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L'ultima vita di Carmelo Bene

Di Adriano Ercolani • marzo 16, 2021

Non è esagerato definire Carmelo Bene una figura che non ha confronti nella cultura europea del Novecento: molto più che un attore e un regista (sia in ambito teatrale che cinematografico), è stato in primo luogo un poeta e un filosofo.

L’influenza della sua ricerca artistica è per alcuni versi incommensurabile, poiché non si limita, come in passato si è superficialmente creduto, a una mera riforma avanguardistica della prassi attoriale o all’ennesima teoria innovativa del teatro, ma affronta, e sconvolge, fin dalle radici le concezioni estetiche dominanti degli ultimi secoli.

Quello che molti, nei suoi esordi scambiavano per un oltraggio ai classici, con uno spirito quasi da punk ante litteram, era in realtà il tentativo, spesso riuscito, di restituire al teatro il suo valore originale di luogo sacro in cui manifestare “lo spirito della musica”, come lo definì Nietzsche ne La Nascita della Tragedia. Per questo, Carmelo Bene è stato un unicum, ha rappresentato magnificamente l’incarnazione del “genio” contro la massa, imbevuto di spleen baudelairiano, l’inevitabile ennui dello spirito superiore nei confronti dell’insensatezza della vita, da cui è possibile affrancarsi solo nel superamento di sé.

Come gli aveva insegnato il prediletto Schopenhauer, ciò è possibile non solo attraverso l’arte e la musica (nella cui estasi egli intendeva trascendere la visione convenzionale del teatro), ma anche attraverso l’ascesi, che nel suo caso assumeva le forma rovesciata e paradossale di un attraversamento sistematico di ogni perdizione, fino a raggiungere una sorta di allucinata sapienza.

Più che il “metodico sregolamento di tutti i sensi” che consente al Poeta di farsi Veggente secondo Arthur Rimbaud (Bene stesso a mia precisa domanda negò che il poeta francese fosse tra i suoi auctores), forse, è più pertinente evocare un altro grande riferimento poetico, scioccamente indicato come “maledetto” nella percezione pubblica.

"La Via degli Eccessi conduce al Palazzo della Saggezza” proclamava William Blake nei Proverbi Infernali, memorabile sezione di aforismi eretici all’interno dell’opera Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno: un capolavoro di alchimia interiore che ben si confà allo spirito di Carmelo Bene, la cui ricerca fuori dai dogmi era tutta all’insegna, da buon discepolo di Nietzsche, del tentativo di conciliare gli opposti eraclìtei.

Bene si ispirava in egual modo al sommo mistico San Giovanni della Croce, maestro della compassione spirituale, e al beffardo Marchese De Sade, spietato cantore dello stupro, allo stesso modo esaltava il santo analfabeta Giuseppe Desa da Copertino nel momento in cui raggiungeva le massime vertigini di speculazione intellettuale, tra Heidegger e Deleuze.

Come tutte le figure destinate a un culto duraturo, su Bene agisce un beffardo paradosso: lo si è sempre considerato l’incarnazione dello stereotipo “genio e sregolatezza” di derivazione romantica, quando la sua grande rivoluzione del ruolo dell’interprete, la cosiddetta “macchina attoriale”, intendeva proprio esautorare “l’io”, con i suoi compiacimenti, le sue false identificazioni, il suo proiettare una realtà artificiale sullo schermo interiore della nostra mente.

Non solo Bene voleva spazzare via i luoghi comuni accademici dell’attore di stampo ottocentesco, ma voleva proprio estromettere il soggetto dalla scena, per condurre lo spettatore al di là del pendolo schopenhaueriano di “dolore e noia” nell’estasi estetica del “buio musicale”.

Eppure, più anelava al silenzio mistico, più veniva considerato un intellettuale incomprensibile, più predicava l’estinzione dell’io, più veniva tacciato di egocentrismo.

Questo ha fatto sì che negli ultimi anni fuori dai suoi spettacoli si potesse incontrare una calca di fan dell’ultim’ora, dal look emo-goth, che sembrava quasi voler assistere a una versione teatrale di Marylin Manson, più che a un consapevole erede filosofico di Nietzsche e Leopardi.

