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Vite che non sono di Emmanuel Carrère

Di Matteo Moca • agosto 25, 2020

Chi è Emmanuel Carrère? Si tratta di una domanda che si ripresenta, leggera e imperterrita, ogni volta che si legge un suo libro. È il personaggio che dice «io» e che racconta i suoi tormenti religiosi in Il regno? È lo scrittore e giornalista che segue Limonov nell'omonimo romanzo e che sembra quasi fondersi con il suo personaggio? È il protagonista del romanzo I baffi che scivola in un'incredibile crisi di identità dopo essersi tagliato la barba? Si tratta di domande che possiamo farci per ogni libro dello scrittore francese, abbastanza convinti che ci sia in ognuna della sue storie una parte di se stesso, ma si tratta soprattutto di una questione centrale per inquadrare al meglio la sua opera e provare a comprendere, esercizio sempre suggestivo, chi sia veramente chi scrive.

E d'altronde è lo stesso Carrère a rendere lecita questa domanda in quanto maestro dell'autofiction, declinazione moderna del genere il cui nome è stato coniato negli anni Settanta da Serge Doubrovski per un suo romanzo, Fils, un'opera in cui l'autore stesso è il personaggio delle vicende di finzione che vengono raccontate. Carrère ha allargato i confini della scrittura autobiografica trasformando se stesso, come ha scritto Carlo Mazza Galanti, in un «personaggio aperto», un uomo che sulla pagina viene attraversato da altri uomini, finendo per rifletterne alcuni aspetti e certe caratteristiche. Può apparire paradossale, e nei paradossi insolubili sta spesso la grandezza di uno scrittore, ma l'interrogazione può sembrare velocemente risolta se si considera che una delle più grandi doti dello scrittore è quella di scrivere ritratti, lunghi e complessi, di personaggi eccezionali, uomini che escono fuori dalla norma.

È il caso di Eduard Limonov, protagonista del libro già citato, nazionalbolscevico e scrittore, e di Jean-Claude Romand, protagonista di L'avversario, omicida che ha vissuto per anni una vita non sua, personaggi inseguiti concretamente e fisicamente da Carrère, ma è anche il caso dello scrittore Philip K. Dick, ossessione di Carrère e protagonista di Io sono vivo, voi siete morti in cui lo scrittore ne ricostruisce la vita incrociando biografia e immaginazione. Eppure leggendo i libri si scopre ben presto che i ritratti di Carrère non si esauriscono nel racconto dei personaggi, aprendo invece abissi sulla sua stessa identità.

Il Regno di Emmanuel Carrère

«In un certo periodo della mia vita sono stato cristiano» scrive Emmanuel Carrère nella quarta di copertina dell'edizione francese del Regno. «Lo sono stato per tre anni. Non lo sono più».

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Si sarà capito come addentrarsi tra i meandri più profondi della scrittura di Carrère sia un esercizio stimolante, tante sono le trappole che emergono da una lettura attenta delle sue pagine: sarà dunque arbitrario anche scegliere da quale opera partire, convinti comunque che qualsiasi itinerario ermeneutico all'interno della sua opera sia degno di essere percorso. Certo è che Il regno, pubblicato in Francia nel 2014 e tradotto da Adelphi, che pubblica oggi tutte le sue opere in italiano, può essere considerato una delle fermate più preziose di questo percorso, per la sua ambizione e per il fatto di aver trasposto sulla pagina una parte della vita dello scrittore molto intima di cui mai prima aveva fatto parola. Non si tratta di un libro semplice da definire: Il regno è infatti prima di tutto un racconto storico del cristianesimo primitivo, in particolare delle vite da romanzo di due personaggi, Paolo e Luca, il primo fervente cristiano fulminato dalla fede e convinto della prossima fine del mondo, il secondo invece saggio evangelista, «un greco attratto dalla religione degli ebrei» come lo ha definito lo storico Flavio Giuseppe, uomini attorno a quali si muovono altre figure storiche e religiose del periodo, come Nerone e Gesù Cristo. All'interno di questa materia che affonda le sue radici nel pensiero ebraico, nella storia romana e in una lettura accurata di pagine bibliche, pagine che vengono analizzate con lo sguardo penetrante del romanziere, Carrère inserisce la sua storia, la sua conversione al cristianesimo negli anni Novanta dopo una vita di agnostico scetticismo.

