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Cent'anni di un vecchio sporcaccione

Di Giuseppe Luca Scaffidi • agosto 05, 2020

Torricella Peligna è un borgo di poco più di mille anime della provincia di Chieti, incastonato tra le valli del Sangro e dell'Aventino. Da qualche anno, oltre al Santuario di Santa Maria del Roseto e a Palazzo Fallascoso, tra i luoghi d’interesse culturale presenti in paese la Mediateca John Fante occupa un posto di rilievo: è ospitata da un piccolo edificio sito al numero 26 di Viale Michele Persichitti ed è stata inaugurata nel 2010, in occasione della quarta edizione del festival letterario Il Dio di mio padre, kermesse interamente dedicata alla memoria dello scrittore italoamericano, nata grazie all’impulso di alcuni “fantiani” nostrani, come Vinicio Capossela e Sandro Veronesi, tra i principali artefici della riscoperta delle storie di Arturo Bandini nel nostro paese. Al suo interno è possibile sfogliare tutti i romanzi e i racconti dell’autore, fruire di una vasta gamma di materiale d’archivio, leggere alcune sceneggiature scritte direttamente dal suo pugno e ripercorrere le tappe essenziali della sua biografia.

Suo padre, Nicola, era un manovale di origini torricellane; un emigrante affamato di pane, scampato agli stenti delle campagne abruzzesi per intraprendere il più classico dei viaggi della speranza e conquistare l’agognato posto al sole nella grande magione a stelle e strisce: un uomo dalla mentalità irremovibile, tutto fatalismo e sudore della fronte, portatore di una insularità verace e animato da un costante senso di sospetto nei confronti dello straniero; tratti caratteriali che lo rendono pericolosamente simile a Svevo Bandini, genitore del più celebre Arturo, il breadwinner dalle mani pesanti che abbiamo imparato a conoscere nelle pagine iniziali di Aspetta primavera, Bandini!, primo atto della tetralogia capolavoro di John Fante. Sua madre, Mary Capolungo – che, nella finzione letteraria, corrisponde a Maria Bandini – era una casalinga fatalista, la «strega buona», figlia di un sarto di origini lucane e vittima sacrificale del focolare domestico. Buona parte dell’opera di Fante può essere interpretata come un costante tentativo di restituire su carta le dinamiche e le ricadute psicologiche di questo conflitto culturale: la liberazione dalla zavorra di una vita rurale ingombrante, la sessualità frenata dagli echi della rigida educazione cattolica impartitagli dalla madre, le manie di persecuzione imposte dal crollo dell’impalcatura concettuale del sogno americano negli anni della Grande depressione, l’antitesi senza possibilità di conciliazione tra l’idealismo l’uomo di lettere (Arturo) e il pragmatismo dell’uomo di fatica (Svevo).

Chiedi alla polvere di John Fante

«Cosí l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere».

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Anche se odiernamente viene annoverato nel ristrettissimo pantheon degli scrittori americani più influenti dello scorso secolo e tradotto in ben 27 lingue, durante il proprio percorso terreno John Fante ha sempre navigato nelle estreme periferie della celebrità: la sua è stata una gloria, in massima parte, postuma, o comunque goduta soltanto tangenzialmente sul finire dei propri giorni. Trasferitosi dal Colorado in California per assecondare la sua smisurata ambizione, si recò a Hollywood dove, assieme ad alcuni colleghi come William Faulkner e Francis Scott Fitzgerald, intraprese la carriera di sceneggiatore per racimolare qualche soldo, dato che non ricavava sostentamento dai romanzi che scriveva. La sua parabola, quella del ragazzo di campagna che fugge dal Midwest per approdare a Los Angeles alla ricerca di una realizzazione creativa introvabile, interseca quasi interamente quella della propria controparte cartacea, Arturo Bandini: un antieroe schiacciato dal peso di un passato di provincia inestricabile, patologicamente bugiardo, vagamente xenofobo, misogino e blagueur, un egomaniaco che culla il sogno di una consacrazione letteraria a tratti irraggiungibile. Queste caratteristiche lo accomunano – di nuovo, pericolosamente – a un altro fantiano della prima ora, Charles Bukowski, il mascalzone della letteratura per antonomasia.