Non di rado, recentemente, si assiste a una imbarazzante riduzione dell’opera di Bene a sorta di icona politicamente scorretta e destrorsa: una grossolana forzatura concettuale. Nel suo disprezzo aristocratico, CB (come amava appellarsi riferendosi al modo in cui lo definisce nel saggio dedicatogli Gilles Deleuze) avrebbe deriso la rozza propaganda populistica contemporanea, la vera manifestazione della dannunziana “dittatura delle plebi” da lui tanto disgustata.

In passato, Bene si era aperto in una conversazione-fiume col suo amico Giancarlo Dotto, in Vita di Carmelo Bene, testo obbligatorio per gli appassionati del genio salentino.

Il libro era successivo alla pubblicazione della storica opera omnia in vita per Bompiani, che, a detta dello stesso CB, segnò il suo assurgere allo statuto di “classico”, dunque immortale.

Ora, le Edizioni dell’asino pubblicano un libro straordinario che rappresenta un dono commovente per tutti gli ammiratori di Bene.

Cominciò che era finita, infatti, è la testimonianza autobiografica di Luisa Viglietti, la compagna degli ultimi anni di vita di Bene, a cui egli aveva affidato, assieme ad altri fidati amici, il compito di creare la Fondazione L’Immemoriale che avrebbe dovuto preservare e promuovere la divulgazione della sua opera.

Sulle sconcertanti peripezie burocratiche che hanno portato al naufragio di un progetto così importante ci sarebbe molto da dire, ma vi lascio alla lettura del testo in cui potrete apprezzare il racconto in prima persona della protagonista della vicenda.

Personalmente, vorrei spiegare il motivo per cui reputo questo libro un vero e proprio regalo.

Come molti intellettuali della mia generazione, rimasi folgorato dalla visione della celebre, e già citata, puntata del Maurizio Costanzo Show , l”Uno contro Tutti” del ’94 (replicata l’anno dopo in occasione della pubblicazione dell’opera omnia): l’irruzione nel banale flusso televisivo di una mente superiore, aliena a ogni codice e convenzione, geniale quanto incomprensibile, apparentemente delirante, che sputava in faccia alla mediocrità degli interlocutori lo scandalo della propria intelligenza sprezzante.

Chi scrive aveva quattordici anni all’epoca e rimase ipnotizzato da quel volto dal fascino antico e solenne quanto cangiante nelle innumerevoli espressioni dell’oltraggio, del disgusto, della commozione, della risata sprezzante e della riflessione più severa, ma soprattutto dalle sue dissertazioni pindariche, tanto più, all’apparenza, astratte quanto più ferocemente aderenti alle inquietudini interiori di un giovane filosofo in pectore.

Come per molti altri fortunati spettatori di quell’apparizione miracolosa, Carmelo Bene divenne nell’adolescenza sia una rockstar da venerare che un guru da seguire: molti di noi, come convenne il suo amico e studioso Doriano Fasoli, hanno costruito parte della propria cultura personale seguendo il percorso delineato da Bene, disseminando infinite citazioni nei suoi fluviali flussi di coscienza: la teologia negativa, gli strutturalisti francesi, i poeti post-decadenti, Wilde e Camus, Holderlin e Majakovskij, Stirner e Teresa D’Avila.

Ebbene, il libro è un dono proprio perché svela a chi, come il sottoscritto, non si perdeva uno spettacolo o un incontro pubblico di Bene, o lo aspettava fuori dai teatri per scambiarci qualche battuta, tutto ciò che per anni abbiamo si è solo potuto immaginare: il quotidiano di chi fieramente urlava “Non ho quotidiano!”.

Per una coincidenza fatale, Luisa Viglietti conobbe Carmelo Bene proprio il pomeriggio prima di registrare quella puntata del talk show destinata a restare nella storia della televisione (e per sua ammissione a riportare in auge la sua carriera dopo una fase controversa): dunque, il racconto svela esattamente tutto ciò che per noi ammiratori è stato oggetto di speculazione in quegli ultimi anni di carriera.