Il libro infatti comincia, dopo un prologo ambientato a Parigi nel 2011 in cui lo scrittore racconta la genesi e il corso del lavoro che stiamo leggendo, con il capitolo Una crisi. Parigi, 1990-1993, dove Carrère racconta la sua crisi religiosa e la forte convinzione di aver trovato una soluzione alla depressione per la sua vita affettiva e lavorativa in Cristo («Intorno ai trent’anni è cominciato un periodo orribile della mia vita. Non riuscivo più a scrivere, non sapevo amare. Ero diventato insopportabile a me stesso» ha detto in un'intervista). Ogni giorno Carrère commenta alcuni versetti del Vangelo di Giovanni e il primo compito del protagonista del libro è proprio quello di ritrovare i quaderni con questi appunti («Che Cristo sia la verità e la vita è un fatto abbagliante – talvolta per vedere è necessario essere abbagliati. Ma è un fatto da cui molti non sono abbagliati. Questi hanno la vista e non vedono. Lo so, perché sono stato uno di loro, e vorrei poter parlare con quel piccolo io di qualche settimana fa, che si sta ritirando. Scrutando nella sua ignoranza spero di vedere meglio la verità» scrive in uno di questi) fino a che, all'improvviso, la narrazione si sposta nella Grecia del primo secolo, sulle orme di Paolo, e il libro prosegue così incrociando la vita dei santi a quella dello scrittore, che è a tutti gli effetti un personaggio della storia, che dialoga con uomini illuminati che lo hanno preceduto di due millenni.

In un altro suo libro, Vite che non sono la mia, Carrère sceglie di fronteggiare qualcosa che oltrepassa la comprensione umana, la morte, mettendo in gioco se stesso come personaggio che indaga e cerca di capire. «Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, passo alcune ore davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. La vita mi ha reso testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha assegnato il compito, o almeno io ho capito così, di raccontarle» scrive Carrère nel libro. Le due disgrazie sono lo tsunami in Sri Lanka che lo scrittore ha vissuto in prima persona, seppure in un luogo sicuro e senza rischi, conoscendo soprattutto le macerie e il dolore di chi ha perso i propri cari (la coppia francese che si trovava in viaggio con loro e che ha perso la piccola figlia di quattro anni) e, appena tornati a Parigi, la malattia terminale della sorella della compagna, Juliette. Questi due eventi hanno improvvisamente disciolto la crisi personale dell'autore (che all'inizio confessa che stava pensando anche di lasciare la compagna per provare a iniziare un nuovo capitolo della propria vita), forse per la possibilità che ha ricevuto, segnata da un evento tragico, di narrare una materia complessa e incandescente e, soprattutto, farsi carico di un dolore molto più grande del suo, attraversarlo e raccontarlo. La seconda parte del libro di nuovo improvvisamente svia da quello che era accaduto fino a quel momento ed è infatti dedicata a Étienne, collega di Juliette, giudice di pace che ha dedicato il suo lavoro alla salvaguardia delle persone indebitate oltre ogni misura, donando quasi la sua persona, come Juliette, alla tranquillità degli altri ma, soprattutto, spendendosi nel tentativo di scardinare un sistema economico e finanziario insostenibile.

Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère

«Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, passo alcune ore davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura di qualsiasi altra cosa: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. La vita mi ha reso testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha assegnato il compito, o almeno io ho capito così, di raccontarle...».

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Étienne è uno dei ritratti più riusciti di Carrère, forse anche per la vitalità con cui si presenta agli occhi di un uomo che ha visto la morte passargli accanto per ben due volte in poco tempo. Su un versante opposto c'è un altro suo personaggio che merita di essere menzionato in questa parziale ricognizione, protagonista di uno dei suoi libri certo più iconici e famosi, L'avversario: si tratta di Jean Claude Romand, un uomo in carne e ossa come Étienne, ma dedito per tutta la vita all'inganno. Carrère incontra Romand per scrivere il suo libro in carcere, dove è finito perché ha ucciso la sua famiglia (la moglie, i genitori e i figli) perché la menzogna su cui aveva fondato tutta la sua vita, aveva finto per vent'anni infatti di essere medico all'OMS mentre in realtà non aveva neanche un lavoro, cominciava a scricchiolare e diventare insostenibile. «Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean Claude Romand» scrive Carrère, che in questo libro scandaglia il concetto di identità e muove dalla curiosità per un atto così efferato commesso da un uomo definito da tutti così tranquillo e onesto. Chissà se sia stata proprio questa finzione ad attirare l'attenzione di Carrère, fatto sta che nel libro lo scrittore francese prova il difficilissimo tentativo di immedesimarsi nell'assassino per scoprire da cosa è stato mosso, dovendo però rifuggire l'identificazione per la paura della necessità recondita, in ognuno, di mentire e difendere noi stessi a qualunque costo: «Ormai sapevo che cosa accadeva nella sua testa durante le lunghe ore vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era una cosa che in qualche modo avevo vissuto anch’io, e che mi ero lasciato alle spalle» scrive Carrère nell'ultima pagina del libro.

