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Le domande di Cesare Pavese attendono ancora una risposta

Di Matteo Moca • ottobre 05, 2020

Le vicende attorno alla morte di Cesare Pavese, di cui è da poco ricorso il settantesimo anniversario, il 27 agosto, hanno fatto molto rumore ed ebbero un riscontro, per chi visse in quegli anni, davvero molto importante e forse, come scrive Goffredo Fofi, oggi per certi versi incomprensibile. La camera dell'albergo Roma, in Piazza Carlo Felice a Torino, dove Pavese si tolse la vita dopo aver ingerito una dose letale di sonnifero, è diventata nel tempo un'emblema dell'esistenza travagliata dello scrittore e sono fioccati attorno a quell'evento una serie di dicerie che certo non hanno soddisfatto l'ultima richiesta di Pavese, affidata a quelle poche righe trascritte sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, il libro che fu ritrovato sul tavolino della stanza:«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».

Di pettegolezzi invece ce ne furono, e continuano ad essercene molti, in primis quelli legati alla fine della sua storia d'amore con Constance Dowling: se certo una lettura dell'opera di Pavese che ponga l'attenzione solo sul disagio esistenziale che attraversa tutta la sua vita rischia di portare a perdere di vista i nuclei più profondi della sua opera e ad appiattirne le molteplici chiavi di lettura (come ha giustamente notato in un recente articolo Riccardo Gasperina Geroni, tra i nuovi e più acuti lettori dell'opera pavesiana), resta comunque il fatto che questo senso di insoddisfazione e una impossibile collocazione nel mondo rappresentino un tema ineludibile all'interno di tutta la sua produzione.

Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo, Pavese cominciò già dalla giovinezza ad avvertire un profondo sentimento di angoscia dovuto al fatto di considerarsi inadeguato e debole, sentendo di vivere solo attraverso le pagine della letteratura, rintracciando in ciò che non occupa il mondo fenomenico una possibilità di sicurezza e tranquillità, come scrive già nel 1927 a un amico, facendo riferimento ad amori improvvisi che non hanno possibilità di essere soddisfatti, «Sono infrollito, tumefatto, incretinito e sopra tutto letterato, irrimediabilmente letterato. Perché devi sapere che le mie donne io le chiamo tutte “bambola” e veramente sono io la bambola, il fantoccio», ma come testimonia anche un appunto dal diario Il mestiere di vivere che anticipa di una decina di giorni il suicidio:

Nel mio mestiere dunque sono re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell'“inquieta angosciosa”, sono ricaduto nella sabbia mobile. […] Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.

Uno degli aspetti più moderni della parabola esistenziale di Pavese sta proprio in questa spaccatura tra l'intellettuale e il mondo: in un suo aureo libretto, Le voci dei libri, il critico Ezio Raimondi (ma lo stesso stridore sentiranno molti scrittori, come lo stesso Calvino), che si trova a vivere gli stessi anni della Resistenza e della ricostruzione di Pavese, facendo riferimento al suo incontro fortuito con Essere e tempo di Heidegger scrive di come nelle letture fatte alla fine della Seconda guerra mondiale i giovani come lui ricercassero il loro essere nel mondo, un dialogo fruttuoso tra opere e società, nel momento in cui era necessario non solo ricostruire una nazione sconfitta, ma anche un'identità umana (ecco allora che per Raimondi l'essere-per-la-morte di Heidegger si tingeva di forti tonalità autobiografiche legate alla fragilità della vita in tempo di guerra). In Pavese la posizione dell'intellettuale all'interno di questa nuova società nascente rappresenta un luogo di riflessione centrale, ma lo scrittore piemontese non cerca però solo formule universali in grado di soddisfare una ricerca che coinvolgeva molti scrittori e intellettuali, ma mette in gioco prima di tutto se stesso: Pavese parte nei suoi romanzi dalla sua vita, dai suoi dubbi e dai suoi tentennamenti, cercando nella letteratura una complessa entratura nel mondo.

Per comprendere bene le incertezze di Pavese, si può fare riferimento alla sua iscrizione nel 1934 al Partito nazionale fascista per poter insegnare liberamente nelle scuole, una scelta che segna già una spaccatura tra lui e molti altri intellettuali suoi coetanei e conoscenti: a dare il peso di questo momento, e a illuminare i dubbi ideologici e le incertezze dello scrittore, sta Il taccuino segreto, pubblicato da Aragno, un libro importante non solo per il suo contenuto, ma anche per l'aiuto che dà nel tentare di delineare la figura autentica di Pavese, ancora oggi in bilico tra il mito intoccabile e la personificazione dell'incertezza di ogni fede politica. Perché Pavese, come giustamente ha scritto Matteo Marchesini su Il Foglio, nel dopoguerra diventò il simbolo della Torino antifascista e comunista e così quando nel 1990 apparirono queste pagine (oggi ne restano solo le fotocopie, in una sparizione da giallo che ha tra i protagonisti anche Italo Calvino) lo sconcerto fu molto diffuso (e ancora una volta ci fu un fioccare di «pettegolezzi»).