Come scrive Goffredo Fofi nell’introduzione: “Dobbiamo essere grati a Luisa Viglietti per averci restituito un Carmelo quotidiano, semplice e vicino ma pur sempre diverso e anzi unico”.

Sapere quali erano i pensieri del Nostro prima e dopo una determinata partecipazione televisiva, oppure le circostanze di una data collaborazione, i motivi che hanno condotto all’abbandono di alcuni progetti, le fasi di elaborazione di opere amate: c’è tutto questo ma anche molto di più.

Non ci sono solo curiosità ghiotte per gli ammiratori, o chicche rivelatrici per i filologi, c’è un racconto sincero, privo di mitizzazioni, a tratti commovente anche nel restituire gli strazianti momenti della malattia finale.

Se l’Elogio di Carmelo Bene dell’amico Dotto raccontava post-mortem un’amicizia lunga e piena di aneddoti memorabili, ma si concentrava molto anche sulla riflessione poetico-filosofica di Bene, Viglietti ci apre, pur con rispetto e pudore, le porte della vita intima con il più scostante dei maestri.

Alcune memorie sono impagabili: è incantevole leggere di Carmelo Bene che di notte indugia nello zapping e rimane incantato da Marzullo come esemplificazione del vuoto intellettuale, che fa il verso a Dario Fo mentre recita S.Francesco tra le retorica celebrazioni nazional-popolari, che contempla assorto le adorate tele di Francis Bacon dal vivo, che prende il tè a Parigi con quell’altro grande genio inattuale che era Guido Ceronetti, che si prende in giro con Lucio Dalla o che cucina il pesce per gli amici nella natìa Otranto.

Viglietti, inoltre, offre una grande lezione di stile: il rispetto con cui parla di Lydia Mancinelli, storica compagna e musa di Bene, nel tributo nella ricostruzione della vita artistica precedente al loro incontro.

Un libro imperdibile per gli ammiratori di Bene, un’occasione preziosa per accostarsi al suo genio per chi ancora non ha approfondito gli abissi di splendore che la sua opera dischiude.

Cominciò che era finita di Luisa Viglietti

Dobbiamo essere grati a Luisa Viglietti – scrive Goffredo Fofi – di averci restituito un Carmelo Bene quotidiano, semplice e vicino ma pur sempre diverso e anzi unico: gli ultimi anni di un grande artista, attivo e progettante fino agli estremi momenti di una vita densissima. Disse qualcuno, e sapeva di dire un paradosso ma intuendone la verità, che spesso si impara di più leggendo le vite dei grandi filosofi di quanto non si impari leggendo le loro opere.

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Opere di Carmelo Bene

Indefinibile per principio, la vita e l'opera di Carmelo Bene trova in questa raccolta, secondo le stesse parole dell'attore-autore, la sua espressione compiuta. Dall'autobiografismo di "Sono apparso alla Madonna" ai testi polisenso di "Lorenzaccio", "Nostra Signora dei Turchi", "Otello", "Pentesilea", "Hamlet Suite", si compone qui il monumento dell'anti-teatro italiano

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Contro il cinema di Carmelo Bene

Carmelo Bene (1937-2002) non è stato soltanto la figura più straordinaria del teatro italiano. Nel suo eclettismo, e nella sua infaticabile ricerca di nuove forme d'espressione, ha anche attraversato come una meteora il nostro cinema. Cinque lungometraggi, tra il 1968 e il 1973, inclassificabili e geniali, una "parentesi" rinnegata che ha lasciato un segno sotterraneo fino a noi. In quegli anni, e subito dopo, Bene ha portato il cinema ai suoi limiti, liberandolo dalla tirannia del racconto e della comunicazione.

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Adriano Ercolani nasce a Roma il 15 giugno 1979. Tra i principali collaboratori di Giovanni Casoli in "Novecento Letterario Italiano e Europeo", nel suo percorso onnivoro e febbrile ha tralasciato ben poco, dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla gastronomia alla filosofia orientale. Collabora con Tlon Editore e pubblica interventi e approfondimenti su numerose testate.

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