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Perdonare il passato. Conversazione con Antonella Lattanzi

Di Rosa Carnevale • aprile 28, 2021

Un cancello rosso vermiglio, il sole in faccia, il verde del Giardino di Roma, un quartiere a metà tra la metropoli e il mare. “Qui saremo felici”. Francesca, la protagonista di Questo giorno che incombe (HarperCollins Italia), l’ultimo libro di Antonella Lattanzi, lo pensa mentre sta per varcare la soglia della sua nuova casa. Poche parole, una possibile promessa che suona invece già come una condanna. Francesca ha appena lasciato la sua Milano e un importante lavoro in casa editrice per trasferirsi a Roma insieme al marito Massimo e alle figlie Angela ed Emma. Esistono luoghi che ci chiamano a sé senza una vera ragione, prepotentemente, magari anche da molto lontano. Luoghi in cui non siamo mai stati e che non conoscevamo fino a un momento prima ma che presto diventano un pezzo della nostra storia, si attaccano come un’incrostazione ad una conchiglia e restano sedimento dell’anima. Sarà così anche per Francesca, che imparerà ad osservare le stranezze che accadono nel nuovo condominio romano con uno sguardo attento e, a tratti, impaurito. Un gatto trovato morto ammazzato, le abitudini inquietanti dei condomini, il senso di oppressione della vita tra le quattro mura domestiche. Un climax di eventi e sensazioni spaventose che culmina con la sparizione di una bambina dal cortile del palazzo e con il vacillare della ragione della protagonista. Spesso di fronte al male si perdono le parole, si smarrisce la lucidità. “La mente è una cosa imperscrutabile, fatta di silenzi infiniti e incredibili cadute nell’orrore, di mari azzurri trasparenti in cui immergere la testa e non avere più dolore e acque limacciose fatte di sabbie mobili che ti inghiottono e tu non torni più”.

Dopo Devozione, Prima che tu mi tradisca (entrambi usciti per Einaudi Stile Libero) e Una storia nera (Mondadori) Antonella Lattanzi torna a cavalcare in maniera magistrale più generi letterari senza cercare una definizione univoca per il suo nuovo libro che ha molto del thriller psicologico e del noir, dell’opera horror alla Stephen King (citato anche in esergo), ma anche della tragedia shakespeariana (“Oh, fosse dato all’uomo di conoscere / la fine di questo giorno che incombe. / Ma basta che il giorno finisca / e la sua fine è nota”, sempre in esergo, è la citazione dal Giulio Cesare da cui nasce anche il titolo del libro).

La scrittrice costruisce un romanzo pieno di inquietudine, dove l’orrore sembra dilagare ad ogni pagina lasciando però il tempo e lo spazio per una riflessione importante sui temi del male e, soprattutto, della maternità. La protagonista di Questo giorno che incombe diventa così una delle moderne eroine che riescono a raccontare l’essere donna e madre in maniera lucida, allontanandosi dalla mistica edulcorata che ammalora normalmente il discorso sulla maternità.

Con le figlie piccole da seguire da sola, un marito sempre più assente e proiettato sull’esterno e sul nuovo lavoro, Francesca inizia a sentirsi una madre infelice. “Non una donna, ma una madre, nient’altro che una madre dentro cui la donna era stata sepolta ormai troppo tempo prima”. E, se è facile scomparire come individui per diventare solamente genitori, non è altrettanto facile ritornare a galla. Così per la protagonista le zone di buio presto si allargano, i vuoti di memoria diventano sempre più frequenti. Francesca inizia a parlare con la nuova casa che le risponde diventando una sorta di personaggio reale a cui Lattanzi affida magistralmente il discorso interno della donna, il rincorrersi delle voci e dei pensieri che abitano la sua testa affollata.

A squarciare come un velo la solitudine della protagonista ci penserà Fabrizio, un misterioso condomino. Francesca cambia strada, sembra superare lo smarrimento. Alla fine delle pagine resta però un’unica, grande verità. Neanche l’amore ci salva. “…l’amore non è una forza in grado di sconfiggere qualunque ostacolo. L’amore è fallibile, egoista (…). L’amore non è una verità. È solo un’ipotesi plausibile”.

Questo giorno che incombe di Antonella Lattanzi

Come esplode una vita intera? Un unico lampo in cielo e il fragore di un tuono, oppure una serie infinita di schegge acuminate dappertutto?

