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Quando Dino Buzzati faceva il giornalista

Di Eugenia Durante • aprile 13, 2021

Il «mondo-verità», noi l’abbiamo abolito: quale mondo ci resta? Il mondo delle apparenze forse?... Ma no! con il mondo-verità noi abbiamo abolito anche il mondo delle apparenze!

F. Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli

Il primo libro di Dino Buzzati che ho preso in mano nella mia vita è stato Il segreto del bosco vecchio: una fiaba moderna ricca di suggestioni fantastiche, segreti, metamorfosi e atmosfere sospese. Devo ammettere che all’epoca non mi aveva colpita particolarmente. Solo svariati anni più tardi, dopo essermi imbattuta per caso in un articolo dello scrittore riguardante l’omicidio di via San Gregorio a Milano, mi è tornato in mente il mio primo incontro con Buzzati. Più mi sono documentata sulla sua carriera giornalistica, più sono rimasta intrigata da quanto le due personalità - quella dello scrittore e quella del cronista - fossero profondamente intrecciate tra di loro.

Gli studiosi dello scrittore non se ne stupiranno. Per loro, il legame tra il Buzzati giornalista e il Buzzati autore non è cosa nuova; è, anzi, un elemento imprescindibile della sua opera. Come diceva Guido Vergani nel suo Buzzati inviato speciale, “la cifra di Buzzati sta nell’intarsio tra il giornalista e lo scrittore, nell’oscillazione tra la cosa vista e il mondo di Buzzati narratore.” Al di fuori della cerchia degli esperti, però, la produzione giornalistica dello scrittore non è altrettanto nota, anzi, per molti rimane tutt’oggi sconosciuta. Ma andiamo con ordine.

Dino Buzzati arriva alla redazione del Corriere il 10 luglio del 1928. Si è appena laureato in giurisprudenza e pensa che da quella redazione lo sbatteranno fuori in un battibaleno. Si sbaglia: tra libri mastri, critica musicale, cronaca bianca e nera, elzeviri e fumetti, ci rimarrà quasi fino alla morte. È all’interno delle mura del Corriere che, tra il 1933 e il 1938, nascerà quello che da tutti è considerato il suo capolavoro, quel Deserto dei Tartari che tanto deve alla sua esperienza in redazione e che tanto influenzerà alcuni suoi pezzi di cronaca. Come fa notare Lorenzo Viganò nella prefazione dell’ultima edizione dell’antologia La nera, edita da Mondadori, l’emozionato Buzzati che saluta la mamma prima di recarsi in Via Solferino non può fare a meno di ricordare il giovane Giovanni Drogo in partenza per la Fortezza Bastiani.

Il giornalista Dino Buzzati difficilmente occuperebbe le prime pagine dei giornali di oggi. Nei suoi pezzi c’è ben poco di quello che insegnano nelle scuole e nelle redazioni: nelle prime righe non ci sono le 5 W (Who, What, Where, When, Why); l’autore non è invisibile, ma visibilissimo, perché è il tramite tra la scena e le nostre emozioni condivise. I suoi racconti di cronaca partono dal presupposto nietzschiano (più o meno consapevole) che i fatti in sé non bastano, anzi, a volte confondono la realtà. La cronaca nuda e cruda non riesce a descrivere l’orrore non tanto perché la tragedia debba essere spettacolarizzata; non si tratta, per dirla in termini contemporanei, di una barbaradursizzazione del dolore, ma del suo esatto contrario. La realtà è fantasia e viceversa: la logica non basta per guardare in faccia la tragedia. Solo trasformandola in favola, e di fatto superandola, è possibile raccontarla senza rimanerne folgorati.

Prendiamo un fatto di cronaca minore del 1954: la storia di Maria Rosa Garioni, una bimba di due anni affetta dal morbo di Fallot che morirà dopo essere stata sottoposta a un delicatissimo intervento al Policlinico di Milano. La tetralogia di Fallot è una malformazione cardiaca congenita rara nota anche come “morbo azzurro”, dal colore cianotico conferito a chi ne è affetto. Per narrare la vicenda, Buzzati sceglie il titolo Favola 1952:

Questa, della piccola Maria Rosa Garioni, è una favola dei nostri tempi. Una volta, quando Berta filava, era la figlia del re che non rideva mai e si consumava di tristezza, né c’era medicina che servisse, né giochi, né scherzi di buffoni. Adesso è una bambina che ha pelle di colore blu, livide occhiaie, dita fragili che sembrano sporche d’inchiostro, e più passano i giorni più si intristisce".[1]

Buzzati sceglie di camminare sul filo del parallelismo tra le favole del c’era una volta e il presente, proprio per poter affrontare una realtà altrimenti intollerabile.

Passiamo a uno dei casi più noti, nonché quello che mi ha fatto scoprire la Nera di Dino Buzzati. Nel 29 novembre 1946 a Milano, Caterina Fort massacra la moglie del suo amante, il siciliano Giuseppe Ricciardi, e i loro tre bambini. Il più piccolo ha appena 10 mesi. La brutalità dell’omicidio le vale da subito il nome di “la Belva di via San Gregorio”, dalla via milanese in cui è commessa la strage. Buzzati viene mandato a seguire il caso sin dal giorno uno. Memorabile la sua descrizione della scena del crimine, le cui foto verranno poi pubblicate sui giornali nei giorni seguenti: in particolare, fortissima è l’immagine del bambino più piccolo, “seduto sul seggiolone con la testa piegata da una parte come per un sonno improvviso, e fermo oramai anche il sangue i cui rigagnoli, simili a polipi immondi, lucevano sempre meno ai riflessi della lampadina di 25 candele, facendosi sempre più neri".[2]

Davanti a una scena così agghiacciante, è come se Buzzati uscisse dal suo ruolo di cronista per rivisitare l’accaduto in chiave fantastica. Ed è proprio questa dimensione narrativa, contro ogni aspettativa, a conferire al racconto un crudelissimo realismo.