L'altro grande ritratto di Carrère è quello di Eduard Limonov, nel libro che lo ha reso celebre pure in Italia e che ha sancito anche il definitivo riconoscimento dello scrittore francese tra i grandi della letteratura contemporanea, accontentando critici esigenti e lettori: Limonov è il libro in cui la forma letteraria ibrida prediletta da Carrère, divisa tra il romanzo, l'autobiografia e l'introspezione psicologica, ha raggiunto il suo apice, una grande inchiesta che trova in un personaggio storico vivente un materiale ancor più incandescente di qualsiasi storia di invenzione. Nel libro Carrère insegue le forme molteplici in cui si è concretizzata l'esistenza dello scrittore e politico Limonov, «teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados», muovendosi con agio in una Russia che si ricollega anche al suo vissuto personale in quanto la famiglia materna, di origine georgiana, fuggì dalla Russia durante la rivoluzione del 1917 e la madre, Hélène Carrère d'Encausse è un'accademica studiosa della storia di quel paese (e questo è il sostrato esistenziale che fornisce materiale per il suo La vita come un romanzo russo).

Limonov di Emmanuel Carrère

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados.

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Un'ultima parentesi merita l'opera più marcatamente romanzesca di Carrère, di cui si può ricordare La settimana bianca e il recentemente riproposto da Adelphi I baffi. La settimana bianca è il racconto agghiacciante della violenza indagata attraverso gli occhi di un bambino, Nicolas, che si trova in uno chalet sulle Alpi per trascorrere un periodo di vacanza con i suoi compagni di classe. Già dall'inizio del libro al lettore è suggerito come questo bambino sia diverso dagli altri, ma se la sua timidezza può essere derubricata inizialmente solo al carattere, pagina dopo pagina Carrère invita il lettore a perdersi tra gli incubi del bambino, tra i mostri che abitano la sua psiche e che rischiano di diventare sempre più concreti in un processo che finisce per rivelarsi inesorabile.

In I baffi invece, romanzo dalla ortodossa ambientazione borghese, Carrère racconta l'incredibile spirale di imprevisti e dubbi che nasce nel protagonista dal momento in cui si taglia i baffi, dopo anni che li portava: dapprima la fidanzata non si accorge di nulla, poi lo stesso succede con gli amici da cui si recano a cena, gettandolo così in un bisogno ossessivo di conoscere la sua identità adesso che inizia a essere messa in discussione la sua stessa esistenza, ora che la percezione che hanno gli altri di lui si rivela essere molto lontana dalla sua. Un altro romanzo che testimonia un'interrogazione profonda e radicale sulla natura umana fondata sui personaggi, reali e immaginari, che popolano le sue storie.

Emmanuel Carrère di I baffi

È quasi un capriccio, uno scherzo, quello di tagliarsi i baffi, da parte del protagonista di questo inquietante romanzo. Ma ci sono scherzi (Milan Kundera insegna) che possono avere conseguenze anche molto gravi.

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Se si volesse allora tornare alla domanda iniziale, ovvero interrogarsi su chi sia Emmanuel Carrère, si potrebbe dire che lo scrittore francese non è nessuno dei personaggi dei suoi romanzi e contemporaneamente è ognuno di loro. Una risposta che potrebbe rappresentare una via di fuga forse troppo semplice, ma che in realtà non fa altro che prolungare non solo la nostra ricerca, ma probabilmente anche quella dello scrittore. Forse, perdendosi tra le storie di Carrère e nella galleria dei suoi personaggi, si può scoprire che queste vite sono anche le nostre e che in ognuno di questi personaggi inconsueti, complessi e turbati si possono ritrovare le paure e dubbi che costellano le nostre stesse esistenze, in una rincorsa continua che tenderà a rimanere sempre incompiuta come quella di Carrère, almeno fino al suo libro successivo.

Matteo Moca, dottore di ricerca in Italianistica, è insegnante e critico letterario. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett (La scuola di Pitagora, 2017) e ha curato Madonna di fuoco e Madonna di neve di Giovanni Faldella (Quodlibet, 2019). Si occupa in particolare dell'opera di Tommaso Landolfi, e, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec, oltre che delle convergenze tra letteratura e scienze umane. Scrive di letteratura contemporanea su quotidiani e riviste.

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