“Hank” vedeva nell’autore di Dago Red una figura quasi messianica, il portatore di un messaggio superiore accessibile soltanto a pochissimi eletti, scontando per tutta la sua vita il morbo di una identificazione pressoché totale con la vicenda metanarrativa del Fante-Bandini. Se alcuni aneddoti vorrebbero che, durante le feroci litigate che intraprendeva con la propria partner, fosse solito troncare la discussione al grido di «Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!», diverse manifestazioni di questa divinazione ci sono forniti anche dalla viva lettera Henry Chinaski, l’alter-ego letterario di Bukowski; ne è un esempio il famoso passaggio di Donne in cui un’anziana professoressa di letteratura inglese lo costringe ad abbandonare temporaneamente il bicchiere per sondare le sue preferenze letterarie:

«Chi era il suo autore preferito?»

«Fante»

«Chi?»

«John F-an-t-e. Ask the dust. Wait Until Spring, Bandini!»

Il parallelismo con Fante si estrinseca non soltanto nei temi trattati e nei punti di contatto tra le vicende vissute dai loro due celebri alter-ego, ma già ex-ante, a partire dal mero dato biografico: anche quella di Bukowski, infatti, è una storia di emigrazione.

Factotum di Charles Bukowski

Avventuroso e osceno, divertito e disperato, sboccato e insieme lirico, Factotum, il romanzo che ha rivelato Charles Bukowski al pubblico italiano, è innanzitutto un romanzo on the road, che ha fatto di uno scrittore tedesco di nascita l’acclamato continuatore di un illustre filone tipicamente americano.

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Heinrich Karl Bukowski nacque ad Andernach, in Germania, il 16 agosto del 1920, da Henry, un sergente dell'esercito americano di origini polacche che prestava servizio nel paese subito dopo la Prima guerra mondiale, e Katharina Fett, una ragazza tedesca con la quale aveva avuto una relazione. Dopo la conclusione del conflitto, il padre di Bukowski decise di rimanere in Germania per provare a intraprendere la carriera di imprenditore edile; tuttavia, le pesanti clausole di pace che gli Alleati imposero al paese attraverso l’applicazione del Trattato di Versailles resero l’economia tedesca stagnante, fecero aumentare vertiginosamente l’inflazione e ridussero le possibilità di investimento immobiliare al lumicino, costringendo la sua famiglia all’espatrio. Così, nel 1923 i Bukowski tornarono in America per trasferirsi a Baltimora, nel Maryland, e il nome Heinrich Karl Bukowski (allora pronunciato boo-koff-skee) fu anglicizzato e cambiato in Henry Charles Bukowski (pronunciato boo-kow-ski) per aiutare il giovane a integrarsi nella nuova realtà urbana.

Nel 1930 la famiglia si trasferì a Los Angeles, la città in cui il padre e il nonno di Charles avevano precedentemente lavorato e vissuto. Durante la fanciullezza, Bukowski soffriva di dislessia, dava sfoggio di spiccate doti artistiche, era timido, profondamente asociale e oggetto degli sberleffi dei compagni di classe a causa di una forma acutissima di acne che trasformava il suo volto in una gruviera. I bambini del vicinato non perdevano occasione per ridicolizzare il suo accento tedesco e quell’abbigliamento strampalato dal retrogusto mitteleuropeo che i suoi genitori gli facevano indossare. Un’infanzia infelice, vissuta nella sopportazione passiva degli abusi fisici e mentali da parte di un padre disoccupato, sempre pronto ad annegare i propri dispiaceri nell’alcool e a riversare tutta la sua frustrazione sul suo corpo innocente.

Una preziosa panoramica su questo primo periodo della vicenda terrena di Bukowski – e, più in generale, sullo stato dell’arte della classe operaia americana negli anni della Grande depressione – ci è offerto da Panino al prosciutto (1982), il suo quarto romanzo, il terzo con Henry Chinaski nelle vesti di protagonista e io narrante; potremmo definirlo come una sorta di bildungsroman al contrario: se infatti, da manuale, un romanzo di formazione dovrebbe essere incentrato sul processo di maturazione vissuto dal suo giovare protagonista, in Ham on Rye – questo il titolo originale, letteralmente Sandwich di prosciutto su pane di segale – assistiamo all’esatto opposto: di pagina in pagina, prende corpo la parabola autodistruttiva di un ragazzo travolto da un moto perpetuo di involuzione, che non vuole conoscere il mondo e che, quasi in una corrispondenza di disamorevoli sensi, il mondo a sua volta non sembra voler conoscere.

«Nessuno cambiava posizione. Eravamo come eravamo e non volevamo essere diversi. Venivamo da famiglie della Depressione, e non mangiavamo mai abbastanza, eppure eravamo diventati grandi e grossi, e forti. Nessuno di noi, credo, riceveva affetto e comprensione sufficienti dai genitori, ma non ne chiedevamo a nessuno. Eravamo ridicoli, ma la gente stava bene attenta a non riderci in faccia. Eravamo cresciuti troppo in fretta ed eravamo stanchi di essere bambini. Non avevamo il minimo rispetto per gli adulti. Eravamo come tigri con la rogna».