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Questo giorno che incombe, il tuo nuovo romanzo, nasce da un episodio di cronaca realmente avvenuto e che ti riguarda. Come è nata la decisione di rielaborarlo in un libro?

Quando io e mia sorella maggiore eravamo molto piccole, i miei si sono trasferiti in un quartiere periferico di Bari. Era un condominio pieno di sole, con un cortile, che piaceva molto a mia madre. Ma, poco prima che i miei si trasferissero, un condomino ha avvisato mio padre: da quel posto, dal nostro cortile, da uno dei nostri palazzi, era appena scomparsa una bambina. Avendo due figlie femmine, e per di più piccole, questa storia ci riguardava eccome. Ci riguardava al tempo, quando i miei genitori, senza dirci niente, non smettevano mai di controllarci quando eravamo a giocare in cortile. Mi riguardava quando, molto tempo dopo, mio padre mi ha raccontato la tragica storia successa nel nostro condominio; e che in qualche modo aveva cambiato anche la nostra infanzia e adolescenza. Mi riguarda oggi, e sempre. Ho deciso, quindi, di raccontare ciò che era accaduto. Non riportandolo fedelmente, ma traendo spunto da quella storia. Perché quella bambina non fosse dimenticata. Perché io non la dimenticassi. Perché tutti sappiamo che il male esiste; ma solo quando lo guardiamo in faccia sappiamo che può accadere di nuovo. E cominciamo ad aver paura.

Si può scrivere un libro per perdonare il passato?

È una domanda a cui non so rispondere. Non si può scrivere un libro solo per perdonare il passato, io credo. Sarebbe un libro che riguarda solo te, e non i lettori. Si scrivono i libri per tanti motivi. In Questo giorno che incombe ce ne sono tantissimi. Ma per me il vero motivo per cui si scrive è solo uno: tu vuoi raccontare proprio quella storia, quella piccolissima storia in mezzo alle infinite storie vere e inventate del mondo, e non sai nemmeno bene perché. Tu vuoi raccontarla sperando, tramite quella storia, di poter parlare anche del lettore.

Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”, diceva Freud. Qualcosa che sappiamo esistere ma che viene rimosso, allontanato dalla consapevolezza, la cui presenza ci rende inquieti e presto dilagainvadendo la quotidianità. Succede anche alla tua protagonista, Francesca. Da donna realizzata e di successo, madre e moglie appagata, diventa nel corso delle pagine una persona sola, imprigionata nella sua casa e vittima di pensieri inconfessabili e ossessivi. Che ruolo ha il perturbante nei tuoi romanzi?

Perturbante, in tedesco, è unheimlich. Cioè l’opposto di heimlich, laddove heim vuol dire proprio “casa”. Qualcosa di strano, come dicevi tu, in qualcosa che ci è familiare: una casa, per esempio. I grandi autori del perturbante – tre fra tutti: Henry James, Shirley Jackson e Stephen King – usano il genere per raccontare l’essere umano e i suoi dolori, le sue paure, le sue debolezze più profonde. È questo il grande potere del perturbante: raccontare come fosse esterno a te qualcosa che è dentro di te. Qualcosa di te che, nel caso di Francesca per esempio, è il conflitto tra la gabbia/casa che si è costruita e ciò che davvero vorrebbe. E nel caso del condominio sinistro in cui Francesca viene a trovarsi è lo scarto tra un sorriso amichevole, sincero, e un sorriso metallico che contiene dentro di sé qualcosa di oscuro, di malato, e di pericolosamente giudicante. E nel caso del quartiere dove Francesca si è trasferita è la domanda: gli eventi strani che succedono nel quartiere sono davvero strani o sono solo coincidenze, che però nella testa di Francesca diventano fatti che fanno vacillare la sua sanità mentale? Il perturbante non risponde mai: racconta e basta.

Hai scritto un romanzo che è anche un thriller psicologico dalle tinte noir attorno a cui si dipanano tante vicende racchiuse in una trama complessa. Come hai lavorato alla costruzione del libro?

