti del mondo di Coetzee vivono la loro quotidianità dimenticando (come noi) il loro essere “gettati” nel mondo, e tuttavia quel prima (e l’ipotetico dopo) così concreto e vicino aleggia nell’esistenza e nel pensiero di questa gente: nulla di strano se uno scaricatore di porto intraprende dialoghi che nella loro frugalità sembrano capaci di toccare corde profondissime. Quella di Coetzee è un’umanità artificialmente avvicinata all’interrogazione filosofica. Un tema platonico attraversa questa cornice (a partire dall’idea di una reincarnazione post-mortem), e poi un tema pitagorico (i numeri come sostanza dell’universo, di cui David sembra essere interprete precoce e istintivo), tuttavia non serve alcun diploma o conoscenza pregressa per coglierne le implicazioni. Così come non sarà necessario avere nessuna esperienza della genitorialità per vedere nei tre volumi una vibrante rappresentazione di questa condizione umana, e nell’incontro tra Simon e David un distillato fittissimo del misterioso rapporto e del difficile riconoscimento che corre tra genitori e figli, e più in generale tra infanzia e vita adulta.

Come in molte opere di Coetzee, anche qui affiora di continuo il tema della verità razionale e dei suoi limiti: è affidata a Simon la parte di una ragionevolezza accogliente e inerme, a Ines quella della maternità fiera e pugnace, David incarna invece una forza anarchica e autarchica che rifiuta i limiti e le debolezze degli adulti, sia dei genitori che dell’amministrazione pubblica, rigida e funzionale ma anche coercitiva e conformante (il conflitto maggiore, nel primo volume, è quello con la scuola e l’autorità degli insegnanti). Si potrebbe scrivere a lungo delle peculiarità dei rapporti interni e col mondo esterno di questa famiglia impossibile, tuttavia così comune e immediatamente riconoscibile: tre universi che s’intersecano, una donna un uomo un bambino (e dimenticavo Bolivar, il cane, altro bel personaggio di questo romanzo), ognuno con le proprie verità e vanità, le proprie ottusità, i propri bisogni. Coetzee è un grande “prospettivista”, uno scrittore che come pochi ha saputo esplorare le possibilità narrative delle voci e dei punti di vista. Ci si potrebbe interrogare a lungo (e di fatto il lettore non può evitare di farlo) sul senso degli episodi e dei personaggi che i protagonisti devono affrontare e soprattutto sull’apparente statuto messianico del piccolo David: figlio delle stelle ostinato, ribelle, coraggioso e tragico.

Coetzee, qui più che mai, non concede neppure un microscopico frammento di risposta alle innumerevoli e sostanziose questioni che emergono da un racconto pieno di dialoghi, confronti, tensioni e distensioni. Ci lascia esposti, stupiti e in un certo senso impotenti davanti all’incompatibilità degli umani e all’abissalità del mistero, davanti agli sforzi eroici e ai goffi tentennamenti della ragione.

Tanti libri attraversano questo romanzo, la maggior parte discretamente, quasi di nascosto: li ritroviamo in un nome, un dettaglio, nei concetti espressi in parole semplici da un personaggio - nulla a che vedere con l’erudizione e la metaletterarietà virtuosistica, barocca e volante dei cosiddetti postmoderni, una categoria a cui spesso Coetzee è stato associato non so quanto correttamente. Sono due i libri che emergono chiaramente come sottotesti, guide e modelli del racconto: I Vangeli, chiamati in causa fin dal titolo, e Don Chisciotte, la lettura preferita (anzi l’unica lettura) del bambino. L’impresa ambiziosa di mettere in contatto due dei testi fondamentali della nostra cultura è ancora una volta giocata con una grazia e una delicatezza che sembrano avere direttamente a che fare con la dimensione infantile del personaggio centrale, David, e forse dei suoi amici e compagni, autori nel terzo volume di un’opera nell’opera - una messa in scena teatrale in memoria del bimbo scomparso - che è forse la vera agiografia di questo piccolo Gesù, e un pezzo letterario di rara intensità. D’altronde i due libri dialogano e si interpretano reciprocamente: se fosse davvero una profeta o una messia, David resterebbe comunque (come Don Chiosciotte e forse, in fondo, come lo stesso Cristo) un eroe dell’incanto e dell’immaginazione, una creatura dotata di una rapporto privilegiato con la fantasia. Il suo ostinato rifiuto del finale così tristemente reale e pedagogico del libro di Cervantes ha qualcosa di utopico e allo stesso tempo di necessario. Tutti abbiamo affrontato la resipiscenza del cavaliere errante (quel finale amarissimo e deludente) come un tradimento. Tradimento di cosa?

La trilogia di Gesù potrebbe essere letta come una risposta a questa domanda, e come una riscrittura di quel finale. Come un tentativo di rifiutare il disincanto, di non soccombere al principio di realtà. E come molto altro ancora. A interpretarlo, ce n’è di che impegnare attrezzati ermeneuti per i prossimi cent’anni. Il libro, ne sono certo, resterà in attesa, come tutte le grandi opere, e come David, il bimbo eccezionale, il santo: in attesa, anche dopo la morte, di qualcuno che venga a raccogliere il suo messaggio.

L'infanzia di Gesù di J. M. Coetzee

Un uomo adulto, quasi anziano, e un bambino sbarcano a Novilla. Novilla non è la loro città, lo spagnolo non è la loro lingua: ma come tutti gli abitanti della città, con cui condividono il misterioso destino, vi sono giunti dopo un viaggio in mare e non conservano nessun ricordo delle loro vite precedenti. Non sanno da dove vengono, a chi erano legati, quale evento catastrofico li ha condotti fin lí come profughi; non lo sanno e sembra che nemmeno abbia piú importanza.

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I giorni di scuola di Gesù di J. M. Coetzee

«Varcare l'oceano su una barca lava via ogni ricordo e tu cominci una vita tutta nuova. È cosí. Non c'è passato. Non c'è storia. La barca attracca al molo e noi scendiamo giú per la passerella e ci troviamo immersi nel qui e ora. Comincia il tempo». Un uomo si prende cura di un bambino. Anche se non è suo figlio, Simón è come un padre per il piccolo David. Insieme a Inés e al cane Bolívar hanno dato vita alla famiglia che abbiamo conosciuto ne L'infanzia di Gesú. Ma David sta crescendo e deve andare a scuola: sarà proprio lí che scoprirà di cosa è capace un adulto.

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La morte di Gesù di J. M. Coetzee

David ha dieci anni e, come tanti ragazzi, ama soprattutto giocare a calcio, attività in cui dimostra anche un certo talento. La vita scorre tranquilla, fino a quando David decide di lasciare la famiglia per inseguire il suo sogno. Simón, l'uomo che gli fa da padre, e Inés, sua madre, sono sorpresi e rammaricati, ma sanno che non possono far altro che accettare le scelte del figlio e continuare ad amarlo. Ed essere testimoni della sua vita. Con La morte di Gesú, J. M. Coetzee continua a cercare il significato di un mondo privo di memoria ma pieno di domande.



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Carlo Mazza Galanti è critico letterario e insegnante. Ha tradotto, fra gli altri, Topor, Adam e Perec. Nel 2019 ha pubblicato per minimum fax Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti. Il suo ultimo libro è Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico (Il Saggiatore, 2020).

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