Dopo aver ottenuto il diploma alla Los Angeles High School, Bukowski si iscrisse per due anni al Los Angeles City College, frequentando corsi di arte, giornalismo e letteratura, per poi abbandonare gli studi nel 1941, all'inizio della Seconda guerra mondiale. Decise quindi di trasferirsi a New York per dare avvio alla sua carriera come scrittore, ma non prima di sporcare la sua fedina penale, infoltire il suo pedigree altamente disfunzionale e finire al gabbio: il 22 luglio 1944, Charles fu arrestato dagli agenti dell'FBI a Filadelfia, in Pennsylvania, dove soggiornava temporaneamente, con l'accusa di evasione fiscale. Fu detenuto per 17 giorni nella prigione di Moyamensing e, soltanto sedici giorni dopo, fallì l’esame per la chiamata alle armi, evitando in tal modo la leva militare obbligatoria.

Durante il suo soggiorno nella grande mela visse una stagione di discreto successo in termini di pubblico e critica, scandita dalla pubblicazione di alcune operette giovanili: a 24 anni, il suo racconto Aftermath of a Longy Rejection Slipfu pubblicato sulla rivista Story. Due anni dopo un altro racconto, 20 Tanks from Kasseldown, fu incluso dal Black Sun Press in una collezione a tiratura limitata curata da Caresse Crosby. Tuttavia si trattò di traguardi effimeri e poco remunerativi, che lo indussero ad accantonare la scrittura per quasi un decennio; durante questo periodo – trascorso in uno stato di ebbrezza semi costante – ha vagato in lungo e in largo per l'America, vivendo alla giornata e passando indifferentemente da un mestiere sottopagato all’altro: operaio in una fabbrica di sottaceti, magazziniere, meccanico, addetto alle pulizie. Questi anni perduti in un susseguirsi di giornate orientate al perseguimento della medesima circolarità autolesionistica – racimolare quanto necessario per l’alcool e le sigarette, alterare la propria percezione delle cose e trovare un pretesto per farsi licenziare; una routine ben descritta in Factotum, l’opera che rese celebre Bukowski in Italia – andranno a comporre l’humus narrativo per la costruzione delle prime opere semi-autobiografiche, due taccuini di vagabondaggio dalle tinte marcatamente pulp.

Post Office di Charles Bukowski

Con Post Office Charles Bukowski ci ha dato uno dei suoi libri migliori, un vero e proprio inno all’istinto insopprimibile di libertà, perennemente in bilico tra il disinganno più cinico e l’amore per la vita.

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Oltre al summenzionato Factotum (1975), il vero e proprio debutto narrativo di Henry Chinaski – perlomeno in ordine di pubblicazione – arrivò nel 1971 con Post office, romanzo incentrato sull’insofferenza patita da Bukowski durante il suo periodo come impiegato dell’amministrazione postale americana a Los Angeles – dove fece ritorno nel 1960 – e scritto per una retribuzione di cento dollari al mese; se, in principio, la prospettiva di trascorrere le proprie giornate a «infilare lettere nelle cassette e scopare» dà l’impressione compiacerlo, ben presto Henry si ritrova intrappolato in una routine alienante, consacrata unicamente alla reiterazione di gesti automatici, sperimentando sulla propria pelle l’anticamera di uno dei drammi propri della contemporaneità: l’iper-burocratizzazione della vita sociale. Giorno dopo giorno, Chinaski si trova costretto venire a patti con la tediosità dei formulari da compilare e delle lettere da francobollare, ingabbiato in un iter macchinoso da una rete incomprensibile di norme. Svolgerà questa professione per undici anni, rassegnandosi all’accettazione del fatto compiuto.

«Undici anni! E non avevo in tasca un soldo in più di quando avevo cominciato. Undici anni. Le notti erano state lunghe, ma gli anni erano passati in fretta. Forse era il turno di notte. Oppure quel fare sempre e sempre e sempre le stesse cose. Almeno ai tempi di Stone non sapevo mai che cosa poteva succedere. Qui non c'erano sorprese».