Ma nel frattempo, il Buzzati scrittore dov’è? Lo scrittore si nutre dell’esperienza di cronista e viceversa, in quel intarsio di cui abbiamo parlato prima. Ecco quindi che ritroviamo Giovanni Drogo, in un certo senso figlio della sua personalissima avventura al Corriere, nel racconto del caso di Ettore Grande, diplomatico accusato dell’omicidio della moglie nel 1938 e poi prosciolto in formula ampia nel ’46, dopo aver scontato diversi anni in carcere. Finalmente libero, Ettore Grande torna a casa. Quell’ambiente tanto sognato durante la prigionia, però, gli appare irreale e lontano; la sua stessa immagine nello specchio gli sembra impossibile da tollerare. Proprio come Giovanni Drogo tornato a casa in licenza (ma anche come il malato guarito de Il racconto del lebbroso, inserito nella raccolta Sessanta racconti) si ritrova a fare i conti con l’ineluttabilità del tempo e con lo stupore della delusione. “E adesso? si domandava".[3]

A fare da sfondo a queste vicende è spesso Milano. Nei suoi articoli ed elzeviri, Buzzati racconta le due facce di Milano: da un lato, la “città famosa, la metropoli, la capitale dell’industria, romanzesco scenario di stabilimenti sterminati, grattacieli, luci folli, cateratte di macchine, eserciti di ragazze stupende e facili, cinema, luna park, Milan-Inter, la vita, insomma”, dall’altro la Milano dei lavoratori modesti e degli immigrati, in cui “le case si ingorgano, la promiscuità si fa più densa e fastidiosa, gli animi nella frizione e nell’usura quotidiana si riempiono a poco a poco di veleno” in “decine di questi piccoli appartamenti popolari in case nuove e seminuove".[4]

In poche parole, la Milano in cui si muovono l’Antonio Dorigo e la Laide del suo capolavoro Un Amore.

Per correttezza, va detto che non tutta la sua produzione giornalistica è riuscita. A volte, specialmente negli ultimi anni di vita, Buzzati si lascia andare allo stesso moralismo che affiora nelle pagine de Il grande ritratto e che la critica gli ha talvolta rimproverato. Ma si tratta di parentesi da contestualizzare storicamente; è innegabile che il suo ruolo nel riscatto della cronaca nera vada di pari passo con la sua importanza per la letteratura italiana. Ricordiamo che durante il fascismo la nera era stata annientata: le notizie cattive andavano bandite per trasmettere un’idea modello del regime, un’idea di rigore, disciplina e grandiosità che cozzava con la violenza e l’omicidio commesse nelle vie delle città. Nel Ventennio, la cronaca di Buzzati è una delle poche a passare oltre le maglie della censura perché, come commentato da Montanelli, “ne faceva una favola e spiazzava tutti”. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, poi, la penna di Buzzati darà una nuova dignità stilistica e letteraria alla Nera, appassionando i lettori di tutte le età.

Perché gli articoli di Buzzati risultano ancora oggi così affascinanti? I motivi potrebbero essere tanti, ma quello che più mi preme è il suo “stupore perpetuo”, come definito da Oreste del Berto. Il suo guardare il Male con gli occhi di chi, pur avendolo davanti ogni giorno nelle sue manifestazioni più efferate, ne rimane sempre sbalordito. La sua capacità di riconoscere che questa “specie di demonio che si aggira per la città, invisibile” potrebbe, come in una favola amara, attrarre chiunque. Anche i più insospettabili. Anche noi.

Quando ci si trova sull’orlo di un abisso non si finirebbe mai di guardare in giù, nel fondo: dentro a noi, un’oscura voce chiede: e se io precipitassi? Un po’ lo stesso avviene dinanzi a delitti come questi: e a me, ci si domanda, non potrebbe succedere anche a me di perdere la testa?

Dino Buzzati, A Rina Fort, no, Corriere della Sera, 10 gennaio 1950



[1] Dino Buzzati, Favola 1954, Corriere d’informazione, 10 giugno 1954

[2] Dino Buzzati, Un’ombra gira tra di noi, Il Nuovo Corriere della Sera, 3 dicembre 1946

[3] Dino Buzzati, Nel lungo carcere mai fu così solo, Corriere d’informazione, 16-17 novembre 1946

[4] Dino Buzzati, Una tragedia della città, Corriere della Sera, 31 agosto 1963

La «nera» di Dino Buzzati di Dino Buzzati

Raccolti in due volumi (Crimini e misteri dedicato alla cronaca nera più "classica" e Incubi alle tragedie), gli articoli scritti in un arco di quasi trent'anni per il "Corriere della Sera" e il "Corriere d'informazione". Narrati da Dino Buzzati, i delitti da prima pagina e le grandi tragedie diventavano racconti, favole, veri e propri brani di letteratura attraverso i quali lo scrittore bellunese riusciva a coinvolgere il lettore, a fargli sentire sulla pelle ciò che era successo, disegnando un affresco, fedele e poetico allo stesso tempo, dell'epoca, dell'ambiente, dei personaggi.

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Eugenia Durante ha tre personalità: la prima traduce testi di marketing, moda, sottotitoli per film e libri; la seconda lavora come copywriter e editor; la terza scrive di letteratura, linguistica e musica per riviste e testate online. Ha collaborato con VICE, Vanity Fair, Rolling Stone, il Mucchio e lavorato a Londra come vice editor per IQ Magazine.

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