Ma se le pagine del Taccuino, scritte tra il 1942 e il 1943 non hanno la struttura e la forma per funzionare come chiave di lettura per comprendere il difficile posizionamento nel mondo di Pavese, il romanzo La casa in collina, uscito nel 1949 insieme all'altro breve romanzo Il carcere in un volume unico Prima che il gallo canti, è forse l'opera in cui si ritrovano con maggior precisione le complessità pavesiane. Il protagonista del romanzo Corrado, in cui sono trasposti caratteri autobiografici importanti, è un professore torinese e negli anni della resistenza cerca rifugio in collina, dove ritrova Cate, una donna che aveva amato anni prima e che adesso ha un figlio, Dino, al quale si affeziona pensando anche che possa essere suo. Cate partecipa alla Resistenza, come molti altri personaggi del romanzo, ma Corrado no, resta estraneo al mondo dei partigiani ed è nel romanzo solo un testimone, che finisce per rifugiarsi nella casa della sua famiglia per ricercare l'odore di un'infanzia indolore, mentre Cate viene catturata e Dino raggiunge i partigiani. Pavese nel 1935 venne arrestato per antifascismo e scontò un periodo di confino a Brancaleone Calabro, ma rientrato dopo pochi mesi, ed entrato in Einaudi nel 1942, non si unisce alla Resistenza, rimanendo solo e rifugiandosi prima dalla sorella e poi in un collegio fino alla Liberazione.

In La casa in collina è percepibile l'estraneità del Pavese scrittore rispetto all'impegno politico in prima persona e così il suo alter ego Corrado nel romanzo sceglie di non scegliere, lasciando amici che rischieranno la vita per ritirarsi in un luogo sicuro: ma la scelta di Corrado non è dettata semplicemente dalla paura, è invece rappresentazione complessa di un incapacità di gettarsi totalmente nell'agone politico, non avvertendo la spinta alla lotta e registrando piuttosto la tragicità del conflitto e delle violenze perpetrate («ogni guerra è una guerra civile» scrive appunto Pavese nella Casa in collina). Eppure se la storia finisse così, l'uscita di scena sarebbe forse troppo semplicistica, e quindi poco aderente alla complessità pavesiana, e infatti Corrado nelle ultime pagine del libro capisce che non è possibile in quella società e in quel periodo storico isolarsi, e chissà che alle riflessioni finali del protagonista Pavese non abbia affidato il rimpianto di non aver scelto, di non essersi schierato a fianco degli amici.

Un altro romanzo di Pavese, Il compagno del 1947, racconta la storia di Pablo, un eroe positivo che si schiera dalla parte giusta, quella degli antifascisti, ma l'impianto del romanzo sembra più rispondere a un'esigenza giustificativa, come rappresenta bene la contrapposizione basica tra i buoni (che sono soprattutto proletari) e i cattivi (invece i borghesi), oltre che farsi specchio anche del difficile rapporto di Pavese con il Partito Comunista, a cui aderirà dopo la guerra, ma da cui resterà presto deluso (non sarà l'unico intellettuale, si veda per esempio l'esperienza di Calvino). A differenza di quello che accade in Il compagno, La casa in collina è invece un romanzo che si dipana sul problematico rapporto tra la Storia e l'esistenza privata, come testimonia la tormentata relazione con gli eventi storici e il ripiegamento interiore, rappresentato dal ritorno nella casa dell'infanzia, che risponde a un'esigenza profonda di conoscenza di se stesso, con la collina che diventa simbolo di un «modo di vivere»: «Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere».

Intorno al tema del ritorno alla terra di origine si muove anche il capolavoro di Pavese, il romanzo La luna e i falò del 1950, che sembra condensare nel suo arco narrativo l'intera esistenza dello scrittore. Nella vicenda del protagonista Anguilla, che dopo molti anni torna nelle Langhe da dove proviene e prova un grande disagio nel tentativo di integrarsi nuovamente in quella società, torna il tema della difficile collocazione nel mondo, evidente nel rapporto con gli amici di un tempo (Nuto, un falegname, compagno di scorribande da ragazzi, adesso uomo con una precisa connotazione sociale e politica), ma anche nella forma narrativa scelta da Pavese, con un movimento continuo tra archi temporali diversi, testimonianza di un ondeggiamento esistenziale che non trova una sua definitiva ragion d'essere neanche nella forma romanzesca. Anguilla torna con la memoria al periodo trascorso nel podere di Matteo, dove conobbe le bellissime figlie: ma il presente deturpa il ricordo perché due figlie hanno avuto un destino crudele, una maltrattata dal marito, l'altra morta giovanissima, e la terza, Santa, che era una bambina quando Anguilla frequentava quei luoghi, ha avuto una fine ancora più tragica e violenta, collaboratrice dei fascisti, finita la guerra è stata fucilata dai partigiani che ne hanno poi bruciato il cadavere: «A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò».