Fu proprio la scoperta di John Fante a fargli abbandonare la strada del pubblico impiego, convincendolo a imboccare nuovamente i sentieri della letteratura: volendo forzare la mano, potremmo spingerci a supporre che, senza Fante, il Bukowski scrittore non sarebbe neppure esistito. Durante il suo soggiorno a Los Angeles, Hank finiva frequentemente in rosso per assecondare il suo stile di vita bohémienne, ritrovandosi senza il becco di un quattrino per il vino e con la padrona di casa alle calcagna, ferocemente determinata a recuperare tutte le mensilità arretrate. Arrivato a quel punto, l’unico posto in cui poteva nascondersi era la biblioteca civica: un rifugio sicuro dato che, lì dentro, «almeno c’erano i gabinetti». Era solito sfruttare questi rari momenti di lucidità per soddisfare la sua sete di sapere, barcamenandosi tra i reparti di filosofia, geologia, matematica, religione, chirurgia per fagocitare qualsiasi testo gli capitasse a tiro; tuttavia, come scrisse lui stesso:

«Mi sembrava che tutti giocassero con le parole e che i cosiddetti grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente. Il loro stile era una mistura di sottigliezza, mestiere e forma e ciò che scrivevano veniva letto, appreso, assimilato e poi ritrasmesso a qualcun altro. Era un congegno funzionale, una “cultura della parola” assai scorrevole e prudente. Bisognava tornare agli scrittori russi precedenti alla rivoluzione per ritrovare il rischio e la passione. C’erano delle eccezioni, ma erano così poche che le si esauriva in un attimo, per poi ritrovarsi a fissare file e file di libri di un’incredibile monotonia. A paragone degli scrittori del passato, i moderni non valevano gran che».

In realtà, quel tesoro che cercava affannosamente era nascosto nella sala principale, quella che ospitava la narrativa: pescando a caso tra gli scaffali, estrasse dal mucchio una copia di Chiedi alla polvere, l’opera magna di John Fante, al tempo sconosciuta al grande pubblico e appannaggio di una nicchia sotterranea di estimatori; sbirciò qualche pagina e tornò frettolosamente alla scrivania per dare seguito alla lettura con entusiasmo quasi infantile, «con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino».

Come scrivevo altrove: «In breve tempo, fece la conoscenza di questo aspirante scrittore italoamericano poco più che ventenne, Arturo Bandini: aveva pubblicato un solo racconto, E il cagnolino rise, registrando un discreto successo in termini di pubblico e critica, ma comunque insufficiente per uscire dai meandri dell’oblio letterario; viveva in un albergo in Bunker Hill, il suo migliore amico era un topo, rubava bottiglie di latte scaduto su commissione e, per combattere i morsi della fame, si nutriva di sole arance. Con ogni probabilità, nel caso di Bukowski, l’innamoramento per Arturo Bandini fu una questione di affinità elettive: di pagina in pagina, “Chinaski” trovò in Arturo una sorta di anima gemella, quasi un sé stesso ante-litteram trasposto su carta. Trovare un trait d’union fu piuttosto semplice: entrambi aspiranti scrittori, entrambi poveri in canna, entrambi oberati dai vizi, entrambi con un ego più grande di Sunset Boulevard». L’incontro con Chiedi alla polvere rappresentò un punto di svolta non soltanto per i destini letterari di Bukowski, ma per la letteratura americana in generale: se abbiamo potuto assistere a una revanche dell’eredità narrativa di Fante, i meriti sono proprio da ascrivere a Hank, che dopo lunghe insistenze, riuscì a persuadere il proprio editore, John Martin, titolare della Black Sparrow Press, a ripubblicare integralmente le sue opere, creando le premesse per una riesumazione del mito.

Il 16 agosto si celebra un anniversario significativo: saranno trascorsi cento anni dalla nascita dell’uomo che ha reso possibile questa riscoperta dal valore culturale inestimabile e che, nel corso del tempo, è stato costretto a pagare lo scotto di una parte di stampa di settore che – il più delle volte in maniera acritica – ha tentato di imbrigliarlo all’interno dell’insopportabile stereotipo di scrittore “scomodo” e oberato dai vizi, etichettandolo di volta in volta come sporcaccione, ubriacone, pervertito, maudit e rivestendolo di una patina di artificiosità che, a ben guardare, non gli è mai appartenuta. In realtà, Charles Bukowski è stato uno scrittore disciplinato ed estremamente prolifico: nell’arco di una carriera ultratrentennale, ha pubblicato un migliaio di poesie (la vastità della sua produzione in versi meriterebbe un approfondimento a parte), una dozzina di raccolte di racconti, sei romanzi e addirittura una sceneggiatura autobiografica (quella di Barfly, regia di Barbet Schroeder, con Mickey Rourke nei panni del giovane Bukowski).