È stato un lavoro lunghissimo, che parte da molto lontano – l’estate dei miei diciotto anni in cui mio padre mi raccontò cos’era accaduto nel nostro cortile -, passa per tantissimi anni in cui questa storia ha lavorato nel mio cervello e per gli anni – almeno quattro – in cui ho lavorato senza sosta, e arriva a oggi. Andando sul pratico, trattandosi anche di un thriller psicologico ma non solo di questo – Questo giorno che incombe è infatti anche una storia d’amore, la storia della distruzione psichica e fisica di una donna, delle sue figlie e del suo matrimonio, il racconto di una comunità chiusa a chiave su sé stessa – dovevo conoscere tutto della storia prima di iniziare a scrivere. Quindi ho lavorato tantissimo a ciò che viene prima della scrittura vera e propria. Sia studiando e costruendo la trama in tutti i suoi aspetti, sia studiando il mondo che volevo raccontare: le madri, i rapporti tra comunità chiuse, i figli, i rapporti di coppia, il sospetto, il sesso e il desiderio. Poi, ho scritto e riscritto per anni. Affinché ogni parola fosse al posto giusto, affinché ogni pagina non dicesse una parola in più di ciò che era necessario. È lo studio sullo stile, sulla lingua, sul punto di vista, sul montaggio che secondo me fa di un libro un romanzo: ed è su questo – scrivere, riscrivere, cancellare, buttare, limare, riscrivere ancora – che mi sono concentrata.

Qualcuno crede che i luoghi siano abitati da fantasmi. Infestati li chiamano. Io non lo so che cosa credo. Ma sono sicura che i luoghi portino con sé il dolore. E anche l’amore”. Che luogo è quello in cui arriva Francesca? Cosa hai voluto simboleggiare scegliendo come ambientazione il Giardino di Roma?

Francesca arriva in un luogo isolato. Che potrebbe essere un paradiso – è un quartiere residenziale, pieno di verde, perfetto per le famiglie, pieno di bambini – ma che man mano si trasforma in un inferno. Un luogo in cui rimarrà, per sempre, l’impronta del dolore. Ma anche dell’amore.

“…Francesca era una madre. E le madri - glielo aveva insegnato sua madre, ne era certa - le madri amano. Le madri fanno sacrifici. Le madri sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato. Le madri ci sono momenti che essere madri gli prende tutto il corpo, e il tempo. (…) Le madri sono felici di essere madri”. Esiste una madre ideale?

Questa frase che hai citato finisce con una domanda di Francesca a sé stessa: “E tu?”. Cioè, tu sei come le altre madri, come le madri che ti hanno insegnato, come le madri che sei convinta che esistano? Quante volte ci capita di pensare: tutti sanno come si vive, e io no. Tutti sono perfetti, e io no. Francesca lo pensa. Io lo penso. Credo che non esista nulla di ideale: credo esista solo questa domanda: “E tu?”. E che questa domanda, condivisa, ci aiuti a perdonarci per quello che siamo. Nel bene e nel male, abbiamo fatto e facciamo di tutto per essere persone migliori.

In Questo giorno che incombe si parla in maniera molto attenta di maternità. Di quell’evento destabilizzante che è la nascita di un figlio e di una madre sentiamo discutere quasi sempre in termini di autoinganno e dissimulazione. Per raccontare una madre si usano spesso immagini edulcorate di amore e felicità. Francesca sperimenta invece l’altra faccia della maternità, quella che seppellisce la donna per farne unicamente un genitore. A chi hai guardato per raccontare nei minimi dettagli questo sentire?

Penso che ogni donna, da quando nasce, studi le madri. La propria, all’inizio, e poi tutte le altre. Abbiamo un tempo limitato per decidere se vogliamo o meno essere madri. Quel tempo lo sentiamo presente da quando cominciamo a capire, e la domanda c’è, più forte e presente, più latente, quasi soffocata, in tutte: tu vuoi essere madre? E se lo vuoi, sarai in grado di esserlo? Studio le madri, quindi, da quando mi ricordo. In più, io odio stare nella mia vita, nella mia testa, nella mia quotidianità. La conosco e non ho voglia di raccontarla. Amo invece uscire dalla mia testa ed entrare nelle teste, nelle vite, nel modo di pensare e di vivere degli altri. Faccio tante domande. Guardo. Ascolto. Lo faccio da sempre: è una mia caratteristica. Il mondo mi incuriosisce moltissimo. E poi credo che per uno scrittore sia fondamentale stare il più possibile in silenzio, ascoltare e guardare e conoscere il più possibile.