Il racconto della morte di Santa chiude il romanzo, ma un sentimento di morte lo attraversa in tutta la sua interezza. Molti dei personaggi vivono un'esistenza incentrata sul sacrificio votivo verso la terra, offerte in grado di riavvicinarli a una complessa comunione con essa: il ritorno alla terra, quello fisico di Anguilla e quello simbolico rappresentato dalla morte, sono l'immagine del progresso negativo che innerva l'esistenza umana dal momento in cui comincia l'inesorabile cammino dall'infanzia all'età adulta. Questo aspetto è incarnato bene anche dal tentativo che compie Anguilla, attraverso la sua memoria, di ripercorrere il passato, certamente più felice, soprattutto a confronto con le miserie esistenziali del presente: il ritorno è fallimento («intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta a una stoppia di meliga Voleva dire che era tutto finito») e il paese è diverso dalla dolce natura mitica che lui si era immaginato («Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti»).

La condizione biografica di Pavese, una volta abbandonate le Langhe e incapace di integrarsi fino in fondo nella città, sta forse in questa frattura insanabile, nel tema dell'impossibile ritorno mitico al passato e nella terra come luogo irraggiungibile che si carica di molteplici valenze («Sei la terra e la morte. / La tua stagione è il buio / e il silenzio. Non vive / cosa che più di te / sia remota dall’alba» scrive Pavese in una poesia indirizzata a Bianca Garufi, protagonista di una sua tormentata relazione amorosa). La terra si tinge quindi nell'opera di Pavese di un carattere propriamente mitico e antropologico (evidente in maniera particolare anche in Paesi tuoi e nel protagonista Berto che scopre i ritmi ancestrali della campagna), una riflessione che si arricchisce, nel periodo in cui lo scrittore si è rifugiato dalla sorella, di letture importanti come quelle di Kàroly Kerény, lo studio della psicologia, dell'etnologia e della religione.

La mitologia privata che attraversa già queste opere amplia poi il suo spettro nell'interesse di Pavese per i miti collettivi, una ricerca profonda e partecipata che trova il suo frutto più importante nei Dialoghi con Leucò, libro incentrato su una serie di conversazioni con personaggi che appartengono all'universo della mitologia classica. Il racconto mitico diventa quindi una chiave privilegiata per interpretare la realtà («un fatto avvenuto una volta per tutte che perciò si riempie di significati e sempre se ne andrà riempiendo in grazia appunto della sua fissità, non più realistica... Esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori del tempo»), un fatto di un passato remoto e atavico che si ricongiunge all'età, altrettanto mitica, dell'infanzia, ma che sembra incapace di portare l'uomo, ferito da questo distacco, a sostenere il presente.

Tout se tient nell'opera di Pavese, una serie di tappe differenti all'interno di una ricerca spasmodica sull'identità che si allontana dal ripiegamento individuale per farsi quesito collettivo e universale, interrogazione su un problema complesso e forse senza soluzioni di cui Pavese ha avvertito, fino in fondo, tutto il suo peso, fino al silenzio: «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».

La casa in collina di Cesare Pavese

Corrado è un professore che ogni sera lascia una Torino buia e bombardata per rifugiarsi sulle colline circostanti. Ma quando la guerra lo raggiunge fin lí, decide di ritirarsi su altre colline, piú lontane ancora, quelle in cui è cresciuto.

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La luna e i falò di Cesare Pavese di Cesare Pavese

Pubblicato nell'aprile del 1950 e considerato il libro piú bello di Pavese, La luna e i falò è il suo ultimo romanzo. Il protagonista, Anguilla, all'indomani della Liberazione, torna al suo paese delle Langhe dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell'amico Nuto, ripercorre i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza in un viaggio nel tempo, alla ricerca di antiche e sofferte radici.

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Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

Ventisette dialoghi brevi ma carichi di tensione, suadenti eppure sconfinanti nel tragico, in cui gli dèi e gli eroi della Grecia classica (da Edipo e Tiresia a Calipso e Odisseo, da Eros e Tànatos a Achille e Patroclo) sono invitati a discutere il rapporto tra uomo e natura, il carattere ineluttabile del destino, la profondità del dolore e l'irrevocabile condanna della morte.

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Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.

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