Storie di ordinaria follia di Charles Bukowski

La biografia di Bukowski include due tentativi di lavorare come impiegato, dimissioni a cinquant’anni suonati, “per non uscire di senno del tutto”, e vari divorzi. Al tempo in cui scrive questi racconti Buk è in età matura, le tasche vuote, lo stomaco devastato, il sesso perennemente in furore.

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Certo, il gusto per la polemica e l’amore per il dileggio nei confronti di chi legge gli erano ben familiari: del resto, la sua raccolta di racconti più celebre, Storie di ordinaria follia, è una perenne sfida alla soglia del pudore del lettore, che è posto davanti a due alternative: chiudere repentinamente il tomo per il troppo squallore o mettere da parte ogni velleità puritana per seguitare nella lettura, indagando minuziosamente il sottotesto delle vicende ivi narrate, dalla violenza sessuale esplicita su un cadavere alla descrizione minuziosa di scene di stupro, sino a sfociare nell’apologia dell’autolesionismo e nella creazione di androidi per scopo sessuale: descrizione verista – e superficiale – dei peggiori istinti insiti nell’essere umano o spietata allegoria di un processo di degradazione dei costumi in piena fase di dispiegamento, cruda metafora della caduta dei giganti, del tonfo della narrazione auto-magnificante degli Stati Uniti, la superpotenza invincibile e ad altissimo tasso di crescita che, dopo il circolo virtuoso innescato dai ruggenti anni venti, si era trovata sminuzzata nel tritacarne della grande depressione, scoprendosi all’improvviso vulnerabile e suscettibile di fallimento, dovendo fare i conti con gli effetti collaterali prodotti dal Giovedì nero del ’29 e mantenendosi in costante bilico tra le forche caudine dei mercati saturi, disoccupazione alle stelle e povertà diffusa?

Che il sogno americano, quel grande collante ideologico attorno al quale, nel decennio precedente, il popolo americano aveva scelto di stringersi con fede cieca, fosse in realtà poco più di una chimera? In effetti, anche il suo nume tutelare John Fante tentò di realizzare un qualcosa di simile, pur servendosi di una prosa certamente meno abrasiva; a ben guardare, Arturo Bandini è il perfetto archetipo di questo mutamento di prospettiva, il testimone di questo decennio di massiccia disillusione: vive nella Los Angeles delle opportunità, la panacea di ogni aspirante scrittore, eppure non riesce a coronare il suo sogno letterario ma, anzi, arranca, dorme poco, rosica, insegue un amore impossibile in partenza, beve latte scaduto e si nutre di frutta marcescente.

Musica per organi caldi di Charles Bukowski

“La vita è dolce se glielo concedi”. Musica per organi caldi raccoglie trentasei racconti di un Bukowski al suo meglio. In queste pagine, spregiudicate e persino feroci, il grande autore americano crea le sintesi più felici del proprio repertorio formale e contenutistico.

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Con ogni probabilità, prima di altri, Bukowski e Fante si erano resi conto che quel brand della speranza tanto faticosamente costruito anni prima non soltanto aveva perso blasone: stava per imboccare la strada del fallimento. L’elemento di discrimine è invece da ricercare nelle modalità attraverso le quali i due autori hanno approcciato lo spirito del loro tempo: a differenza di Fante, che sembrava arrovellarsi le sinapsi nella disperata ricerca di una consacrazione letteraria che tardava ad arrivare – come, del resto, accade anche al “suo” Arturo, che si priva del sonno e di ogni piacere nella trepidante attesa di una risposta da parte del suo editore, J.C. Hackmut, a una sua accorata proposta di pubblicazione – Bukowski ha sempre dato l’idea di abitare abusivamente le stanze della letteratura; il suo atteggiamento verso la narrativa rappresentava una sorta di aberrazione statistica: occupava quella posizione quasi senza sforzo, non compiacendosene neppure; indossava i panni dello scrittore di professione con una cospicua dose di menefreghismo e irriverenza, parlava male di colleghi ben più illustri e non perdeva occasione per dare sfoggio di autoironia a tratti insopportabile.

Parafrasando Christian Raimo, «Il rapporto di Bukowski con la letteratura è quello di un autoctono. Il suo talento è così esageratamente e fastidiosamente esplosivo, naturale, che il suo percorso si sviluppa per certi versi all’opposto delle usuali parabole biografiche degli scrittori. Bukowski non sembra essere “arrivato” alla letteratura, ma essercisi “trovato”». Anche a distanza di un secolo.


Giuseppe Luca Scaffidi è un articolista freelance. Ha collaborato con varie realtà editoriali, tra cui The Vision, Jacobin Italia, DINAMOpress e la rivista indipendente menelique.



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