Il tuo sembra essere anche un libro sulla difficoltà di riuscire a comunicare il proprio vissuto interiore con l’esterno, un libro sulla solitudine che si fa vortice da cui è difficile uscire e che fa perdere il controllo…

Sì. Mi è capitato tante volte di non riuscire a comunicare l’uragano che mi stava devastando all’interno. Di percepire come un muro di plexiglass tra me e il mondo. Una impossibilità totale di comunicazione e di richiesta di aiuto. Ho pensato che ne sarei uscita sconfitta, ho pensato di perdermi per sempre. E invece poi ho capito: la prima forza deve venire da te. La prima mano che qualcuno ti tende è proprio la tua. Poi viene tutto il resto.

Ossessione e realtà si accavallano nella testa di Francesca. Tanto che a Roma la tua protagonista inizia a parlare con la nuova casa che ha una sua voce nel libro e diventa un vero e proprio personaggio. Come è nata l’idea di darle questo ruolo vivo?

Come ti dicevo, prima di iniziare a scrivere questo libro ho fatto un lunghissimo lavoro. Di documentazione, immersione, studio, e di creazione della struttura e della trama. Oltre che di creazione dei personaggi, del loro vissuto, del loro modo di essere, di vivere, di pensare, di parlare. Pensavo di sapere tutto di questo romanzo, prima di iniziare a scrivere. E invece poi, mentre scrivevo, ho capito che la casa in cui Francesca va ad abitare non è solo una casa. Non è solo quattro mura bianchissime, bellissime, piene di luce – questo all’inizio. Ho capito che la casa era un personaggio. Che avrebbe parlato con Francesca. Che tra la casa e Francesca si sarebbe creato un vero rapporto. Un’evoluzione di questo rapporto. Come nella vita vera. È un altro aspetto del perturbante. Cos’è questa casa che parla? Chi è? È davvero uno spirito che abita la casa, o meglio la casa essa stessa è uno spirito, o è la voce di Francesca che – alienata da tutto e tutti – parla con sé stessa? O è la voce di tutte le donne, di tutti gli uomini, che le dicono come dovrebbe comportarsi una brava madre? È la sua più acerrima nemica, o la sua unica amica? È, in qualche modo, sua madre? Vorrei che ogni lettore desse la sua risposta. Sicuramente, senza la voce della casa, Francesca non avrebbe mai agito come agisce: nel bene e nel male. La casa è il mio personaggio preferito. Ed è anche quello che mi ha fatto commuovere, mentre il rapporto tra Francesca e la casa cresceva e si modificava e diventava sempre più stretto. “Cosa devo fare, casa? Aiutami”, le chiede spesso Francesca, che sta rischiando davvero di perdere la ragione. A chi non capita di fare una domanda così?

Nella trama diventa subito difficile distinguere tra bene e male, tra buoni e cattivi. Quello che sembra differenziare Francesca dagli altri inquilini del palazzo è il desiderio. Desiderio di sapere la verità, di amare, di non omologarsi al pensiero comune…

Mi interessa sempre raccontare personaggi che siano buoni e cattivi allo stesso tempo. Che percorrano il bene e il male a seconda di come reagiscono alla realtà. Che non siano mai dati una volta per tutti. Come noi. Il desiderio è la base fondante di tutti noi. L’uomo è un essere desiderante. Ce lo insegna, ma soprattutto ce lo racconta, prima di tutto Gustave Flaubert in Madame Bovary. Desideriamo. Facciamo di tutto per realizzare i nostri desideri. E poi?

Hai lavorato molto anche sulla sessualità e sulla sensualità, costruendo magistralmente nel libro alcune scene di sesso. Il tuo lavoro di sceneggiatrice ti ha aiutato?

Ho sempre scritto così, anche prima di iniziare a scrivere sceneggiature. Quando scrivo, ho delle immagini in testa, dei sapori, degli odori, delle sensazioni. Gran parte del mio lavoro è trovare la parola giusta, lo stile giusto, la lingua giusta, il punto di vista giusto per cercare di rendere sulla pagina queste immagini, questa realtà che ho in testa. Credo che lo scrittore questo faccia: racconti. E che il lettore sia creatore insieme a lui: per trasformare dei segni neri sulla pagina bianca in un romanzo. Ma non solo. In un’esperienza di vita, si spera. Sulle scene di sesso e di attrazione ho lavorato tanto. Le ho scritte e riscritte mille volte per trovare le parole giuste. In questo romanzo, le scene di sesso non sono un corollario della storia, ma diventano personaggio, racconto, oltre che il modo per spezzare legami, crearne di altri, penetrare più a fondo in ciò che volevo raccontare. L’attrazione, il desiderio, la resistenza all’attrazione, il pericolo e l’energia della sessualità.

Ma l’amore non è una forza in grado di sconfiggere qualunque ostacolo. L’amore è fallibile, egoista…L’amore non è una verità. È solo un’ipotesi plausibile”. Neanche l’amore può salvarci dal male quindi?

Ho imparato che l’assunto che l’amore può sconfiggere qualsiasi ostacolo non corrisponde alla realtà. Amiamo, per tutta la vita, tutto il tempo. E sicuramente, in maniera maggiore o minore, siamo amati. Ma l’amore non è granitico e sempre uguale a sé stesso. Anche amandoci tantissimo, ci tradiamo continuamente, in tutti i modi. Smettiamo di coltivare quell’amore, presi da noi stessi, e poi ci rimettiamo al lavoro. Rimaniamo delusi. Deludiamo. Ci fanno del male. Facciamo del male. Ci dimentichiamo di amare. Siamo dimenticati. Ciò non vuol dire che l’amore non sia un fuoco pazzesco nelle nostre vite. Vuol dire che non possiamo affidarci solo a lui. Che dobbiamo resistere. Che dobbiamo impegnarci sempre, per noi e per gli altri.

Senza rivelarci colpi di scena sulla fine del libro, ti chiedi mai dove vadano a finire i personaggi, quale può essere il seguito di una storia?

Quando finisco di lavorare a un libro, sono spaesata. E adesso come farò senza i miei personaggi? Senza quel mondo che ho costruito e in cui mi sono immersa per anni? Dove li ritroverò? Quando inizio a lavorare a un nuovo libro, il mondo del romanzo precedente mi manca tantissimo. Ma poi qualcosa di ogni romanzo scivola silenziosamente nel romanzo successivo, e accende una fiammella. Certo che mi chiedo come continuerà la storia di questi personaggi, e cosa potrà succedere a loro in futuro. È sempre una sospensione che un giorno potresti decidere di cogliere, per continuare la tua storia.

Una storia nera di Antonella Lattanzi

Antonella Lattanzi, voce unica nel panorama letterario contemporaneo, costruisce un meccanismo narrativo miracoloso - un giallo, un noir, una storia d'amore - popolato di creature splendidamente ambigue. Attraverso una macchina linguistica prodigiosa e un ritmo incalzante e cinematografico, percorre in funambolico equilibrio il crinale che separa bene e male, colpa e giustizia, amore e violenza. E rivela, uno dopo l'altro, i segreti che ruotano attorno ai suoi personaggi, fino a far luce su quello che è successo davvero la notte in cui Vito è scomparso.

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Prima che tu mi tradisca di Antonella Lattanzi

Giovanni Cipriani era appena nato quando è sopravvissuto per miracolo al bombardamento di Bari del '43, ma quel disastro sembra avere lasciato in eredità alle sue figlie una specie di infezione che le ha danneggiate per sempre, votandole al tradimento. Diversissime, segnate da segreti che le rendono al tempo stesso complici e rivali, Angela e Michela si muovono tra una Bari che dietro l'apparente rinascita brucia come il suo Petruzzelli e una Roma sfibrata, divenuta temporaneo rifugio. La loro vita di ragazze - poi donne - è condizionata dall'attrito fra la bellezza di Angela e la timidezza aggressiva di Michela.

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Devozione di Antonella Lattanzi

Devozione è il romanzo dell'eroina oggi, al tempo del metadone, che permette un'illusoria parvenza di normalità. È il romanzo - frutto di molti anni di lavoro, osservazione e frequentazione - che svela la realtà oggi ignota dei tossicodipendenti, rende luminosa una zona sempre piú invisibile e pervasiva, di fronte alla cui evidenza e alla cui disperazione rischiamo di rimanere anestetizzati.

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Rosa Carnevale (1983), giornalista. Ha collaborato con Artribune, L'Officiel, Rolling Stone Italia, Zero, Grazia.it.

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